Nel libro di Giacomo Gabellini sintetizzato in città
Sala superiore del Liston 12, in piazza Bra, gremita per la presentazione del libro “Scricchiolìo. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio, Rimini, 2025) di Giacomo Gabellini (1985, saggista e ricercatore indipendente, già autore di vari volumi e collaboratore di testate italiane e straniere riguardo a geopolitica ed economia, con particolari analisi delle dinamiche globali di potere).
L’incontro è stato introdotto dall’on. Vito Comencini di Popolo Veneto, con successivi contributi di Palmarino Zoccatelli (presidente dell’Associazione culturale Veneto-Russia) e del consigliere regionale Davide Lovat (del Gruppo consiliare Szumski Resistere Veneto). Presente in sala anche il tradizionalista cattolico e legittimista storico Maurizio Ruggiero.
Prima della sua disamina pubblica, Giacomo Gabellini s’è prestato a rispondere ad un paio di domande.
– Su cosa verte questo suo lavoro?
«Ho scritto questo libro con l’intenzione di mettere in luce come i problemi che Israele sta affrontando nascano sì dalla politica estera ma affondino le radici in ottant’anni di storia molto particolare. E, quindi, abbiano anche una natura interna, dinamiche tra vari gruppi sociali che da collaborative, per un certo periodo di tempo, sono diventate sempre più conflittuali. Trasformando un Paese relativamente coeso in una società profondamente tribalizzata. Questa condizione, combinandosi con le sollecitazioni esterne (conflitti, in particolare dopo il 7 ottobre 2023), secondo me, s’oppongono all’esistenza stessa dello Stato, a rischio».
– Nel libro tratta anche della vicenda israelo-palestinese, della Striscia di Gaza ecc. Cosa pensa di quello che sta pianificando il presidente americano Trump?
«È difficile capire cosa Trump voglia fare di preciso. Per un verso, c’è chi crede sia una pedina di fatto, uno dei tanti presidenti manipolati dall’israelo-lobby statunitense. Alcuni ritengono, invece, che stia cercando di ricavarsi margini di manovra maggiori, perché comunque soddisfare le esigenze d’Israele significa anche inimicarsi i favori di tutte le altre nazioni della regione che hanno una rilevanza anche economica per gli Stati Uniti. Perciò, sono convinto che cercherà di tenere in equilibrio le due sponde per trovare una soluzione che possa soddisfare non tanto i palestinesi che sono, purtroppo, un oggetto e non un soggetto storico in questo momento, quanto Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Con l’Iran vedremo cosa succederà, ma, a mio parere, è un attore di cui si dovrà tenere conto».
Tra molto altro, nel corso della sua esposizione, Gabellini ha voluto sottolineare che «è significativo che il sionismo nasceva come progetto eminentemente laico, anzi, quasi antiebraico. Nel senso che David Ben Gurion era dichiaratamente ateo come molti dei laburisti padri fondatori d’Israele. Però, tutti capivano che la valorizzazione della cultura e della religione ebraiche doveva assumere il ruolo di collante per tenere insieme queste popolazioni, queste persone dalle esperienze di vita diverse, culture diverse, lingue diverse. Perciò, avevano elaborato un rapporto di stretta collaborazione col rabbinato, un rabbinato che, inizialmente, vedeva con molta diffidenza il sionismo, un po’ perché il sionismo era laico quasi ateo. Si pensi al padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl, sostenitore del fatto che la necessità di dare una Patria agli ebrei non doveva per forza coincidere con la Palestina. Poteva essere trovata altrove. In Uganda (che poi non è l’Uganda ma un’altra zona dell’Africa), in Madagascar, in Argentina. Furono sondate diverse possibilità. Poi, era prevalsa quell’ala più religiosa che faceva capo agli ebrei russi, al consiglio sionista mondiale dalla componente russa che diceva “no, bisogna ricongiungersi alla nostra terra d’origine”, quindi la Palestina».
Davide Lovat è intervenuto facendo pure un iniziale riferimento polemico sul “fine vita” di cui si tende a riparlare in Regione Veneto.
«Per fare qualcosa di vivo e d’utile, non ci deve essere una sorta di ritualità stanca e ripetitiva di qualcosa del passato, dobbiamo trarre insegnamento da cosa è accaduto. Prima e durante la Seconda guerra mondiale c’è stata una persecuzione furibonda non solo a carico del popolo ebraico, che è stato drammaticamente perseguitato, ma anche degli slavi, di altre etnie e categorie. Perché? Perché già prima della “soluzione finale”, in Germania, era stato introdotto un principio in base al quale, secondo dei parametri ed un’impostazione ideologica di fondo, si potesse suddividere l’umanità in base alla dignità, gli Übermenschen e gli Untermenschen, cioè i superuomini ed i subumani. Dalle specifiche caratteristiche umane alle razze non è stato solo un passaggio breve, ma semplicemente logico e naturale».
«Ricordo che prima dell’Endlösung der Judenfrage (“soluzione finale della questione ebraica”) ci fu l’Aktion T4 (od “Operazione T4″ o “Programma T4”), un programma d’eutanasia di Stato, sociale, subordinato a responsabilità medica, nei confronti di malati incurabili, disabili, anziani non autosufficienti, minorati psichici (definite “vite indegne d’essere vissute”) che, progressivamente, estese sempre più il perimetro d’applicazione fino a quello che avvenne poi. Alleviare la sofferenza e ridurre il carico sul bilancio dello Stato per dare assistenza a queste persone. Vi suona qualcosa?».
«Le idee circolano ed hanno bisogno di gambe per camminare. Se nel passato camminavano col passo dell’oca, oggi possono camminare anche in persone apparentemente innocue che vanno a brusar la vecia e, forse per inconsapevolezza, non si rendono conto che stanno servendo una mentalità nichilista, materialista, tecnocratica che corre il rischio di ripristinare determinate meccaniche, nella totale incomprensione di ciò che stanno facendo. Perfino peggio di novant’anni fa».
«Io depositerò un’interrogazione al Consiglio regionale del Veneto (e spero che la stampa ne dia risalto perché vedo che tendono a far passare solo veline del Consiglio regionale dei giovani, delle iniziative quasi conviviali che vengono messe in piedi ancora dal presidente del Consiglio regionale, non più presidente di Regione). Si vuole andar contro perfino alla Corte costituzionale (che ha fatto una sentenza molto chiara) pur d’avere uno strapuntino od un provvedimento amministrativo che dica, in Regione, se e quando verrà fatta una “legge sul fine vita” per poi sventolarlo sui giornali come l’avessero veramente ottenuta, banalizzando una cosa di tale portata culturale ed epocale, di quale civiltà vogliamo e ad un provvedimento d’erogazione d’un servizio di farmaci per chi ne ha bisogno (che comunque faremo), costituendo un insulto all’intelligenza dei cittadini veneti ed un oltraggio all’istituzione del Consiglio regionale veneto».
di Claudio Beccalossi

