Cari amici care amiche, si è celebrata in questi giorni la 74^ ricorrenza del 25 aprile la Festa della Liberazione dal giogo nazifascista ma come era il “clima“ e cosa accadeva in Villafranca nei mesi che la precedettero. Qualcosa ce lo racconta, con la sua storia, Vittorio “ el Barba contadin e alpin”. Vittorio Girardi, classe 1905, è il quarto dei cinque figli dei contadini Giuseppe ed Amalia. I suoi genitori, originari del trevigiano, appena sposati trasferiscono in Sommacampagna per condurre a mezzadria un fondo dei Caprara. Solo dopo qualche anno però accettano una migliore offerta di lavoro e si trasferiscono in Pozzomoretto per condurre i campi della signora Udina Bertolini. Vittorio cresce così nella “Villafranca de na’ olta” aiutando il padre nel duro lavoro dei campi. In Villafranca frequenta le allora sei classi delle elementari dividendo il suo tempo tra qualche gioco, un po’ di studio, e tanto lavoro nei campi e nella stalla. Poi torna “a tempo pieno” al lavoro in campagna sino al ‘25 quando chiamato alle armi viene arruolato negli alpini. Dopo il Car completa i prescritti 24 mesi di naja in Paluzza. Congedato torna in Pozzomoretto portandosi dietro barba e baffi (che porterà per sempre e che ogni giorno cura in maniera maniacale) e l’attaccamento al corpo degli alpini. Infatti lo stesso anno, con gli amici Guido Fiorini e Miglioranza (Caponi) è tra gli ideatori e fondatori del Gruppo Alpini di Villafranca al quale aderisce quasi subito anche Vittorio Bozzi che ne diventa il presidente. Dopo un paio d’anni, nel ’19, non appena racimolato il necessario, Vittorio mette su famiglia. Si sposa con Maria Cordioli che, nella migliore tradizione contadina di allora, gli darà ben otto figli: Vittorina, Pierina, Luigina, Albino, Luciana, Franco, Luciano ed Ottavia appunto. Sono anni duri, segnati dalla grande depressione ed il lavoro dei campi gli dà appena di che mantenere la famiglia ma almeno non soffrono la fame. Allo scoppio della guerra per sua numerosa prole non è richiamato alle armi ma le cose sono profondamente cambiate. La nostra zona è stata scelta per l’accantonamento e lo stoccaggio di ingenti scorte di viveri, munizioni e carburanti. In Pozzomoretto proprio vicino alla sua casa vi è un deposito di munizioni di artiglieria ed al Cappello un deposito di carburanti. Punto di svolta è l’otto settembre del ’43 quando i tedeschi da alleati si ritrovano invasori. Nella sua zona i buoni rapporti, sia con il maresciallo comandante del deposito munizioni che con il suo colonnello comandante i (che occupava un fabbricato in Staffalo), non cambiano più di tanto ma non con tutti i tedeschi è così e la tensione già salita è diventata ormai “palpabile”. Vittorio, cerca di tenersi lontano dai guai, cura i suoi campi e la stalla (quattro mucche un paio di vitelli e una cavalla) e trasforma il latte eccedente in formaggio, genere particolarmente adatto per il baratto. Per recarsi nei campi, in una zona così altamente militarizzata, ha un regolare lasciapassare e per quasi un mese tutto fila liscio. Un giorno però accadde quello che non avrebbe dovuto accadere. Sulla strada, davanti al deposito munizioni di Pozzomoretto, alla “casa di cimento”, sono stati scaricati alcuni camion di grandi bossoli di ottone che giacciono in attesa di essere immagazzinati. Vittorio, che deve andare a prendere dell’erba per dare da mangiare alle mucche, attacca il cavallo al suo carretto e porta con se anche Albino (di appena sette anni). Sta muovendo verso i suoi campi e proprio mentre lui sta passando, due ragazzi in bicicletta tentano di portare via dalla catasta un paio di grossi bossoli di ottone, uno ciascuno. Un soldato tedesco sbuca all’improvviso ed intima a tutti l’alt. Cerca di acchiappare i ragazzi che i men che non si dica si danno alla fuga anche favoriti dal carretto che si è messo in mezzo. Il tedesco inferocito allora afferrata la cavalla per le briglie se la prende con Vittorio accusandolo di aver agevolato la fuga. Nello scambio di accuse e giustificazioni la cavalla si imbizzarrisce, si impenna e scendendo calpesta con forza il piede del tedesco. Questi “fuori della grazia di dio” estrae la pistola e dice di voler ammazzare tutti anche la cavalla. Vittorio con un balzo gli è addosso gli da un paio di pugni ben assestati lo lascia mezzo morto sul ciglio della strada. Cosa fare, non gli rimane che rivolgersi al suo conoscente, il comandante del deposito. Il maresciallo tedesco gli promette che farà tutto il possibile ma lo invita, per intanto, a sparire tutti. Seguono alcuni giorni concitati. I sodati tedeschi per rappresaglia vogliono dar fuoco a tutto Pozzomoretto. Stanno già scaricando da un autocarro delle taniche di benzina quando arriva il parroco Don Eliseo Contri allertato dai suoi parrocchiani. Don Eliseo, il cui aiuto e sostegno dato ai partigiani verrà poi ben documentato, si precipita a Staffalo, convince il comandante tedesco che in fin dei conti non è successo niente di volontario ed è così che almeno la rappresaglia viene fermata. Vittorio, Albino e la cavalla però sono costretti a “darsi alla macchia”, su di loro pende soprattutto la vendetta del soldato ferito che per fortuna dopo qualche giorno viene mandato in convalescenza. Albino e la cavalla vengono nascosti per un paio di settimanenelle vicinanze, da un conoscente “ el Moro da Nassa” (un Ciresola) mentre Vittorio va alle Fornase dove abita la sorella di sua mamma, la moglie di Bigi (Luigi) Bonfante, che può dargli un minimo di aiuto. Alle Fornase sono schierate le mitragliere che difendono l’aeroporto, il posto pullula di tedeschi e nessuno pensa a cercarlo lì, la zona è abbastanza tranquilla e lui la conosce bene. Vittorio vi rimane per oltre un mese. Dorme dove gli capita, nelle stalle, nei fienili e a volte anche in una canaletta, ma l’inverno è alle porte ed incomincia a fare freddo, molto freddo tanto che si ammala. Nei primi giorni una pattuglia di tedeschi, montata su camionetta con tanto di mitragliatrice spianata, lo cerca a casa almeno due volte al giorno. Poi le acque si calmano e così, clandestinamente, può tornare a casa dove in qualche maniera, si può curare dalla polmonite che si è preso e dalla quale completamente non guarirà più. Comunque deve stare sempre all’erta e pronto a sparire. Un giorno prende un grosso spavento. Di buon mattino i tedeschi arrivano in forze e circondano la casa. Sua moglie, con in braccio Luciano ancora in fasce, si precipita fuori ma non sono lì per Vittorio. Nel suo fienile scoprono e catturano quatto prigionieri polacchi scappati da una polveriera dove erano adibiti ai lavori pesanti sulle cui tracce erano da giorni. Per più di un anno è costretto a stare sempre sul chi vive, fino al 24 aprile del ’45 quando con i soldati americani ormai alle porte di Villafranca il maresciallo tedesco gli bussa alla porta. E’ passato a salutarlo ed ad avvertirlo che sta per far saltare le bombe nel deposito. Albino, che ringrazio per avermi raccontato i fatti, ricorda ancora le sue ultime parole <abbiamo perso la guerra, ce ne andiamo> come ricorda bene anche l’enorme boato dell’esplosione al deposito. La mattina dopo, proprio il 25 aprile che è il giorno dell’emanazione da parte del CIL del proclama radio di “Insurrezione Generale” e per questo scelto poi come data della Festa della Liberazione, le avanguardie degli alleati entrano in Villafranca tra ali di gente in festa. Poco dopo qualcuno issa la bandiera americana sulla torre del castello. La guerra, seppur agli sgoccioli, però non è ancora finita, le truppe tedesche in Italia ufficialmente si arrenderanno solo il 29 aprile ma non tutti depongono subito le armi (il 30 aprile sul Monte Casale di Ponti sul Mincio avviene uno degli ultimi combattimenti e l’ultima battaglia invece è del 2 maggio in Val Sabbia a nord est di Brescia). Vittorio però è finalmente al sicuro tra le proprie mura di casa. Seguono gli anni della ricostruzione, anche morale e sociale, che Vittorio dedica al lavoro ed alla sua numerosa famiglia (nella foto del ’64, in posa al completo al matrimonio di Albino). L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando “ci l’avea portà fora (la pel) podea dir de aver visto proprio de tuto”.
Alla prossima
Rico Bresaola.

