Verona, 18 aprile 2025 – Una lunga, meditata, commovente parentesi da emergenze, tormenti, banalità. Ha visto sottostare alla croce della passione del Venerdì Santo circa cinquemila partecipanti alla Via Crucis serale che, in Arena, hanno occupato circa metà dello spazio totale messo a disposizione per la “Chiamata alla pace” presieduta dal vescovo, mons. Domenico Pompili (Roma, 21 maggio 1963, ordinato sacerdote il 6 agosto 1988 per la diocesi di Anagni-Alatri, nominato vescovo della Diocesi di Verona da papa Francesco il 2 luglio 2022, con cerimonia solenne d’insediamento il 1° ottobre successivo), voce orante d’ogni singola stazione.
Un evento d’ascolto e riflessione organizzato per il terzo anno consecutivo dalla Chiesa di Verona, in collaborazione con Comune e Fondazione Arena e trasmesso in diretta da Telepace.
Le 14 stazioni sono state intervallate dagli impatti emozionali della CPAG Band (www.cpgband.it), musicisti e cantanti di CCM (Contemporary Christian Music), italiana ed anglosassone, del Centro di Pastorale Adolescenti e Giovani, provenienti da varie parti della diocesi scaligera, supportati da un centinaio di appartenenti a corali giovanili veronesi.
I testi dei monologhi, scritti da mons. Martino Signoretto, sono stati interpretati da Noemi Valentini e Stefano Vantini della scuola di teatro Altri posti in piedi (www.altripostiinpiedi.it) di San Giovanni Lupatoto (Verona). Esempi di santità (ed anche, purtroppo, d’efferatezza) sono stati proposti nel confronto col Mistero della Croce. Dalla storia sono riemersi, così, Giovanna d’Arco, Robert Oppenheimer, Hanna Arendt, Dante Alighieri, Francesco figlio di Pietro di Bernardone, Rosa Parks, Albert Einstein, Rita da Cascia, Adolf Hitler, Simone Weil, Gandhi, Edith Stein, Carlo Acutis, Madre Teresa.
L’intervento conclusivo del vescovo ha preso avvio dal concetto sacro che “il conflitto divide, la preghiera unisce”.
Mons. Domenico Pompili – Siamo di nuovo qui, in questa meravigliosa Arena per l’ennesima “chiamata alla pace”. Ce lo chiede urgentemente l’umanità di oggi.
Abbiamo ascoltato 14 voci, molto diverse tra di loro: 7 donne e 7 uomini, che si sono confrontati con Gesù crocifisso. In un modo o nell’altro con Gesù Cristo ci si deve misurare; con il suo amore disinteressato ci si deve confrontare, davanti ad un uomo disposto a morire per i propri nemici non si può far finta di niente.
Non più tardi della scorsa settimana, con un piccolo gruppo di pellegrini, sono stato nella terra di Gesù: a Nazareth; sulle rive del lago di Tiberiade; a Betlemme; sul Monte degli Ulivi; e poi a Gerusalemme per pregare presso il Muro del Pianto, per ammirare la Spianata delle Moschee e per celebrare dentro il Santo Sepolcro, sulla pietra dove Gesù è risorto.
Sono tante, è vero, le guerre in atto; al punto che rischiamo di abituarci a questa “guerra mondiale a pezzettini” come la chiama (verbo ancora al presente, prima della scomparsa del Santo Padre, il 21 aprile 2025, n.d.r.) Papa Francesco. Ma la Terra Santa è un “barometro” infallibile della condizione globale perché è come l’ombelico del mondo. Per questo la Terra Santa è ancora senza pace. Tuttavia, nessuno ha dimenticato che proprio qui in Arena, il 18 maggio scorso, Maoz Inon, israeliano che ha perso i genitori nell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e Aziz Sarah, palestinese al quale l’esercito israeliano ha ucciso il fratello, si sono abbracciati, proprio qui davanti al Papa. Anche noi in Terra Santa abbiamo incontrato tanti volti addolorati, percepito un mare di dolore, ma al tempo stesso siamo stati sorpresi per aver incontrato diverse persone colpite dalle conseguenze del conflitto, che non mostrano risentimento, che manifestano un alto grado di disarmante mitezza. Per questi sorprendenti testimoni che non fanno cronaca, ma fanno storia, il desiderio di scommettere sull’amore di Gesù crocifisso non è venuto meno, nonostante le ingiustizie subite e l’uccisione di migliaia di innocenti.
Questa sera in Gesù crocifisso, abbiamo contemplato un uomo che crede nella pace anche se processato e deriso; egli crede nella pace anche se inchiodato sulla croce. La testimonianza di quest’uomo di pace, mite, giusto, innocente si avverte tangibilmente nella città santa di Gerusalemme. Il profeta Isaia, pensando a Gerusalemme non esita ad affermare che sarà “casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,7). Il conflitto divide, la preghiera unisce. Nel conflitto si pensa alla terra, nella preghiera al cielo; nel conflitto gli altri sono da eliminare, nella preghiera gli altri sono da affidare. Nella preghiera tutti i popoli possono ritrovare la loro vocazione di essere costruttori di pace.
Siamo avvertiti che la passione di Gesù non si è conclusa nel 30 d. C., ma si prolunga in tutti i crocifissi della storia, a qualunque popolo appartengano. Non resta che pregare insieme, ognuno come può perché tutte le croci fioriscano, perché diventino alberi di giustizia e di pace, finché giustizia e pace non si baceranno.
Servizio, foto e video di
Claudio Beccalossi
FOTO-DIARIO
















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