Perché il “diritto di morire” rischia di uccidere il diritto di cura
L’Italia si trova oggi a un bivio antropologico prima ancora che legislativo. Al Senato si discute una legge sul suicidio assistito che, se approvata, segnerebbe un punto di non ritorno nella storia del nostro Stato sociale. Non si tratta semplicemente di una norma tecnica per regolamentare casi limite; si tratta di decidere se lo Stato debba continuare a essere il custode della vita o se debba trasformarsi nel fornitore dei mezzi per l’autodistruzione.
La fotografia del presente: tra depenalizzazione e diritto
È necessario fare chiarezza terminologica per non cadere nelle trappole della neolingua. Il suicidio assistito prevede che lo Stato fornisca i mezzi perché il soggetto si tolga la vita da solo; l’eutanasia prevede l’intervento diretto del medico per sopprimere il paziente. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: lo Stato rinuncia a proteggere chi soffre e offre la morte come risposta alla sofferenza.
La Corte Costituzionale, con la nota sentenza 242/2019, ha aperto un varco depenalizzando l’aiuto al suicidio in condizioni specifiche. Tuttavia, c’è un equivoco di fondo che la politica sembra voler ignorare: depenalizzare non significa riconoscere un “diritto”. Escludere la punibilità per un atto commesso in situazioni tragiche è un atto di clemenza giuridica; istituire un servizio pubblico di morte è, invece, un cambiamento di paradigma radicale. La Consulta stessa ha ribadito che il diritto alla vita è il primo dei diritti inviolabili. Lo Stato ha dunque il dovere di difendere la vita, non di procurare la morte.
Le vere emergenze ignorate dai media
Ci viene detto che il suicidio assistito è un’urgenza nazionale. Ma i numeri raccontano un’altra storia. In Italia ogni anno 4.000 persone si tolgono la vita — 11 persone al giorno, con un allarmante aumento fra i giovani. È una strage silenziosa legata al “mal di vivere”, al bullismo, alle dipendenze, alla solitudine a modelli culturali sbagliati. Su queste migliaia di esistenze spezzate è stata calato una vera e propria coltre di silenzio, un sudario di indifferenza che ne occulta il dolore. Perché, invece, questa attenzione ossessiva su pochi rari casi di suicidio medicalmente assistito e questo profondo silenzio assordante su questo grave disagio sociale?
Mentre si discute di come facilitare il decesso, si ignora il diritto di vivere con dignità. La Società Italiana di Cure Palliative denuncia una realtà drammatica: solo una persona su tre, tra chi ne ha diritto, riceve assistenza. La Legge 38 del 2010, un fiore all’occhiello della nostra legislazione, rimane in gran parte inattuata dopo 15 anni. Abbiamo più di due milioni di disabili gravi e sette milioni di family caregiver che vivono in uno stato di abbandono istituzionale. L’urgenza reale non è la siringa letale, ma garantire la cura e l’assistenza concreta a chi soffre. È la sofferenza che va eliminata, non il sofferente.
L’illusione dell’autodeterminazione assoluta
Il totem dell’autodeterminazione viene usato come un passe-partout etico. Ma se l’autodeterminazione fosse davvero un valore assoluto, dovremmo lasciare che l’anoressico si lasci morire di fame o che il depresso si suicidi senza intervenire. Invece, lo Stato impone il casco, le cinture di sicurezza e vieta l’autolesionismo perché riconosce che la vita è un bene che trascende la volontà del singolo.
Se vediamo un ragazzo su un ponte pronto a saltare, non gli diamo una spinta in nome della sua autodeterminazione; cerchiamo di dissuaderlo. Perché dovremmo agire diversamente se il “ponte” è un letto d’ospedale? L’autodeterminazione finisce dove inizia il bene comune e il dovere di solidarietà verso i più deboli.
Il valore pedagogico della legge: l’effetto “peso sociale”
Ogni legge educa. Ciò che la legge permette, col tempo, diventa percepito come giusto, normale e infine auspicabile. Se lo Stato include la morte tra le opzioni terapeutiche, invia un messaggio devastante ai fragili: “Puoi farti da parte”.
È qui che nasce il senso di colpa del malato o dell’anziano. In una società che valuta l’individuo in base alla sua produttività, chi non è più “utile” inizierà a sentirsi un peso, un costo per la famiglia e per la collettività. E poi: quanti di noi hanno avuto una mamma o una nonna disperata che voleva farla finita? Chi di noi avrebbe il cinismo di dirle, o farle capire: “Se vuoi farla finita ..lo Stato ti aiuta”?
Non è teoria: è ciò che sta accadendo nei Paesi che hanno intrapreso questa strada. Anche la Corte costituzionale stessa, nelle sentenze 135/2024 e 66/2025, ha avvertito del rischio di abusi e di pressione sociale proprio sui più vulnerabili.
Quando la compassione diventa un’iniezione letale, abbiamo smesso di essere umani.
La disperazione non è lucidità: un’esperienza personale
La Consulta pone tra i paletti per permettere il suicidio assistito la “lucidità mentale”. Ma chi cerca la morte per sofferenza non è lucido: è disperato. DJ Fabo, nella sua ultima lettera testamento scrisse ‘oramai le mie giornate passano nella disperazione e nella sofferenza non trovando più un senso alla mia vita’. Chi ha più paura di vivere che paura di morire non è lucido è semplicemente disperato.
Chi scrive ha conosciuto il cancro al pancreas. Ho vissuto quel dolore lancinante, quella disperazione, che ti porta a desiderare la fine. Se in quel momento di massima debolezza ci fosse stata una legge pronta a esaudire il mio desiderio di morte, oggi non sarei qui. Sono vivo grazie alle cure palliative e all’amore. La morte non lascia seconde possibilità, mentre la medicina e l’assistenza possono restituire il senso a un’esistenza che sembrava perduta.
Il pendio scivoloso: le lezioni dal mondo
I paletti della Corte Costituzionale sono già oggi oggetto di interpretazioni estensive pericolose, che rischiano di trasformare eccezioni drammatiche in prassi burocratiche. Ma cos’è, davvero, una “patologia irreversibile”? La storia della medicina è piena di risvegli inattesi, diagnosi smentite e guarigioni che la scienza di ieri riteneva impossibili. Ogni giorno nuovi studi cambiano radicalmente le terapie, trasformando condanne a morte in malattie croniche gestibili. L’unica cosa davvero irreversibile è la morte stessa. E quando la morte viene accettata come “terapia”, la vita smette di avere un valore intrinseco per diventare un bene a scadenza. Siamo su un pendio scivoloso dove il confine tra libertà e abbandono diventa invisibile
Quando si apre al “diritto alla morte”, cessa il “diritto alla cura”. Guardiamo all’estero. In Canada, Belgio e Olanda il sistema è sfuggito di mano. In Olanda, giovani donne come Zoraya ter Beek e Aurelia Browers, fisicamente sane ma affette da depressione o disturbi alimentari, sono state accompagnate alla morte. In Belgio, Siska De Ruysscher, 26 anni, non malata fisicamente ma solo depressa e abbandonata dal sistema sanitario, ha chiesto l’eutanasia.
Nei Paesi bassi, Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Oncology Practice, le tutele legali sull’eutanasia vengono sistematicamente ignorate, arrivando a circa 900 casi annui senza consenso esplicito e all’estensione della pratica a neonati e persone con demenza, dimostrando l’inefficacia dei controlli previsti. In Canada, i morti per eutanasia o suicidio assistito sono passati da circa 1.000 nel 2016 a 16.500 nel 2024. È la trasformazione della sanità in un sistema di gestione economica della sofferenza: uccidere costa meno che curare. Quando a una madre californiana, Stephanie Packer, viene effettivamente rifiutata la copertura per la chemio ma offerto il suicidio assistito perché economicamente più ‘sostenibile’ — un fatto realmente accaduto e documentato — capiamo di essere di fronte a un naufragio della coscienza
La dignità non dipende dall’autonomia
Si parla spesso di “morire con dignità”. Ma la dignità non è un attributo che dipende dalla bellezza, dalla forza o dalla capacità di intendere. Un neonato non è autonomo, eppure ha la massima dignità. Un malato terminale non perde un grammo della sua dignità umana perché dipende dagli altri.
È un atto di disonestà intellettuale terrorizzare i cittadini con lo spettro del dolore fisico al solo scopo di spingerli verso leggi di morte. La narrazione secondo cui in Italia non si possa già oggi morire con dignità è falsa: sia il codice deontologico medico che la legge 219 del 2017 garantiscono pienamente il diritto di rifiutare qualsiasi cura e di richiedere la sedazione terminale profonda. È la strada della dignità scelta, tra gli altri, dal Cardinale Martini, che permette di spegnersi senza dolore e senza accanimento, circondati dai propri affetti. La medicina moderna possiede già ogni strumento necessario — dalla terapia del dolore alle cure palliative — per garantire che nessuno debba morire soffrendo. Il problema, dunque, non è l’assenza di una legge sul suicidio, ma la carenza di investimenti: non servono nuove norme per morire, serve la volontà politica di applicare e finanziare quelle che abbiamo, per permettere a ogni cittadino di vivere con dignità fino all’ultimo istante.
Un appello alla coscienza
Non tutto è perduto. In Slovenia, un referendum ha bocciato l’eutanasia con il 53,5% dei voti. Hanno vinto chiamando le cose con il loro nome, difendendo gli anziani e i disabili non come pesi, ma come tesori. In Francia, il Senato sta mostrando una ferma resistenza.
L’Italia non ha bisogno di scorciatoie letali. Abbiamo bisogno di un Parlamento che trovi i 7-8 miliardi necessari per le cure palliative invece di stanziare cifre record per gli armamenti. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i malati, i disabili e che sappia onorare i propri anziani come radici, non come voci di spesa da tagliare.
Come ricordato da Papa Leone XIV, la vita va tutelata «in tutte le sue fasi, dal concepimento all’età avanzata, fino al momento della morte». La vera civiltà si misura da come si prende cura di chi non ha più nulla da offrire se non la propria fragile umanità.
Fermiamoci prima che il “diritto alla morte” diventi, per i più poveri e i più soli, un tragico “dovere di morire”
Ricordiamolo: la coscienza del mondo è contro la legge della morte. Dopo decenni di propaganda, solo 13 Paesi su 194 hanno legalizzato eutanasia o suicidio assistito. Davvero vogliamo essere il quattordicesimo?
di Antonio Brandi
presidente Pro Vita e Famiglia

