Cari lettori,
avrei voluto continuare questo percorso assieme parlando con voi dell’8 marzo appena trascorso come un momento di festa, come è sempre stato in passato, ma anche, e in questi ultimi anni soprattutto, come giornata di riflessione in tutto il mondo su quella che è la situazione lavorativa, sociale, familiare, delle donne oggi.
Ed in effetti, assieme ad esperti psicoterapeuti ed avvocati, invitati dal movimento studentesco “Siamo Futuro” dell’Università di Bergamo, avevamo preparato un convegno il cui titolo era eloquentemente ed incondizionatamente dalla parte delle donne: 8 MARZO – INSIEME PER LEI.
Personalmente, avrei dovuto parlare, ed alla fine ho parlato pur tra mille difficoltà e tensioni, della presenza delle donne nelle Forze Armate e nelle Forze di Polizia: quali problemi di carriera, logistici, di accettazione, hanno incontrato in questi anni e cosa hanno apportato di positivo nelle organizzazioni militari di appartenenza.
Perché, vi domanderete, per parlare delle donne oggi, abbiamo dovuto superare difficoltà e tensioni? Voi direte: perché si era infiltrato un gruppo misogino?
No! al contrario! Perché essendovi, tra i relatori, una avvocato referente (quindi donna, quindi offesa due volte, come professionista e come donna appunto)
territoriale di Pro Vita e Famiglia, un gruppo di facinorosi e facinorose, della
sedicente organizzazione “non una di meno”, ha pensato bene di occupare l’aula del convegno prima ancora che iniziasse, lanciando slogan offensivi – tra l’altro anche nei miei riguardi, cosa che ho provveduto immediatamente a segnalare alla Procura della Repubblica – ed impedendoci di esercitare il nostro sacrosanto diritto di
esprimere liberamente le nostre idee. Il tutto sotto lo sguardo vigile ma impotente delle forze di polizia presenti.
L’Università, bontà sua, metteva la classica toppa al buco, dandoci modo di riunirci in una saletta, quando oramai molti degli ospiti erano andati via, per il ritardo
dell’inizio dei lavori, e per la paura di conseguenze fisiche nel restare in Università.
E situazioni del genere si sono verificate in altre parti d’Italia.
Concludo questa mia breve riflessione con alcune domande, affatto retoriche:
E’ possibile, cari lettori, nel 2025 non avere diritto di parola in un Paese che si ritiene democratico?
E’ possibile che donne impediscano ad altre donne di parlare, solo perché non la pensano come loro comandano?
E’ possibile che in quello che dovrebbe essere il Tempio della cultura, del rispetto reciproco, della tolleranza: l’UNIVERSITA’, ci si debba quasi nascondere per paura di aggressioni o ritorsioni?
E’ possibile superare una volta per tutte odi, rancori, violenza verbale – e qualche volta fisica – solo perché non siamo tutti allineati e coperti dietro il pensiero unico che va più di moda?
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

