Ho fatto una casuale ma originale “scoperta” d’un qualcosa di familiare durante il mio recente terzo reportage in alcune aree sud-orientali del conflitto russo-ucraino, soprattutto nell’oblast’ di Doneck/Donec’k (annessa formalmente alla Federazione Russa il 30 settembre 2022 assieme a quelle di Lugansk/Luhans’k, Zaporož’e/Zaporižžja e Cherson, durante una solenne cerimonia nel Salone di “Sala San Giorgio” del Gran Palazzo del Cremlino, a Mosca, residenza ufficiale del presidente russo).
Tra le varie località toccate sono stato anche a Melitopol (oblast’ di Zaporož’e), in circa 4 ore d’auto impiegate nei 300 km e passa che la separano da Doneck. Si tratta d’una città sorta nel 1784 sotto l’impero di Caterina II di Russia (Ekaterina II Alekseevna, Stettino, 2 maggio 1729 – San Pietroburgo, 17 novembre 1796), famosa come Caterina la Grande. Inizialmente denominata Kyzil-Jar, dal 1816 al 1842 venne designata Novoaleksandrovka.
Nelle fasi iniziali dell’“Operazione Barbarossa” (in tedesco Unternehmen Barbarossa, nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica attuata dalla Germania nazista con l’appoggio di alcune potenze dell’Asse) avviata il 22 giugno 1941, cadde in mano della Wehrmacht venendo poi liberata dall’Armata Rossa (degli Operai e dei Contadini) il 23 ottobre 1943 durante l’Offensiva del Basso Dnepr.
Attaccata dalle forze armate russe già il 25 febbraio 2022, il giorno dopo l’innesco dell’“Operazione militare speciale” decisa da Mosca e poi occupata il 1° marzo, Melitopol era gemellata con Brive-la-Gaillarde (nella regione francese di Nuova Aquitania) e Melito di Napoli (comune della città metropolitana partenopea). Gemellaggi, come m’ha precisato il sindaco stesso da me incontrato, Galina Danilčenko, ormai annullati dal nuovo corso amministrativo russo.
Nei pressi della nuova palazzina d’un attrezzato ambulatorio medico (che serve un bacino di circa 30mila utenti, inaugurato il 16 febbraio 2023 con intervento online del presidente russo Vladimir Putin), mentre sono in attesa della venuta d’un medico ceceno da intervistare riguardo alla sua attività, gironzolo nei paraggi e “scopro”… Pizza Verona, cioè una pizzeria dal nome della mia città.






Vi entro per curiosità ed ai vari giovani camerieri (nei servizi di ristorazione russi il personale non manca come in Italia, anzi, talvolta è esageratamente folto) che m’accolgono dico in inglese che sono un tizio di Verona. Non capiscono il senso ed allora mostro la pagina del mio passaporto dove risulta il mio luogo di nascita. Smuovo solo qualche loro sorrisetto, forse di compatimento, certo d’indifferenza. Do una scorsa al menù, prendo un caffè, pago, saluto ed esco. Nessuno mi parla, controllato a vista con certo sospetto.

«Ciao, Pizza Verona». La mia curiosità su chi e perché abbia dato quel nome al locale rimane insoddisfatta…
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi

