Cari amici, care amiche, questa volta tocca a “Gigi el paroloto del castel ” riportarci nella “Villafranca de na’ ‘olta”.
Luigi “Gigi” Dal Gal, classe 1923, discende da una dinastia di “paroloti” (è abbastanza comune anche la variante “pareloti”, oramai, come traduce Carlo Antonio Modena nel suo “dal Villafranchese all’Italiano e viceversa”) infatti “l’arte de far e de giustar stagnà e paroi” la esercitava sia suo padre Gerolamo detto Giuseppe, classe 1893, che suo nonno Angelo, classe 1853. Gigi avviato al lavoro sin da bambino, come si usava allora, ricorda ancora come all’inizio il mestiere non gli piacesse affatto e l’intenzione che aveva di cambiarlo non appena avesse potuto. E d’altronde fare il garzone sotto il proprio padre era davvero duro: erano solo doveri e niente diritti. Ogni mattina all’alba aiutava ad attaccare il cavallo e a caricare il biroccio per andare a fare i mercati per vendere secchi, casseruole, “stagnà par far la polenta e paroi (paiuoli) par la lissia o par far su el porsel”. Finito il mercato poi si andava per corti e cascine sempre per vendere o per riparare “i rami”. Ed erano proprio le riparazioni il grosso del lavoro. I piccoli interventi si facevano sul posto ma gli altri, che erano i più, si dovevano fare in “bottega” ed allora si ritiravano gli oggetti danneggiati e una volta a casa ci si rimetteva all’opera
per ripararli spesso fino a notte fonda. Era un lavoro che non finiva mai specie in primavera quando le famiglie, sia di paese che di campagna, presi i soldi dalla vendita delle “galete” (i bozzoli dei bachi da seta) provvedevano a nuovi acquisti o alle riparazioni ormai non più rinviabili. “Stagnà e paroi” venivano riparati più e più volte, praticamente finché era possibile. D’altronde era raro che una famiglia ne possedesse più di uno per cui lo “stagnà” era sempre sul fuoco appeso all’apposita catena. Occorre tener presente che la polenta allora era la base dell’alimentazione e spesso si faceva anche due o tre volte al giorno. Alle elementari, quante volte Luigi ha saltato le lezioni di scuola. Neanche lui lo ricorda. Certo non per andare in giro a “bighellonare” ma per stare in “bottega” a far funzionare la forgia, che allora funzionava a pedali, e che serviva per portare in temperatura il rame e lo stagno occorrenti per fare nuove pentole o riparazioni. E così Gigi passa gli anni della sua gioventù, anni duri resi, se possibile, ancor più duri dallo scoppio della seconda guerra mondiale, guerra alla quale anche lui deve render conto. Chiamato alle armi nella primavera del ‘43 è avviato a Padova, dove dopo pochi mesi viene fatto prigioniero dai tedeschi (qualche giorno dopo l’8 settembre) e spedito in un campo di concentramento in Germania. Vi rimane per ben due anni e sopravvive grazie alla sua forte fibra e all’abitudine al lavoro pesante. Con la liberazione torna nella sua Villafranca e nel clima di incertezza e confusione che segue la fine del conflitto riprende, in bicicletta, l’unico lavoro che sa fare: “el paroloto”. Il contatto con la gente, le nuove amicizie e, perché no, anche il ritorno economico gli fanno apprezzare il suo lavoro tanto che se ne innamora come si innamora della Giuseppina Ortombina che sposa nel 1948 e che, qualche anno dopo, gli darà Francesco. Sempre nel 1948, per adeguarsi alle nuove esigenze dell’attività e del mercato, acquista una “Balilla” e con l’aiuto del “marangon” Peretti detto “Pistola” (che gli fa il pianale) ne toglie la parte posteriore e la trasforma in furgoncino. Ed è così che tra mercati, corti e “bottega” passano gli anni, il figlio Francesco prende la strada dell’insegnamento ma “el Gigi” non “molla”. Quel mestiere che all’inizio gli sembrava tanto pesante è diventato la sua vera passione. Ancora oggi dalla “bottega” Gigi non riesce proprio a staccarsi, è un luogo che tuttora affascina, con tutti quei rami di ogni tipo e dimensione ben ordinati sugli scaffali e con le innumerevoli e tipiche attrezzature del “paroloto” (alcune appartenute addirittura a suo nonno, come il grande ceppo dal quale spunta una lunga traversina di ferro sulla quale si ribattevano i fianchi dei paiuoli ).
L’era la Villafranca “de ‘na ‘olta ma anca quella de ancò”, “el paroloto” è un mestiere destinato ad essere confinato nell’angolo dei ricordi, (ormai siamo nella società dell’usa e getta, talvolta aggiustare costa di più che ricomprare nuovamente e poi chi ripara?) ma intanto se qualcuno ha bisogno di riparare o restaurare rami o “stagnà”, el Gigi, nonostante quest’anno compia novant’anni, “ l’è lì de fronte al castel” e qualcuno per cercare consulenza o la sua opera viene anche da fuori regione. Alla prossima.
Rico Bresaola


