Cari Lettori,
oggi vorrei occuparmi delle tensioni tra Vaticano e USA, e tra questi ultimi ed il nostro Paese.
Prima però vorrei premettere una cosa: se siete tra quelli che considerano le esternazioni, seguite dalle azioni, del Presidente Trump come un qualcosa posto in essere da un matto da legare, da un uomo bipolare, allora questo articolo non fa per voi. Allo stesso tempo, se credete che la Repubblica Islamica dell’Iran sia uno stato pacifico e pacifista, in cui i diritti civili, anche quelli più elementari, sono garantiti, e che pur galleggiando su un oceano di petrolio abbia necessità dell’energia nucleare per scopi civili, allora andate oltre.
Viceversa, se credete che la diplomazia sia una forma di arte, seppur dell’inganno o, per dirla come Roberto Gervaso: “l’arte di fingere di non fingere”, e che nulla si improvvisi o venga lasciato al caso, allora potete continuare questa lettura.
In queste ore Marco Rubio, repubblicano della Florida, “falco” della politica estera e potente Segretario di Stato – tant’è che pur non essendo tra i primi posti nell’ordine delle cariche pubbliche federali, per molti è senza dubbio il numero tre nel panorama del potere a stelle e strisce, dopo il Presidente Trump ed il Vice J.D. Vance – sta incontrando Papa Leone XIV ed il suo omologo in Vaticano, il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Successivamente vedrà i Ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e, probabilmente, anche la nostra Premier Giorgia Meloni.
Quello che ha fatto sobbalzare gli analisti è stato il nuovo attacco di Donald Trump a Papa Leone XIV, il secondo in poche settimane, proprio alla vigilia del viaggio di Marco Rubio, tant’è che molti hanno gridato all’ennesima gaffe del Presidente USA o, peggio, al voler mettere scientemente in difficoltà proprio il capo della sua diplomazia.
Ovviamente, per chi scrive, non è così.
The Donald e Marco Rubio si muovono in perfetto sincronismo, ognuno attenendosi ad un copione ben delineato e che, nel linguaggio della diplomazia, si chiama “GOOD COP/BAD COP”, letteralmente “diplomazia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo”, e che mira a destabilizzare l’interlocutore di turno, che prima viene investito dagli strali, se non da vere e proprie minacce, del poliziotto cattivo (Trump), per poi accettare di buon grado le proposte apparentemente più morbide del poliziotto buono (Rubio), che altrimenti non sarebbero state accolte o accolte parzialmente, facendo sì che la parte più debole pensi di aver firmato un buon accordo, rispetto alle iniziali e più dure premesse.
Questa politica, che oramai è standard, viene applicata sia a Papa Leone, reo di aver criticato apertamente l’operato del 47° Presidente degli Stati Uniti, con l’aggravante di essere anch’egli americano, e che non ha lesinato stoccate in più occasioni, ovviamente sempre in maniera colta e misurata come si conviene ad un Papa, che ovviamente all’Italia, colpevole di non aver affiancato subito, ed entusiasticamente, l’alleato americano nella guerra contro l’Iran.
Prevost, in particolare, ha criticato più e più volte l’Amministrazione Trump, soprattutto a proposito di alcune decisioni del Presidente in materia di politica estera e di immigrazione, tant’è che aveva definito il trattamento delle persone immigrate negli Stati Uniti “disumano”. Oltre ad interventi molto critici sulla gestione della guerra Russo/Ucraina, su Cuba, sul non aderire al Board of Peace per la Striscia di Gaza ed infine, peccato mortale, aver criticato Trump che aveva parlato di voler annientare l’intera civiltà iraniana (iperbole) definendo questa minaccia “veramente non accettabile”.
Insomma ci sarebbe questo presunto “tradimento” del Papa americano, nei confronti di chi, a suo dire, si era speso moltissimo per la sua elezione nel Conclave del 7 ed 8 maggio 2025 (ironia della sorte, o scelta mirata, data perfettamente coincidente con la visita del Segretario di Stato americano).
Che Trump e Rubio lavorino d’intesa nel modo delineato è apparso evidente in più occasioni, dalla questione del Canale di Panama al rimpatrio dei clandestini dal suolo degli Stati Uniti, dal Venezuela al nodo della Striscia di Gaza, dall’affaire Groenlandia, alla gestione della tigre cinese, dalla guerra con l’Iran al vero pallino di Marco Rubio: CUBA.
In tutte le occasioni, a fronte di attacchi apparentemente grossolani di Trump, ha fatto seguito la diplomazia più morbida nei toni, ma altrettanto ferma di Rubio, che sta cercando di portare all’incasso quanti più successi possibile, per potersi lanciare da protagonista alla prossima corsa alla Casa Bianca del 2028.
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

