Cari lettori,
quante volte avrete sentito quel proverbio che dice “meglio un brutto processo, che un bel funerale”? Ecco, questa frase, che ho sentito ripetere per quarant’anni da colleghi più anziani, o che facevano servizio “su strada” e quindi più esposti, per così dire, a situazioni potenzialmente pericolose, racchiude per intero la tragica vicenda del Brigadiere dei Carabinieri, Carlo Legrottaglie, e dei due poliziotti finiti indagati. Si perché alla fine, al povero Legrottaglie, che doveva andare in pensione dopo pochi giorni, è spettato un bel funerale (di Stato), mentre ai colleghi della Polizia, che sono intervenuti per assicurare alla giustizia due pericolosi criminali, per ora si prospetta un brutto processo.
Non mi soffermo sugli aspetti della vicenda, che oramai è abbastanza nota nelle sue fasi salienti: la pattuglia dei carabinieri che incrocia i malviventi nelle campagne di Francavilla, il conflitto a fuoco dove perde la vita il Brigadiere, la caccia ai banditi, l’altra sparatoria con i poliziotti, l’arresto di uno dei due, la morte dell’altro.
Questa è l’arida rappresentazione della cronaca, a cui non c’è molto da aggiungere, mentre mi premono altre riflessioni, senza volontà di polemica, ma che richiedono una risposta.
La prima domanda che mi pongo è perché, ancora a sessant’anni, un carabiniere, un Brigadiere Capo, che ha raggiunto l’apice della sua carriera di Sovrintendente, è su una radiomobile a scontrarsi a fuoco con banditi spietati? Perché non è in ufficio o magari impegnato, vista sicuramente la sua grande esperienza anche umana, come carabiniere di quartiere? La vicenda me ne riporta alla memoria un’altra, diversa eppure simile. Ricordo, qualche anno fa, la morte per infarto di un poliziotto di 53 anni, Diego Turra, durante i tafferugli con gli attivisti No borders. I No borders, sono gruppi, movimenti che effettuano manifestazioni, blocchi stradali, occupazioni e campagne in favore dei migranti, spesso irregolari, e che avevano occupato l’ex caserma dei Vigili del fuoco di Ventimiglia. L’Assistente Capo Turra, come riportarono i giornali di allora, era reduce da un intenso e difficile servizio di ordine pubblico avvenuto nelle ore precedenti, stava effettuando insieme ad altri agenti un servizio di perlustrazione a piedi lungo la massicciata ferroviaria, il 4 agosto, in piena estate, quando venne colpito da un attacco cardiaco. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che le forze di polizia italiane hanno oramai un’età media di 50 anni, e che certe situazioni di grande stress psicofisico richiedono invece la forza e la resistenza della gioventù. Probabilmente Legrottaglie e Turra sarebbero morti lo stesso, anche se avessero avuto dieci anni di meno, oppure no, non possiamo saperlo, ma il concetto che resta valido è che su strada, nei servizi di ordine pubblico, a rincorrere banditi, non ci dovrebbe essere un uomo che spesso, a quella età, è anche nonno!
La seconda riflessione riguarda l’avviso di garanzia, cosiddetto atto dovuto, emesso nei confronti dei due poliziotti dalla Procura di Taranto, sembrerebbe per omicidio colposo.
Ecco, la cosa ha indignato milioni di cittadini, e gran parte della politica italiana, mentre un’altra parte, come di consueto quando si tratta di poliziotti, preferisce tacere e voltarsi altrove.
Tantissimi italiani si sono indignati (basta vedere i commenti sui social) perché ancora una volta, a fronte di un fatto grave, dove è chiarissimo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, a finire nel richiamato “brutto processo” sono ancora una volta i primi, i buoni, i poliziotti.
Tecnicamente, come sappiamo oramai tutti e come dice la parola stessa, l’avviso di garanzia è una forma di tutela nei confronti dell’indagato, che così può partecipare, assieme al difensore ed ai consulenti eventualmente nominati, agli accertamenti tecnici non ripetibili di cui all’art. 360 del c.p.p.
Tutto vero, tutto giusto, ma allora perché tanta indignazione che nasce spontaneamente come sentimento popolare? La risposta è semplice e difficile da capire allo stesso tempo. E’ difficile da capire per chi vive le vicende in maniera distaccata, per chi non sa calarsi nelle situazioni, per chi si occupa di diritto in maniera impersonale, oserei dire glaciale; è facile da capire invece per chi ha la sensibilità di comprendere gli stati d’animo, per chi capisce come può sentirsi chi, in quel lavoro, quello del poliziotto o del carabiniere, che spesso è una missione, ha messo tutto sé stesso. Ci ha messo il suo desiderio innato di servire la collettività, la sua sete di legalità, l’amore per la giustizia, e finire anche solo temporaneamente dall’altra parte della barricata, con i cattivi, è il peggior tradimento e la peggiore disgrazia che gli possa capitare. E’ il sentirsi agli occhi della gente, anche se lui sa di non esserlo perché ha soltanto fatto il proprio dovere, uno spergiuro, un traditore del giuramento prestato all’atto dell’arruolamento, quando alla formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni», ha gridato, con il cuore pieno di orgoglio e commozione: “LO GIURO”!
Cosa si può fare quindi?
Si può fare intanto di più di quello che è stato fatto con il recente “Decreto Sicurezza”, che concede ai poliziotti indagati l’anticipo di diecimila euro per affrontare le spese legali. Ma ovviamente non è solo un mero problema economico, di impiego in servizio limitato, di carriera bloccata, di un possibile trasferimento, tutte cose devastanti per lui e per la sua famiglia, ma forse è anche e soprattutto un problema morale.
Tempo fa si era parlato di “scudo legale” per i poliziotti, ma ancora una volta una parte politica è insorta.
Altri propongono che non si dovrebbe procedere con l’avviso di garanzia automatico, ma effettuare prima accertamenti in cui sia l’amministrazione a rappresentare gli operatori nelle fasi iniziali di verifica.
Io suggerirei una modifica della procedura senza però far mancare la garanzia della difesa a partecipare agli accertamenti disposti dalla procura. Si potrebbe cioè prevedere di citare in giudizio, anziché l’operatore di polizia, il suo ministero di riferimento (Difesa, Interno, Economia e Finanze, Giustizia) che a sua volta potrebbe nominare difensori e consulenti tecnici, fino a quella fase in cui diverrebbero evidenti o meno le responsabilità penali in carico agli agenti.
Si può fare? Ci sono altre soluzioni? L’importante è non strepitare e strapparsi i capelli, come ho visto fare da tanti che hanno il potere di cambiare le leggi, ma di agire, subito!!
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

