Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, riprendendo a distanza di tempo un interessante confronto pubblicato dalla stampa argentina tra le coppie Juan Domingo Perón-Eva Duarte e Javier Milei-Fátima Flórez, ritiene opportuno rileggere oggi quello spunto alla luce delle trasformazioni intervenute nel dibattito pubblico e dell’attuale scenario internazionale. Al di là della dimensione sentimentale e della cronaca di costume, il tema consente infatti di interrogarsi sul lungo e non ancora compiuto percorso delle donne verso una piena autonomia nella vita pubblica, professionale e politica.
L’accostamento tra Eva Perón e Fátima Flórez, accomunate dalla provenienza dal mondo dello spettacolo e dalla relazione con un Presidente argentino, assume significato soprattutto se ricondotto ai rispettivi contesti storici e sociali. Tra le due esperienze non intercorrono soltanto oltre settant’anni: cambiano profondamente la condizione femminile, i modelli familiari, le relazioni sociali e, soprattutto, le possibilità riconosciute alle donne di definire la propria identità indipendentemente dall’uomo al quale sono sentimentalmente legate.
Eva Duarte proveniva dal teatro, dalla radio e dal cinema, ma la sua esperienza personale assunse progressivamente una rilevanza politica e sociale che travalicò il ruolo di moglie del Presidente. Senza indulgere in rappresentazioni celebrative e senza sottrarne la figura alle contraddizioni del peronismo e dell’epoca nella quale visse, sarebbe storicamente riduttivo considerare Evita soltanto in relazione a Juan Domingo Perón. Il suo coinvolgimento nella mobilitazione politica femminile e la fondazione, nel 1949, del Partido Peronista Femenino testimoniano l’acquisizione di una riconoscibile soggettività nella vita pubblica argentina.
La vicenda di Fátima Flórez appartiene a un contesto profondamente diverso. Quando nel 2023 divenne pubblica la relazione con Javier Milei, l’artista aveva già costruito una consolidata carriera nel mondo dello spettacolo e continuò a esercitare la propria professione anche dopo l’elezione del compagno alla Presidenza. La relazione, conclusasi nell’aprile 2024, non comportò né l’abbandono dell’attività artistica né l’assunzione di una funzione politica. La stessa Flórez, in un’intervista del gennaio 2024, rivendicava come del tutto naturale la prosecuzione del proprio lavoro e la propria indipendenza professionale.
È una differenza che consente di misurare quanto sia mutata, almeno sul piano culturale e sociale, la relazione tra identità femminile, professione e ruolo del partner. Ciò che in altre epoche poteva implicare la rinuncia alla propria carriera o l’assorbimento della donna nella funzione pubblica del marito non costituisce più un esito necessario né socialmente inevitabile.
Da questa prospettiva il confronto può essere esteso anche all’Italia. Con Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dall’ottobre 2022, per la prima volta nella storia repubblicana una donna ha assunto la guida del Governo. Si tratta di un passaggio di indubbio rilievo istituzionale e simbolico, che può essere riconosciuto nella sua portata storica indipendentemente dalle differenti valutazioni politiche sull’azione dell’Esecutivo.
Per una giovane italiana, vedere una donna alla Presidenza del Consiglio significa poter considerare quella responsabilità non più associata, per consuetudine, esclusivamente a una figura maschile. Anche la possibilità di riconoscersi nei luoghi nei quali vengono assunte le decisioni contribuisce, nel tempo, a modificare aspettative individuali, rappresentazioni sociali e modelli culturali.
Tale risultato, tuttavia, non può essere interpretato come il compimento del percorso verso la parità. La rappresentanza simbolica costituisce una conquista importante, ma non coincide con l’uguaglianza sostanziale. Permangono differenze nell’accesso alle responsabilità pubbliche, nelle opportunità professionali, nei percorsi di carriera, nelle condizioni economiche e nella distribuzione delle responsabilità familiari e di cura.
Occorre inoltre evitare un’altra semplificazione: ritenere che una donna investita di responsabilità politica debba necessariamente rappresentare, in quanto tale, l’intero universo femminile. Una concezione matura della parità richiede che anche una donna possa essere valutata sulla base delle proprie idee, delle decisioni assunte e degli effetti della propria azione politica, senza che il genere costituisca un criterio preventivo di consenso o di censura.
La prospettiva internazionale conferma contemporaneamente l’ampiezza del cambiamento e la persistenza degli squilibri. Claudia Sheinbaum è diventata nel 2024 la prima donna eletta alla Presidenza del Messico; Netumbo Nandi-Ndaitwah ha assunto nel 2025 la Presidenza della Namibia, prima donna nella storia del Paese a ricoprire tale incarico; Mia Mottley, Primo Ministro di Barbados, ha consolidato una significativa autorevolezza internazionale, in particolare sui temi delle disuguaglianze, del debito e della vulnerabilità climatica.
Si tratta di personalità appartenenti a contesti politici, culturali e ideologici profondamente differenti. Proprio questa diversità invita a evitare la categoria indistinta della “leadership femminile”. Non esiste un unico modo femminile di governare, così come non esiste un unico modo maschile. Affermare il contrario significherebbe sostituire a una discriminazione storica una nuova forma di stereotipo.
La questione centrale rimane, pertanto, quella dell’accesso effettivo e paritario ai luoghi della decisione. La crescente visibilità di alcune donne ai vertici delle istituzioni convive ancora con una presenza femminile complessivamente minoritaria nella rappresentanza politica. I singoli primati possiedono un indubbio valore storico, ma non devono essere confusi con il conseguimento della piena uguaglianza.
È proprio su questa apparente contraddizione che la scuola può esercitare una funzione educativa essenziale.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che la cronaca politica e il linguaggio dell’informazione possano costituire strumenti efficaci di educazione civica e di alfabetizzazione mediatica. Confrontare il modo in cui vengono raccontati uomini e donne impegnati nella vita pubblica può aiutare gli studenti a riconoscere quei meccanismi, spesso meno evidenti delle discriminazioni esplicite, attraverso i quali gli stereotipi continuano a riprodursi.
Quanto spazio viene riservato alle idee e alle competenze di una donna impegnata in politica e quanto, invece, al suo aspetto, alla famiglia, alla maternità o alla vita sentimentale? Gli stessi criteri vengono applicati agli uomini che ricoprono analoghe responsabilità? Autorevolezza, competenza e capacità decisionale vengono rappresentate attraverso il medesimo linguaggio?
Non si tratta di orientare gli studenti verso un determinato giudizio sui protagonisti della vita politica. Educare ai diritti umani significa offrire strumenti per comprendere la realtà, verificare le informazioni, riconoscere stereotipi e semplificazioni e maturare autonomamente un pensiero critico, consapevole e responsabile.
Da Eva Perón a Fátima Flórez, da Giorgia Meloni alle donne che oggi ricoprono responsabilità di governo in differenti aree del mondo, il tema non consiste dunque nell’individuare un modello femminile da proporre alle nuove generazioni. Una società realmente paritaria dovrebbe, al contrario, liberare le donne anche dalla necessità di essere continuamente considerate esempi, eccezioni o simboli del proprio genere.
La qualità di una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità che alcune donne raggiungano le più alte responsabilità istituzionali, ma dalle condizioni concretamente offerte a tutte: alla studentessa che deve poter scegliere liberamente il proprio percorso formativo; alla lavoratrice che rivendica pari opportunità e riconoscimento professionale; alla madre che non dovrebbe essere costretta a scegliere tra lavoro e responsabilità familiari; alla donna che decide di partecipare alla vita pubblica senza vedere la propria competenza subordinata a valutazioni sull’aspetto, sull’età o sulla vita privata.
Il progresso, pertanto, non consiste semplicemente nel passaggio dalla tradizionale immagine della donna accanto all’uomo di potere a quella della donna che esercita direttamente il potere. La trasformazione più profonda si realizzerà quando la presenza femminile nei luoghi della decisione non avrà più bisogno di essere presentata come un’eccezione.
Il soffitto di cristallo potrà dirsi realmente superato non quando alcune donne saranno riuscite a infrangerlo, ma quando le nuove generazioni non dovranno più percepirlo come un limite alle proprie aspirazioni.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

