1) IL PENSIERO DI CARL SCHMITT: TEORIA DELLA GEOPOLITICA
Nel 1942, nel pieno del secondo conflitto bellico globale, un insigne giurista tedesco, Cattolico, studioso e teorico di diritto internazionale e pubblico, dà alle stampe un breve, semplice ed evocativo libello dal titolo “Terra e Mare – Una considerazione sulla storia del mondo raccontata a mia figlia Anima”. Il pensiero del troppo dimenticato Carl Schmitt ha radici che affondano nella religione cattolica e si incardina attorno alle questioni del potere e dell’attuazione del diritto, declinate sul piano del diritto pubblico, della filosofia e della geopolitica.
Siamo dinanzi ad un grande pensatore le cui immense opere sono state, purtroppo, in gran parte relegate ai margini della cultura ufficiale a mainstream a causa dell’immeritato stigma su di lui è stato riversato a fiumi per il sostegno che egli aveva prestato al regime Nazional-Socialista. Per comprendere la grandezza dello Studioso e delle sue tesi basti, comunque, pensare al fatto che queste sono state riprese da Autori del calibro di Mario Tronti e Massimo Cacciari (entrambi di fazione politico-ideologica opposta a quella di Schmitt), Giorgio Agamben e Diego Fusaro (entrambi filosofi a noi contemporanei che tanto hanno contribuito, negli ultimi anni, all’analisi del panorama sociologico, politico e culturale italiano).
All’elaborazione di Schmitt dobbiamo diversi concetti fondanti della filosofia politica ma, soprattutto, della geopolitica, ovvero della disciplina che si occupa di studiare i rapporti tra la geografia del Mondo e gli attori politico-sociali che in essa agiscono come su una scacchiera.
Tentare di comprendere la geopolitica senza aver prima compreso il pensiero di Schmitt è come navigare tra banchi sabbia e scogli al buio, senza sonar e con le macchine avanti tutta: un suicidio culturale ed analitico.
Schmitt elabora una teoria concettuale fondata sulla teorizzazione della “sovranità” (Souveranität), del “katéchon” (il “limite” o la “forza che trattiene il male”) e il “grande spazio” (Großraum), trasfondendo poi queste astrazioni concettuali in un dialogo dicotomico ed antinomico tra i concetti di “legalità e legittimità” (Legalität und Legitimität) e “hostis – inimicus” (la distinzione tra nemico e avversario, premessa del rapporto “amico-nemico” come criterio costitutivo della sfera del “politico”).
Tutti i concetti della dottrina dello Stato sono, nel pensiero di Smith, concetti teologici secolarizzati. In ciò, Smith lambisce il più grande filosofo sistematico moderno, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il quale si spinge fino a sostenere che la sovranità del monarca e quella del popolo non si escludano a vicenda, poiché il popolo si identifica con l’intero Stato. Secondo Hegel questo richiede l’assolutizzazione del concreto (il popolo) nell’astratto (lo Stato).
Il Popolo è lo Stato, lo Stato è il Popolo e la Sovranità è, quindi, del Popolo-Stato. Popolo, Stato e Sovranità divengono, così, tre concetti inscindibili in quanto frutto di tre realtà, tanto concrete quanto concettuali, che sublimano in un’indissolubile unità astratta (trascendente) e concreta (immanente) al contempo.
Lo Stato (ovvero il Popolo Sovrano in esso sublimato ad Unità) esercita, quindi, un monopolio sulla decisione politica, che per Schmitt coincide con la decisione su chi è avversario (Hinimicus, ovvero non amico) e nemico (Hostis): è questa per Schmitt la specifica distinzione politica che definisce la sfera del “politico” e quindi dello Stato. Il nemico non è un avversario in generale, ma è “essenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero”.
Declinando quanto appena esposto sul piano del diritto, anche internazionale, che cosa è “legittimo e legale”? È legittimo ciò che corrisponde all’interesse del Popolo-Stato (ovvero l’esercizio della Sovranità da parte del Popolo-Stato) come, al contempo, è e deve essere legale ciò che è Legittimo.
In politica estera è, di conseguenza, legittimo e legale l’esercizio della piena Sovranità da parte del Popolo-Stato, ne è invece illegittima e illegale la rinuncia, anche solo parziale.
2. LA VERITA’ SUL CONFLITTO USA-IRAN RIVELATA DA CARL SCHMITT
Svolte le necessarie premesse teoriche, ormai sempre più trascurate e relegate ai testi “accademici”, possiamo provare ad applicare le chiavi di lettura forniteci da Carl Schmitt all’attuale situazione geopolitica globale, concentrando la nostra attenzione sul sempre latente conflitto USA-Iran.
La guerra d’Iran, detta anche Terza Guerra del Golfo, ha preso avvio il 28 febbraio 2026 con un’operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili, industriali e leader politici e militari iraniani.
All’operazione israeliana è stato dato il nome “Ruggito del Leone”, mentre quella statunitense è stata denominata dal Dipartimento della Guerra USA “Furia Epica” (“Operation Epic Fury”). Israele e Stati Uniti hanno presentato la propria operazione come un attacco preventivo finalizzato a neutralizzare la capacità iraniana di arricchimento dell’uranio; l’Iran ha dichiarato l’aggressione illegale e non provocata, ed in risposta ha dato avvio all’operazione “Vera Promessa 4”, con il lancio di missili e droni contro Israele, installazioni statunitensi e obiettivi industriali in tutti gli Stati arabi del Golfo Persico, chiudendo inoltre lo stretto di Hormuz e provocando, così, gravi conseguenze globali sui prezzi e sulla disponibilità di materie prime energetiche e derivati.
Per rendere l’idea della magnitudo del conflitto basti considerare che il 22 giugno 2026 è stata lanciata dagli USA l’operazione Martello di Mezzanotte (Midnight Hammer), che a luglio 2026, momento in cui si scrive, rappresenta la più imponente operazione militare del terzo millennio, con oltre 125 velivoli impiegati.
Possibile che un’azione bellica tanto vasta, mastodontica e dispendiosa sia stata intrapresa da due stati (USA e Israele) solamente per ridurre le capacità iraniane di arricchimento dell’uranio? Dobbiamo senz’altro dubitare di tale lettura semplicistica fornitaci dalla versione ufficiale, considerato che questa capacità potrebbe essere utilizzata per scopi prettamente civili e che l’Iran non ha, da un lato, i vettori necessari a trasportare ordigni nucleari negli USA e che, dall’altro, in caso di necessità potrebbe facilmente acquisire sia ordigni che vettori dal suo storico alleato regionale, ovvero la Russia (che ne ha in strabordante eccesso), senza bisogno di riversare ingenti risorse in progetti di sviluppo dispendiosi e dall’esito geostrategico incerto, nonché potenzialmente forieri di attenzioni non richieste da parte degli USA o di Israele.
Ancora ed allo stesso modo dobbiamo domandarci se sia vero che gli USA attaccano militarmente l’Iran perché è una “dittatura teocratica” che rappresenta una vera minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, oppure se a questo attacco siano sottese motivazioni ben più profonde (addirittura più radicate di quanto non sia la storia stessa delle relazioni tra i due paesi) che non vengono mai tratteggiate dalla versione del mainstream.
Il vero movente dell’attacco è, in realtà, radicato nella posizione e nella conformazione geografica di USA e Iran, ed in questo articolo, ricorrendo all’aiuto del pensiero geopolitico di Carl Schmitt, cercherò di spiegare il perché a tutti i Lettori che avranno la pazienza di leggere sino alla fine.
Prima, però, chi scrive ha l’obbligo di ripercorrere brevissimamente tutti i conflitti che nell’ultimo secolo hanno sino ad ora contrapposto USA e Iran:
1953: l’operazione della Cia per rovesciare Mosaddeq: Mohammad Reza Pahleví, lo Scià dell’Iran, era stato per anni criticato dai nazionalisti iraniani per aver governato sotto la diretta influenza del Regno Unito e degli Stati Uniti, due potenze che vedevano l’Iran soprattutto come un vasto deposito di petrolio da tenere sotto controllo. Il primo ministro Mohammad Mosaddeq rappresentava l’esatto contrario: era il leader del movimento di nazionalizzazione del petrolio iraniano ed aveva osato strappare il controllo degli idrocarburi del suo Paese agli interessi anglo-americani. Il 19 agosto 1953, Mosaddeq fu rovesciato da un colpo di Stato organizzato dalla Cia con il nome in codice di Operazione Ajax. Il trono fu così restituito allo scià, disposto a concedere agli USA pieno ed incondizionato accesso al petrolio iraniano. Nel 1957, Washington si impegnò ad aiutare l’Iran a sviluppare l’energia nucleare per uso pacifico. Dieci anni dopo, nel 1967, gli Stati Uniti donarono all’Iran un reattore nucleare di ricerca. Nel 1968, le due nazioni firmarono congiuntamente un accordo di non proliferazione nucleare, in base al quale Teheran si impegnava a mantenere il suo programma strettamente civile: a fornire il nucleare all’Iran sono stati, quindi, gli USA medesimi.
1979: la rivoluzione in Iran e la fine delle relazioni diplomatiche con gli Usa
Nel gennaio 1979, lo scià Mohammad Reza Pahlavi, da decenni fedele alleato di Washington, fuggì dall’Iran a causa di un’ondata di proteste popolari. L’ayatollah Ruhollah Khomeini, di rientro dall’esilio, proclamò la Repubblica islamica. Il 4 novembre 1979, un gruppo di studenti iraniani prese d’assalto l’ambasciata statunitense a Teheran chiedendo l’estradizione dello Scià, che si trovava negli Stati Uniti per ricevere cure mediche. Furono presi in ostaggio 52 cittadini americani e prese avvio una crisi che durerà 444 giorni. Washington interruppe le relazioni diplomatiche con Teheran nell’aprile del 1980. Da allora, i due Paesi non hanno mai più avuto ambasciatori, né linee dirette, né un’architettura diplomatica consueta. Tutti i negoziati tra i due Paesi sono sempre stati condotti attraverso intermediari (Oman, Svizzera, Qatar), come se fossero due potenze in piena guerra.
Gli anni ’90 e il consolidamento dell’isolamento dell’Iran
Per tutti gli anni Novanta, Washington stringe l’assedio economico all’Iran. Il 30 aprile 1995, il presidente Bill Clinton annunciò un embargo totale sul commercio e sugli investimenti con l’Iran, accusandolo di finanziare il terrorismo internazionale. L’elenco dei gruppi che Washington attribuiva all’influenza di Teheran era lungo: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica e palestinese nei territori palestinesi. Le sanzioni non riuscirono a isolare completamente l’Iran, ma sottoposero la sua economia a una pressione cronica che, decenni dopo, sarebbe rimasta il principale strumento di coercizione degli Stati Uniti.
2002: Bush, l'”asse del male” e il programma nucleare
Il 29 gennaio 2002, quattro mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, il presidente statunitense George W. Bush pronunciò al Congresso le parole che avrebbero definito un’epoca: Iran, Iraq e Corea del Nord formavano un “asse del male”, regimi che a detta degli USA sostenevano il terrorismo e minacciavano la pace mondiale. Per Teheran, questa era una dichiarazione di guerra occulta.
2019-2020: l’accusa di terrorismo di Stato
Nell’aprile 2019, l’amministrazione Trump ha compiuto un passo senza precedenti, designando le guardie rivoluzionarie, il corpo d’élite delle forze armate iraniane, come organizzazione terroristica. È stata la prima volta che gli Stati Uniti hanno applicato tale etichetta a un ramo delle forze armate di uno Stato sovrano. Il 3 gennaio 2020, il generale Qasem Soleimani, secondo uomo più influente dell’Iran dopo la Guida Suprema, architetto dell’influenza regionale di Teheran e comandante della Forza Quds, è stato ucciso da un drone statunitense all’aeroporto di Baghdad. Trump ha affermato che Soleimani stava pianificando un attacco “imminente” contro i diplomatici e le forze statunitensi in Iraq. L’Iran ha risposto con missili balistici contro le basi irachene che ospitano le truppe statunitensi.
2023-2025: verso la guerra totale tra Usa, Israele e Iran
L’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, che causò la morte di circa 1.200 persone e la cattura di 251 ostaggi, innescò una spirale di conseguenze. Dopo la reazione israeliana, L’Iran ha attivato la sua rete di alleati regionali, il cosiddetto “Asse della Resistenza”: Gli Houthi nello Yemen hanno attaccato il traffico navale nel Mar Rosso, Hezbollah ha lanciato razzi dal Libano e le milizie iraniane hanno attaccato più di 200 volte le basi statunitensi in Iraq e Siria. Nel 2024 il confronto tra Israele e Iran è passato da indiretto a diretto, con scambi di attacchi tra i due Paesi. Nel giugno 2025, durante la guerra dei dodici giorni (13-24 giugno) tra Israele e Iran, gli Stati Uniti hanno attaccato tre impianti nucleari iraniani.
2026: le operazioni degli Usa in Iran, “Il Ruggito del Leone” e la “Furia Epica”
Il 28 dicembre 2025, il crollo della valuta iraniana innescato dalle tensioni internazionali in corso ha scatenato proteste di massa nei principali mercati di Teheran. Nel gennaio 2026, il principe ereditario iraniano in esilio ha invitato alla mobilitazione e milioni di persone hanno risposto. Trump ha reagito minacciando di intervenire militarmente per difendere i manifestanti, anche se i suoi avvertimenti si sono presto spostati sul programma nucleare. Il 28 gennaio Washington ha dispiegato nella regione i gruppi da battaglia delle portaerei USS Abraham Lincoln e USS Gerald Ford, insieme a decine di jet da combattimento, aerocisterne e sistemi di difesa aerea, nel più grande dispiegamento di aerei navali in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq del 2003.
Avendo chiara l’evoluzione storica dei rapporti politici, diplomatici e militari tra i due paesi, possiamo ora passare all’analisi della rivalità USA-Iran sotto la lente del pensiero geopolitico Schmittiano.
Per poter procedere lungo questa via, dobbiamo porci due domande preliminari: (1) USA e Iran sono “hostis” (nemici) o “inimici” (avversari)? (2) E se sono l’uno piuttosto che l’altro, perché sono legati da tale forma di rapporto?
La risposta alla prima domanda si evince facilmente dall’appena svolto breve excursus cronologico dei rapporti tra Iran e USA nell’ultimo secolo: i due paesi sono ostili, e quindi “hostis”, in quanto la costante tensione che tra questi intercorre senza interruzione alcuna non dipende da mere contingenze storiche o politiche, ma riflette una rivalità che trova origine e fondamento in caratteri strutturali ed ineludibili dei due Paesi.
Questi caratteri sono essenzialmente geografici o, comunque, derivati da influenze geografiche sull’antropologia e la cultura dei popoli che abitano i rispettivi territori.
Gli Stati Uniti si affacciano su due oceani, il Pacifico ad Ovest e l’Atlantico ad Est. Questa caratteristica li favorisce nell’immediata proiezione marittima su tutto il globo terraqueo, permettendo agli USA di allungare i propri tentacoli militari e commerciali sui due più grandi e rilevanti oceani del globo. Inoltre, collegando le due coste (East Coast e West Coast) per il tramite di infrastrutture di trasporto terrestri (ad esempio, ferrovie come la First Transcontinental Railroad, completata già nel 1869), si possono trasportare merci, beni, persone e armamenti da una costa all’altra con relativa facilità e velocità. Queste due caratteristiche consentono agli USA di dominare il globo terraqueo esattamente come i Romani riuscirono a dominare il Mediterraneo (detto, appunto, il “Mare Nostrum”) grazie all’accesso immediato al mediterraneo occidentale ed orientale consentito dalla strategica posizione della penisola Italica, che taglia esattamente in due il Mar Mediterraneo.
Gli USA sono, quindi, una potenza marittima, esattamente come lo furono, nella Storia, Atene, Cartagine, la Spagna tra il 1400 ed il 1600 e l’Inghilterra tra il 1700 e la prima metà del ‘900. In un certo senso, sempre seguendo l’elaborazione e le categorie analitiche di Carl Schmitt, possiamo affermare senza timore di cadere in errore che gli USA ed il loro impero sono oggi gli eredi “diretti” delle grandi potenze marittime della Storia che in alcuni frangenti hanno dominato il mondo, ed in particolare dell’Inghilterra, la cui posizione di dominio globale si è trasferita, al termine della Seconda Guerra Mondiale e quasi senza soluzione di continuità, in capo agli USA (tale fenomeno è conosciuto come “translatio imperii”).
Passiamo ora all’Iran. Il territorio dell’attuale Iran coincide con il nucleo storico dell’antica regione della Perside (dove nacque, appunto, la civiltà Persiana, fondatrice dell’Impero Achemenide che, dal VI sec. a.C. sino al 331 a.C., anno in cui Alessandro Magno vi pose fine, fu il più vasto Impero dell’Antichità) e si situa su un altipiano montuoso compreso tra la catena dei Monti Elburz a Nord (che scorre lungo la costa meridionale del Mar Caspio) e quella dei Monti Zagros a Sud (che corre lungo la costa del Golfo Persico). Due rilievi appaiono subito evidenti anche all’occhio meno esperto: (i) l’Iran ha anch’esso accesso a due mari, ma uno interno (il Mar Caspio, di scarso rilievo commerciale e strategico se considerato su scala globale) e l’altro “esterno” (il Golfo Persico che, però, per via della strettoia di Hormuz è anch’esso una sorta di mare interno; (ii) per accedere ad entrambi questi “mari” i popoli iranici, che da sempre abitano l’altopiano iranico centrale, devono superare due barriere naturali, ovvero le catene dei Monti Zagros e dei Monti Elburz di cui si diceva poc’anzi.
La conseguenza di questa peculiare condizione geografica è che l’Iran non ha capacità di proiezione marittima e, quindi, può dispiegare la propria potenza solamente nel controllo terrestre del proprio territorio. Se da un lato, come è tipico di tutti i territori in cui nascono le grandi potenze terrestri (come, ad esempio, Russia e Cina), l’Iran è naturalmente protetto dalle aggressioni esterne da grandi barriere naturali difficili da valicare, oltre che caratterizzato da un territorio praticamente impossibile da conquistare e controllare per una potenza straniera, dall’altro queste stesse barriere naturali divengono il confine e l’orizzonte che occlude l’espansione di potenza dei popoli che vi abitano.
L’Iran è, quindi, una potenza di terra la cui posizione geografica, tuttavia, è assolutamente strategica perché si trova, per usare le espressioni coniate dal geopolitico inglese Sir Halford Mackinder, al centro dell’Isola Mondo (ovvero il macro-continente costituito da Asia, Africa ed Europa), in quello che potremmo definire l’Heartland, la “Terra-Cuore”. Insomma, controllare l’Iran diventa fondamentale per controllare la “confluenza” tra i tre continenti più importanti del mondo: Asia ed Africa, i più grandi e ricchi di risorse, ed Europa, il più ricco sul piano produttivo ed il più densamente popolato.
Per Mckinder, la cui teoria geopolitica si fonda sulla contrapposizione tra mare e terra sullo stesso solco di quella di Schmitt, “l’Heartland è il territorio delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico ed a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. L’Heartland è il cuore pulsante di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia”.
Da qui la frase che riassume l’intera concezione geopolitica di Mackinder: “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Ma per controllare l’Heartland e proiettare questa potenza sull’Isola Mondo è indispensabile avere il pieno controllo della regione che rappresenta il “confluente” tra i due macro-continenti del mondo (Asia ed Africa). Tale regione è rappresentata dal Medio-Oriente, inteso come quell’Area che va dal Mediterraneo ad Ovest al Karakorum (sul confine tra Pakistan ed India) ad Est.
Lo scontro tra USA ed Iran si muove, perciò, sulla faglia della dimensione geografica e delle conseguenti categorie antropologiche e culturali che determinano il millenario ed eterno scontro tra potenze di terra e potenze di mare come individuato e teorizzato da Carl Schmitt (ad esempio, ponendo al primo posto sempre la potenza di terra, gli scontri tra: Sparta e Atene, Persiani ed Ellenici, Roma e Cartagine, Francia ed Inghilterra, Russia ed Inghilterra, Russia e USA).
L’attuale conflitto USA-Iran rappresenta, perciò, l’ultimo esito di un vero e proprio conflitto esistenziale per il dominio del globo terrestre, che gli USA stanno da oltre tre decenni cercando di conquistare, senza sino ad ora riuscirvi. Per farlo, infatti, dovrebbero prendere possesso prima dell’Heartland e, poi, dell’Isola Mondo. Quindi, per tradurre il tutto sul piano degli attuali confini politici, per dominare l’Heartland gli USA dovrebbero acquisire il dominio su Russia ed Iran. Tuttavia, il cuore pulsante di queste due potenze è inaccessibile alla proiezione degli USA, che ha una dimensione squisitamente marittima.
Occorre immaginare, infatti, la potenza di mare come un kraken che si prodiga, con le proprie propaggini tentacolari (le flotte), nel tentativo di stritolare la potenza di terra, che di tutta risposta si chiude su se stessa proteggendo il proprio cuore pulsante ed attingendo alle vastissime risorse dell’ampio territorio di cui ha il pieno controllo.
Gli scontri tra potenze di terra e di mare terminano solamente nel momento in cui l’una o l’altra, dopo essersi trasformate in una potenza anche della natura opposta ed aver proiettato la propria potenza anche sulla dimensione a sé meno confacente (come fecero, ad esempio, Sparta vincendo Atene, Roma vincendo Cartagine e l’Inghilterra vincendo la Francia), giungono al cuore della potenza avversaria annientandola.
La Storia sino ad ora ci ha insegnato una lezione che non possiamo trascurare: in questo scontro titanico, alla lunga hanno sempre prevalso le potenze di terra che, anche coalizzandosi tra loro, sono sempre riuscite a trasformare le imponenti risorse attinte dal proprio vasto territorio in una capacità di proiezione marittima in grado di devastare l’avversario sul suo stesso terreno prediletto: il mare. Inoltre, influisce su tale esito un ineludibile fattore geografico: il “cuore pulsante” delle potenze di mare si trova sulle coste, ed è quindi facilmente accessibile, mentre quello delle potenze di terra si trova al centro di aree continentali inaccessibili protette da barriere geografiche sostanzialmente invalicabili (catene montuose, fiumi, deserti) sulle quali è facile organizzare ed attestare una difesa.
Se così dovesse accadere anche questa volta, avrebbero più da temere gli USA che non l’Iran e, forse, questa è la motivazione ancor più recondita della convulsa e sconclusionata azione militare che gli stessi hanno intrapreso verso l’Iran.
Vedremo se anche in questo caso, come ebbe a scrivere il grandissimo Marco Tullio Cicerone, “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” (La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità – Cicerone, De Oratore, II, 9, 36).

