Il richiamo al cosiddetto “modello Mattei” è ormai diventato uno slogan vuoto, utile più alla propaganda che alla sostanza. Ma se vogliamo parlare seriamente di Enrico Mattei, allora dobbiamo avere il coraggio di dire la verità: Mattei faceva l’interesse nazionale italiano, senza chiedere permesso né a Washington né a Bruxelles, e soprattutto senza piegarsi a logiche ideologiche.
Mattei trattava con tutti, anche con l’Unione Sovietica nel pieno della Guerra
Fredda, perché capiva che l’energia era una leva strategica e che l’Italia doveva garantirsi autonomia e vantaggi concreti. Oggi invece assistiamo a una politica estera ed energetica che sembra muoversi nella direzione opposta: rinunce, subalternità e decisioni prese più per compiacere altri che per tutelare famiglie e imprese italiane.
Mentre si riempiono la bocca con Mattei, si accettano supinamente le linee imposte da Ursula von der Leyen e si partecipa a una strategia che ha contribuito ad aumentare i costi energetici e l’incertezza economica. Nel frattempo si continuano a destinare risorse verso il sostegno a Volodymyr Zelensky, senza un reale dibattito pubblico sull’impatto di queste scelte sul sistema Paese.
Il rischio non è solo economico, ma anche sociale: si torna a parlare di emergenze, restrizioni e sacrifici, mentre le imprese arrancano e le famiglie vedono ridursi il proprio potere d’acquisto. Altro che modello Mattei: qui siamo di fronte a una politica che sembra aver dimenticato cosa significhi difendere l’interesse nazionale.
Se davvero si vuole onorare l’eredità di Mattei, bisogna avere il coraggio di rompere gli schemi, diversificare le alleanze, negoziare con pragmatismo e rimettere l’Italia al centro delle proprie scelte. Diversamente, continuare a evocarlo rischia di diventare non solo improprio, ma profondamente ipocrita.

