Cari lettori,
il 21 maggio avevo ricordato con Voi l’attentato in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta.
Oggi, per il 19 luglio, in quella che ho definito “una sanguinaria strategia portata avanti con impressionante regolarità”, vorrei parlarvi della strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi (cui spetterà il triste primato di essere la prima donna della Polizia di Stato a morire in servizio), il capo-scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina. Ci fu un unico sopravvissuto, Antonino Vullo, che rimase ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta.
Qualcuno potrà tacciarmi di essere un campione del senno del poi, ma io veramente lessi nel viso di Borsellino, in un momento del funerale di Giovanni Falcone, una sua chiara consapevolezza dell’imminente morte. Ricordo che il Dott. Borsellino era seduto, dentro la Chiesa di San Domenico, al termine della cerimonia funebre per Giovanni Falcone e gli altri, su una sedia posta al di fuori del corpo centrale della Chiesa, in un locale attiguo che probabilmente portava ad una uscita laterale, ed era illuminato dal sole.
Era lì, circondato dalla scorta, quando i miei occhi incrociarono i suoi. Vidi un uomo affranto, stanco, con uno sguardo che non trasmetteva però paura o dolore, ma piuttosto sconforto, dispiacere, come se si rendesse conto della ineluttabilità della sorte che gli era stata promessa da Cosa Nostra, e che lo Stato non sarebbe stato in grado di evitare, come poi accadde. Ma d’altronde, anche se io non ne ero a conoscenza, già pochi giorni prima di essere ucciso Paolo Borsellino aveva parlato di sé stesso come di un “condannato a morte”, perché sapeva di essere nel mirino e sapeva che difficilmente la mafia si sarebbe lasciata sfuggire una sua vittima designata.
Il giorno dell’attentato era una domenica di sole e di caldo, come era ovvio per l’estate siciliana, ed io ero al mare, a Terrasini, in un posto bellissimo, quando di nuovo il famoso teledrin, che già mi aveva avvisato della morte di Falcone, si mise a vibrare nuovamente facendo comparire il numero della sala Operativa del II° Gruppo della Guardia di Finanza di Palermo. Immediatamente capii che era accaduto ancora una volta qualcosa di osceno, di vigliacco, ed infatti ne ebbi la conferma quando telefonai al comando. Ovviamente feci subito ritorno in città per mettermi a disposizione, come già fatto dopo la strage di Capaci.
Quella notte, in un clima di vero e proprio stato di guerra, il Governo con l’allora Ministro Martelli reagì duramente. Fui presente ad una riunione d’urgenza in cui venivano richiamati in servizio tutti gli Ufficiali alla sede di Palermo, per essere impiegati, assieme ovviamente a funzionari della Polizia di Stato, Ufficiali dei Carabinieri e a centinaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri, come scorta per il trasferimento in massa, nottetempo, di circa trecento mafiosi detenuti all’Ucciardone, nei molto più duri penitenziari dell’Asinara e di Pianosa.
Ma la cosa che mi fece davvero paura fu la reazione di tanti uomini e donne, poliziotti o semplici cittadini, durante i funerali degli agenti uccisi. Il 21 luglio infatti, nella Cattedrale di Palermo, si svolsero le esequie dei ragazzi della scorta ai quali partecipò tutta la città, e che furono caratterizzati da grandi contestazioni, in particolare nei confronti del neopresidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, che fu costretto a uscire da una porta secondaria al termine della messa tra spintoni e lancio di oggetti, mentre l’allora Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, cercava di frapporsi tra chi protestava e il Presidente, prendendo egli stesso pugni e calci. Era ovviamente una reazione rabbiosa di frustrazione nei confronti di chi, in quel momento, rappresentava il fallimento totale dello Stato e la vittoria, che però ne segnerà l’inizio della fine, della sanguinaria mafia corleonese.
Ricordo che nei giorni successivi andai in via D’Amelio, distante dal mio alloggio nemmeno un chilometro, e ancora si sentiva nell’aria l’odore feroce della morte che aveva nuovamente insanguinato la città.
Su cosa hanno comportato gli eccidi di Falcone e Borsellino in termini di lotta alla mafia, potremmo scrivere non uno, ma decine di libri. Riforme penali e processuali, lotta alle mafie con nuovi strumenti, anche finanziari, la condanna al carcere a vita per decine di criminali, ma in questa sede voglio sottolineare un altro tipo di vittoria, la vittoria morale dell’Italia perbene su quella del male. Il sacrificio dei due magistrati, che però lo Stato aveva il dovere di evitare e che non potrà mai essere perdonato, suscitò uno sdegno tale, una rabbia tale, mai provata probabilmente prima anche in occasione di altri efferati crimini contro uomini delle istituzioni, che fece finalmente sorgere a Palermo, in tutta la Sicilia, in tutti il meridione e in tutta Italia, la consapevolezza genuina che bisognava ripudiare ogni forma di criminalità, e che doveva invece essere affermato senza se, e senza ma, il principio sacrosanto di legalità e di onestà.
Oggi nessuno mette più in dubbio l’esistenza stessa di Cosa Nostra, ancora viva per quanto ferita, e nessuno più ne giustifica l’operato, cosa che in passato era purtroppo avvenuto.
Oggi i giovani nelle scuole, nelle associazioni, nelle famiglie, ma possiamo dire l’intera società italiana, è consapevole dei danni che causa la criminalità organizzata in ogni settore, e sono oramai forti gli anticorpi per rigettare quel cancro, grazie anche e soprattutto al sacrificio di eroi moderni come Falcone e Borsellino.
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

