Cari amici care amiche, siamo “soto carneval” e corre d’obbligo rimanere in tema di maschere e carri allegorici ed allora ecco che ci riporta nella “Vilafranca de na’ olta” la storia del carnevale del 1959, l’anno del centenario della “Pace”, o meglio quella del carro “de contrà Mantoana” che a tale ricorrenza era dedicato. Ma prima cerchiamo, a beneficio dei più giovani, di “inquadrare” il periodo. Fine anni ’50 il “boom” economico è alle porte ma non è ancora arrivato, o quantomeno non è completamente diffuso. In Villafranca ci sono ancora casi di povertà estrema ed alcune famiglie hanno finanche il problema di cosa mettere in tavola e pur tuttavia la società è in grande fermento. La veloce modernizzazione dell’agricoltura e dell’industria ed il diffuso “busines” della margarina hanno portato in paese una discreta disponibilità di denaro che a “cascata” si riversa sulle attività commerciali contribuendo a creare nuovi mestieri e posti di lavoro ed un clima di spensieratezza e di fiducia nel futuro. Proprio in quel periodo sostenute e promosse dalla illuminata figura del curato don Egidio Baietta hanno un grande impulso sia l’attività sportiva dei giovani, con la costituzione della Polisportiva San Giorgio, che le attività ludico-culturali, con la ripresa dell’attività teatrale (con la fondazione della compagnia d’arte varia Aurora) e l’apertura del cinema teatro Verdi. Le “ostarie” in poco tempo cambiano “look” e diventano bar dove oltre che a giocare a carte o al biliardo, si può vedere anche la televisione. Il televisore, con l’atteso evento delle olimpiadi di Roma “alle porte”, con sorprendente velocità sta sostituendo in molte case la vecchia e cara radio. Ed in questo clima di aperture e fiducia arriva il 1959, l’anno del centenario della firma dei preliminari della pace che di fatto segneranno la fine della seconda guerra di indipendenza. In Villafranca le celebrazioni si susseguono, ogni occasione è buona e così anche “Contrà Mantoana” dà il suo contributo, al carnevale di quell’anno. Il carnevale villafranchese, che aveva già dagli inizi dell’ottocento una sua consolidata tradizione, ha sempre seguito, seppur in tono minore, quello più importante della città che festeggiato il venerdì “gnocolar”, per il successivo ultimo di carnevale, lasciava ampio spazio a quello degli altri paesi. Superate con qualche affanno le edizioni degli anni successivi all’annessione del territorio al regno d’Italia,1866, i festeggiamenti di carnevale tornarono pian piano in auge sino ad arrivare agli onori delle cronache all’inizio del novecento e precisamente nel 1906. Quell’anno la pasticceria Fantoni, per reclamizzare una sua specialità, realizzò uno spettacolare carro che rappresentava “il trionfo del Natalino” carro giudicato degno di partecipare ai più importanti concorsi nazionali ed esteri. Un paio d’anni ad altissimo livello ma poi, vuoi per i rovesci militari in terra d’Africa, lo scoppio della prima guerra mondiale ed a seguire la grande “depressione” ed un’altra guerra mondiale, tutti i carnevali si succedettero in tono minore sino agli inizi degli anni cinquanta quando ripresero l’originale vigore. Ma torniamo a noi. Già dalla fine del ’58 un gruppo di amici de Contrà Mantoana, decide di fare un carro allegorico che richiama l’evento e si mette all’opera. Per primo bisogna aver avuto approvato il progetto del carro dalla direzione del Baccanal di Verona poi recuperato (sicuramente avuto in prestito) un pianale di carretta, probabilmente dai “Bassani”, (i Deidonè che peraltro tradizionalmente allestivano una specie di trenino di carrette per il trasporto in sfilata di molti dei bambini del paese, in maschera e non), lo portano sotto una “barchessa” dai “Reggiani”. I Valentini detti, per la loro provenienza, “i Reggiani” allora commerciavano in legna ed avevano la loro attività in una grande corte di via Garibaldi, nelle immediate vicinanze della stazione ferroviaria. Lì sotto un grande porticato, tra montagne di legna, macchine per tagliarla e “spacarla en stele” (in pezzi), “el careton”, (un grosso carro a due ruote che serviva per le consegne a domicilio) e la stalla del cavallo, c’era uno spazio riservato per il carro della contrà. Il gruppo poi deve procurarsi il materiale necessario per la realizzazione del carro ma nella via un po’ tutti contribuiscono, Peretti “detto Pistola el marangon” con delle assi, Marcello “el pistor” con della farina (serviva per fare la colla), Girelli ” el feramenta” con qualche “paco de ciodi”, qualcosa si acquista e poi tutti al lavoro. Rigorosamente la sera, dopo cena, alla luce di un paio di fioche lampadine “da vinti candele” e per il riscaldamento? La legna non manca di certo ma non si accendono fuochi bastano due o tre fiaschi di vino, a sera naturalmente. Ed a lavoro finito ecco che il gruppo che posa soddisfatto davanti al carro fermo sul piazzale della stazione pronto per la sfilata. Vi indico quelli che sono riuscito a riconoscere In piedi sul carro da sinistra il secondo è Sergio Venturi “el Marinar del casato dei Fogo da Poian” il terzo è Angelo Faccioli “Angelin” Poi in piedi a terra, sempre da sinistra, Gigi Rizzini dei “Carossa”, sconosciuto, Lucillo Valentini “el Sogar”, Gianni Rizzini dei “Carossa”, Dino Danese “Mansin”, Mario Olivetti ”Panseta”, sconosciuto, Ignazio Rizzini dei “Carossa” e Bruno Faccioli “el Mani del casato dei Pissigoti. Non appare nelle due foto l’esilarante appendice al carro, un somarello condotto a mano dal “Panseta”, (che al solito si stacca dal carro ed inscena una sua personale “performance” che in quanto a risate da sola vale l’intera sfilata) che traina un carrettino di guerra con sopra l’immancabile damigiana, piena in partenza e vuota all’arrivo. Per i costumi e le divise, tratte da stampe dell’epoca, ognuno dei figuranti provvede in proprio, tanto a casa, come in ogni famiglia di allora, c’è sicuramente una moglie od una mamma esperta in taglio e cucito. I carri di allora possono stupirci per la loro semplicità ma occorre tener presente che non potevano disporre di alcun meccanismo elettrico o di movimento, il materiale era quasi sempre di recupero ed il “budget” era assai limitato se non addirittura inesistente. E tuttavia alla sfilata del corteo carnevalesco, composto da tutte le bande del paese, dalle maschere e dai carri delle contrade (e di qualche frazione), assisteva una folla “traboccante” come lo dimostra la bella foto in parte dipinta a mano dall’amico ed allora figurante Gianni Rizzini. Era la “Vilafranca de ’na olta” quando tutto era estremamente al risparmio, la colla si faceva con la farina ed i chiodi venivano riutilizzati più volte naturalmente “dopo averli ‘ndrisè” e tutti “par far parte de quei che fa el caro de carneval, i ghe metea del suo”.
Alla prossima.
Rico Bresaola

