Dalla passione giovanile negli anni ’80 fino alle complesse sfide informatiche e legali attuali, oggi la figura dell’investigatore privato ha vissuto una trasformazione radicale. Ho incontrato personalmente il Dott. Marco Corvino, pioniere del settore investigativo, per farci raccontare cosa significa davvero cercare la verità dietro i cliché del cinema e della letteratura noir, unendo il rigore della legge alle nuove sfide della tecnologia.
Dott. Corvino, lei è stato un pioniere nel settore, dedicando la sua tesi di laurea alla figura dell’investigatore privato già nei primi anni ’80. Che cosa la affascinava di questa professione allora e come si è trasformata la sua visione sul campo rispetto a quella iniziale?
«Nei primi anni ’80 l’investigazione privata era un territorio ancora ampiamente inesplorato dal punto di vista dottrinale e accademico. Ciò che mi affascinava era l’idea di poter combinare l’analisi metodica con la ricerca empirica sul campo. Negli anni, la mia visione si è evoluta: sono passato da una concezione romantica e “romanzata” della professione a una consapevolezza profonda del valore giuridico, rigoroso e scientifico che ogni singola prova deve possedere per resistere in un’aula di tribunale.»
L’immaginario collettivo legge spesso il suo lavoro attraverso i cliché del cinema e della letteratura noir. Nella quotidianità di un professionista, quali sono gli aspetti che la finzione non racconta?
«La finzione omette quasi sempre la componente più consistente del nostro lavoro: la pazienza, lo studio burocratico e l’analisi documentale. Il pubblico immagina inseguimenti mozzafiato e appostamenti notturni sotto la pioggia, ma la realtà quotidiana è fatta di ore passate a incrociare dati, verbali, visure e ad analizzare contesti con estremo rigore. Non c’è spazio per l’improvvisazione o per le scorciatoie fuori dalla legalità che si vedono nei film.»
Qual è la lezione più importante che le ha lasciato la sua prima indagine?
«La prima indagine mi ha insegnato l’umiltà e l’importanza di non dare mai nulla per scontato. I pregiudizi e le ipotesi affrettate sono i peggiori nemici di un investigatore. Bisogna lasciarsi guidare esclusivamente dai fatti oggettivi e dalle evidenze riscontrabili, tenendo sempre presente che dietro ogni caso ci sono persone reali con le loro fragilità.»
Se in passato l’investigatore privato veniva associato quasi esclusivamente alle vicende di coppia o alle questioni familiari, oggi il vostro perimetro d’azione si è allargato notevolmente all’ambito aziendale e legale. Come si sono evolute le esigenze di chi si rivolge a lei?
«L’evoluzione economica e digitale ha spostato il baricentro e le esigenze. Oggi le aziende rappresentano una fetta preponderante della nostra committenza: ci chiedono di tutelare il patrimonio informativo, prevenire la concorrenza sleale, verificare casi di assenteismo o infedeltà dei soci e proteggere il marchio. Anche in ambito civile e penale, gli avvocati si affidano a noi per raccogliere elementi probatori solidi nell’ambito delle indagini difensive.»
Oggi il lavoro investigativo si intreccia fortemente con le aule di tribunale. Quanto è diventato delicato bilanciare la ricerca della prova con la normativa sulla privacy?
«È un equilibrio sottilissimo e cruciale. Una prova raccolta violando la normativa sulla privacy o i diritti fondamentali della persona non solo è inutilizzabile in giudizio, ma espone l’investigatore e il cliente a gravi sanzioni penali e civili. Il nostro compito è garantire la massima proporzionalità e pertinenza nell’acquisizione delle informazioni, agendo sempre all’interno del perimetro normativo stabilito dal Codice e dal Garante.»
Smartphone, tracciamenti digitali e intelligence informatica hanno rivoluzionato il settore. La tecnologia ha semplificato la ricerca della verità o ha aumentato la complessità nel distinguere i fatti dai rumori di fondo?
«La tecnologia è un’arma a doppio taglio. Da un lato offre strumenti straordinari di analisi e reperimento dati; dall’altro genera una quantità enorme di “rumore di fondo” e disinformazione. La vera sfida oggi non è trovare l’informazione, ma verificarne l’autenticità, la provenienza e la rilevanza giuridica. La tecnologia supporta il metodo, ma non potrà mai sostituire la capacità critica dell’investigatore.»
Spesso chi sospetta un torto tenta prima un’indagine “fai-da-te” sui social o sul web. Quali sono i rischi di questo approccio e perché la tecnica professionale fa la differenza?
«Il “fai-da-te” è estremamente pericoloso. Spesso chi lo pratica finisce per allertare il soggetto indagato, compromettendo definitivamente la possibilità di raccogliere prove in futuro. Inoltre, le “prove” raccolte autonomamente sui social o con strumenti improvvisati quasi mai hanno valore legale in sede giudiziaria e rischiano di sconfinare in reati come lo stalking o la violazione della vita privata. La tecnica professionale garantisce la catena di custodia della prova e la sua piena spendibilità legale.»
Chi varca la soglia del suo studio porta con sé un carico di dubbio, vulnerabilità e tensione. In che misura l’ascolto e l’empatia orientano il suo lavoro rispetto all’aspetto puramente tecnico?
«L’ascolto è il primo vero atto investigativo. Senza empatia non è possibile comprendere appieno il contesto in cui si è sviluppato il problema. Tuttavia, occorre mantenere il giusto distacco professionale: l’empatia serve a comprendere il cliente e ad accoglierlo, ma l’indagine deve svolgersi con assoluta freddezza analitica e imparzialità.»
Riconsegnare la verità a un cliente significa talvolta metterlo di fronte a realtà scomode o dolorose. Come si gestisce la responsabilità morale di produrre un esito che cambierà la vita di una persona?
«È una responsabilità enorme che richiede grande tatto, rispetto e deontologia. Il nostro dovere è restituire i fatti per come sono emersi, senza indorare la pillola ma anche senza morbosità o giudizi di valore. La verità, per quanto dolorosa, è sempre il punto di partenza necessario per permettere a una persona o a un’azienda di prendere decisioni consapevoli per il proprio futuro.»
Quanto è importante per un investigatore privato avere familiarità e conoscenza di ambiti come i delitti rituali, il simbolismo esoterico o le sette quando ci si imbatte in casi di condizionamento psicologico o indagini non convenzionali?»
«È fondamentale comprendere le dinamiche di manipolazione mentale e i linguaggi simbolici che caratterizzano determinati contesti come sette o sottoculture. Quando si affrontano casi di scomparsa o di condizionamento psicologico, saper “leggere” determinati segnali o codici consente di interpretare contesti che altrimenti apparirebbero incomprensibili o privi di senso, offrendo elementi chiave per la ricostruzione dei fatti.»
In diversi Paesi esteri la polizia collabora regolarmente con gli investigatori privati su indagini complesse o casi irrisolti, mentre in Italia questo avviene meno. Da dove nasce questa distanza e cosa bisognerebbe cambiare?
«In Italia esiste ancora una diffidenza culturale e un retaggio normativo che fatica a vedere l’investigatore privato come un ausiliario della giustizia e una risorsa. All’estero la sussidiarietà tra pubblico e privato è consolidata. Per colmare questo divario servirebbe un quadro normativo chiaro che definisca protocolli di collaborazione ufficiali, oltre a una crescita culturale che riconosca l’elevata specializzazione raggiunta dai professionisti del settore privato.»
In un mondo in continua trasformazione tecnologica e normativa, qual è la qualità fondamentale che un giovane dovrebbe coltivare oggi per intraprendere con successo la carriera di investigatore privato?
«Direi la curiosità disciplinata abbinata a una formazione multidisciplinare continua. Oggi non basta più essere buoni osservatori sul campo: bisogna masticare diritto, informatica forense, psicologia e tecniche di analisi dei dati. Ma soprattutto, serve un’incrollabile etica professionale: la tecnologia e le competenze tecniche sono strumenti potenti, ma è la rigidità morale del professionista a fare davvero la differenza.»
di Claudia Viani

