Cari lettori,
oggi voglio ricordare l’attentato a Giovanni Falcone avvenuto il 23 maggio del 1992.
Sono passati 33 anni da quel maledetto giorno, quando cosa nostra, attraverso uno dei suoi boss più sanguinari, Giovanni Brusca, schiacciò il pulsante che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati in un vano sotto l’autostrada Palermo Trapani, all’altezza dello svincolo di Capaci. Insieme al magistrato morirono la moglie, anche lei magistrato, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Il mio ricordo non è solo un omaggio doveroso verso un grande magistrato ed un grande investigatore, come qualsiasi cittadino sarebbe portato a fare, ma trae spunto dalla mia presenza in Sicilia, in forza al II° Gruppo di Palermo, in quella violenta stagione mafiosa. Stagione mafiosa che nella sua sanguinaria strategia aveva dapprima commesso l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992) ed era poi proseguita con impressionante regolarità ogni due mesi: Falcone il 23 maggio 1992, Borsellino il 19 luglio 1992, Ignazio Salvo il 17 settembre 1992, e che portò infine all’arresto del capo dei capi corleonesi, Totò Riina il 15 gennaio 1993.
Ricordo come fosse ieri quel giorno di primavera, era un sabato pomeriggio ed ero in giro con mia moglie in centro a Palermo. Ero allora un giovane Capitano catapultato in una Palermo che di lì a poco sarebbe cambiata per sempre. Dall’omertà, se non al diniego dell’esistenza stessa della mafia, alla paura ed allo sgomento causato dagli attentati; paura che si era trasformata in rabbia, verso lo Stato – specie dopo la morte di Borsellino – colpevole di non aver saputo proteggere due dei suoi figli migliori, ma soprattutto rabbia e rifiuto verso un sistema mafioso che aveva superato ogni limite morale. Rabbia che infine portò alla rinascita di una intera città, Palermo, e di un intero popolo, quello siciliano.
All’epoca avevamo in dotazione i teledrin, piccoli apparecchietti che informavano che il comando ti stava cercando al telefono, ed appresi così, dalla nostra Sala Operativa, che c’era stato un attentato a Giovanni Falcone. Angoscia e smarrimento furono i primi sentimenti che provai, prima di correre presso il comando per mettermi a disposizione, ed ove rimasi per 48 ore di seguito assieme a molti altri, senza che nessuno osasse anche solo pensare di andare a casa a riposare; ricordo il pianto di tanti poliziotti, carabinieri, poliziotti, gente comune, quando la sera arrivarono le conferme che purtroppo Falcone e sua moglie non ce l’avevano fatta; ricordo il dolore per i poliziotti periti; ricordo i funerali di Stato, la folla oceanica e dolente, e ricordo Rosaria Costa Schifani con la sua voce straziata e le sue parole: ”Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio”, che furono davvero un pugno nello stomaco e che ricorderemo tutti per sempre.
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

