Il percorso culturale
Viviamo in un’epoca molto interessante e ricca di spunti, anche se i nostri tempi appaiono spesso caotici e tesi. Le nuove tecnologie digitali ci hanno aperto nuove opportunità di relazione, di studio e di divertimento: personal computer, telefoni cellulari e social network sono diventati ormai uno strumento di lavoro. I mezzi di trasporto e i voli low-cost hanno dato a molti individui, soprattutto giovani, la possibilità di esplorare regioni e luoghi prima difficilmente o raggiungibili. I pagamenti elettronici e l’utilizzo di nuove piattaforme di comunicazione hanno reso il pianeta un unico spazio esteso, dove i confini e le frontiere sono state di fatto superate dall’accesso a informazioni e a possibilità senza limiti.
Eppure nei nostri tempi serpeggia anche la paura. Le tensioni internazionali che si concentrano in alcune aree del globo dove si consumano conflitti bellici, i fenomeni come il terrorismo e l’incertezza economica, sono lo sfondo dove altri fattori – tipicamente demografici come lo spostamento degli abitanti dalla campagna alla città o come le migrazioni – causano a loro volta ulteriori interrogativi.
Di fronte a questo quadro, che aumenta di complessità, gli stati e le città si trovano ad affrontare nuove questioni, che sono sinteticamente racchiuse nel titolo di questo Festival della Geografia di Bardolino, settima edizione: “Mura e porte, le città tra dialogo e difesa”.
Tutte le organizzazioni che vivono sul territorio, siano esse grandi o piccole, locali o internazionali nella loro minuta o vasta estensione, hanno la necessità di aprirsi alle opportunità economiche e culturali che la nuova epoca consente. I traffici commerciali in crescita su scala planetaria richiedono libertà di azione, dialogo tra le parti, conoscenza delle lingue e dei comportamenti. C’è dunque la necessità di aprirsi agli altri per far parte di un nuovo mondo dove poter essere a nostra volta accettati come persone, come produttori, come portatori di valori e di cultura.
D’altro canto siamo anche però consapevoli che le città e le nazioni, accanto al fascino dell’apertura, vivono anche il dramma di una crescente crisi etico -sociale rappresentata da criminalità, corruzione, terrorismo.
Aprirsi e difendersi. Come fare entrambe le cose? E come farle bene? Chi amministra una città, uno stato, una regione, ma anche un’istituzione, un’impresa, vive queste domande tutti i giorni. Nel mondo sta crescendo la domanda di nuovi muri (si pensi al confine tra Stati Uniti e Messico), mentre cresce anche la richiesta di una maggiore coesione tra i Paesi (come testimonia il processo di unificazione europea). Intanto le città cambiano e devono affrontare nuove sfide come succede a Venezia dove sono in aumento i flussi di uomini d’affari e di turisti, tanto da richiedere il numero chiuso o controlli all’ingresso. O come accade da anni in diverse città cinesi che devono arginare il fenomeno della migrazione dalle campagne.
Quale sarà il futuro delle città? In parte sarà deciso da ciò che siamo e da ciò che c’è stato prima di noi. Se abbiamo i piedi in un ruscello che dal monte va verso la campagna l’acqua nuova che ci bagna viene da dietro di noi, dal monte in cui ha origine. Davanti a noi abbiamo l’acqua che i nostri piedi hanno già conosciuto. In questa prospettiva il Festival abbraccia temi del passato e del presente per stimolare, incuriosire, far riflettere adulti e soprattutto ragazzi che, con la valutazione di diverse esperienze, anche su scala storica, potranno immaginare e dare corpo al futuro delle loro città.
Nell’antichità, Roma ha saputo imporre una politica di apertura e di assimilazione. Le città sono state fondate con scopi di difesa e di avanzamento militare, ma non hanno disdegnato l’accoglimento di altri popoli.
Il primo intervento del Festival, del giornalista e scrittore Guido Vigna e dal titolo “Mantova”, intende proprio mettere in luce come da questa impostazione è evoluto il ruolo di una città come Mantova, a cui lo stesso autore ha dedicato un interessantissimo saggio per tracciarne la storia lungo i secoli. Un excursus colorito e avvincente, pieno di delucidazioni, dove si comprende che dialogo e difesa sono due baricentri nella cultura di una città. Sono i due fuochi di un’ellisse, intorno a cui girano tutti gli altri temi. E non c’è dubbio che la notorietà e il successo di un luogo dipende anche dalla quantità e dalla qualità delle sue frequentazioni.
Nel passato le città accoglievano viandanti, pellegrini e uomini dediti al commercio. La figura del turista è nata solo recentemente, ma oggi rappresenta un importante voce nei bilanci delle amministrazioni comunali, e non solo. Il secondo intervento, della docente e ricercatrice Barbara Vercola, dal titolo “Dal viandante al turista”, punta a indagare questi aspetti e ad approfondire le trasformazioni che hanno portato alcune città a diventare vere e proprie capitali del turismo, in maniera curiosa e interdisciplinare.
In questa complessa dinamica dove crescono le relazioni, gli scambi, le visite, i contatti, hanno ancora senso i confini, le mura, le divisioni? E che cosa può portare, oggi, gli uomini a dividersi, a tutelare la propria identità? Che cosa rischia di compromettere l’autonomia, intesa come capacità di prendere e attuare decisioni sul proprio territorio da parte delle comunità locali? Sono domande che restano nell’animo di tutti coloro che vivono in città o in paesi che sono soggetti ai nuovi problemi della nostra contemporaneità. Ed inoltre, è possibile un viaggio ai confini? E dove sono? Marco Truzzi, giornalista, viaggiatore e scrittore, ha allargato il braccio del compasso e da casa sua si è portato ai muri e alle porte dell’Europa, là dove il Continente si confronta con altre esperienze. Da questo itinerario è nata la pubblicazione del suo reportage-saggio “Sui confini”, su cui si impernia la sua relazione al Festival.
Nella storia e nella vita dei cittadini ci sono mura e pensieri che resistono solidi nel tempo e altre che invece decadono e scompaiono. Terremoti, guerre, alluvioni e altre cause hanno cancellato dalla faccia della terra intere città. Altri insediamenti hanno invece resistito alle intemperie dettate dai tempi. Che cosa ha facilitato il mantenimento dell’assetto urbano? Per rispondere a questa domanda occorre capire dove e come una città è stata fondata. Come a dire che la miglior difesa di una città – e per estensione, di ogni Paese e di ogni Civiltà – è nelle sue fondamenta. Una casa resiste meglio se viene edificata in luoghi sicuri o su terreni adeguati. Il viaggio entusiasmante nella comprensione di questi aspetti viene compiuto da Giuseppe Gisotti, presidente di Sigea, la società italiana di geologia ambientale, autorevole geologo e autore di un libro “La fondazione delle città”, oggetto della sua avvincente Lectio Magistralis dove vengono analizzate e comparate diverse storie ed esperienze di inurbamento. L’orografia di un luogo è importante e i modelli urbani e architetturali che non tengono contro delle caratteristiche ambientali sono destinati a franare, nel vero senso letterale.
Chiusa la prima giornata di lavori, il Festival delle geografia di Bardolino edizione 2017, riparte il secondo giorno con una storia indirizzata soprattutto ai ragazzi, ai teen-ager. Si tratta di un romanzo dal titolo “Fuorigioco a Berlino” scritto da Christian Antonini. La storia è ambientata nella Berlino prima dell’abbattimento del muro, una città divisa tra Est e Ovest. Ragazzi delle due zone della città si ritrovano a giocare al calcio. La giovinezza e lo sport non hanno confini, cancellano le barriere e aprono le porte, nonostante le difficoltà e le repressioni.
Il tema dello sport viene ripreso con una particolare sensibilità da Antonio Marchesi, uomo eclettico e con varie esperienze di management sportivo e di docenze, oltre che economista e scrittore, nella riflessione dal titolo “Luoghi fortezza per messaggi globali”. I luoghi come l’arena e lo stadio rappresentano insieme un simbolo e una funzione. A loro modo sono fortezze che hanno porte e mura per controllare gli accessi e per gestire la vita e i comportamenti dei partecipanti. I temi dell’ospitalità e della difesa sono concentrati e sviluppati grazie alle nuove tecnologie, tanto da richiedere l’adozione di modelli manageriali che tengano conto degli aspetti di comunicazione. La sfida sportiva locale in molti casi diventa spettacolo mondiale, con le riprese e le trasmissioni televisive. Avrà senso andare allo stadio quando il pubblico è ormai su scala planetaria attraverso gli schermi televisivi e i monitor di pc e tablet?
Sul rapporto tra singolo luogo e relazioni molteplici si innesta anche l’architetto e scrittore Roberto Tognetti, che da anni studia come riportare alla funzione di abitabilità o di uso lavorativo gli spazi dimenticati, le vecchie fabbriche dismesse, i capannoni di filiere in disuso. In questo caso la difesa del luogo è nella necessità di una cura rivitalizzante, un recupero. La tutela degli spazi e il loro ripensamento su scala contemporanea sono le sfide per un patrimonio di costruzioni dove i muri non sono da abbattere ma da ripensare e ristrutturare. La porta deve cioè essere aperta verso il rilancio di queste dimore: questo il messaggio del suo intervento dal titolo “Rigenerazione urbana e globalizzazione”.
Infine, chiude i lavori della seconda giornata e dell’intero Festival 2017 un intervento magistrale, per stile e contenuti. Mariella Carlotti, insegnante e curatrice di eventi e mostre culturali, entra nel merito della rappresentazione di Ambrogio Lorenzetti, “Il buon governo e il bene comune”, che ha già portato in varie scuole d’Italia e che merita spazio nel contesto del Festival della Geografia perché mette in evidenza come la miglior difesa, per una città e per un paese, non è tanto e solo nei muri, ma soprattutto nelle coscienze. Il senso del dovere di ogni individuo e della collettività nel suo insieme, il rispetto verso la qualità delle relazioni, la lealtà nei rapporti umani e civili, il senso di giustizia e di affermazione della legge: questi e altri sono i fattori che costituiscono le fondamenta di ogni buona società.
La moralità è alla base di tutto. Così, mentre il primo giorno del Festival si è concluso con l’accento posto sulla costruzione delle città su terreni solidi, il secondo suggella l’intera manifestazione con l’idea che i migliori muri difensivi e le migliori porte per aprirsi sono quelle interiori, che vanno educate e coltivate. Un buon governo vale più di mille fossati e ponti levatoi, perché evolve la coscienza dei cittadini verso nuovi orizzonti e nuove mete. A significare che i migliori o i peggiori confini, sono soprattutto dentro di noi e non fuori di noi.

