Questa è la sintesi migliore per comprendere la vita di un uomo e poliziotto votato alla sua professione, con umanità, passione e sorriso, scrupolo e senso di responsabilità, equilibrio e rigore, coraggio e determinazione, sagacia e sapienza, dialogo e confronto.
E’ il suo stesso curriculum a raccontarci della sua vita di “polizotto da strada, sbirro”, come amava definirsi, di grande investigatore: dai sequestri di persona ai maxiprocessi con Borsellino e Falcone, dall’orrore delle stragi dei corleonesi alla lotta a Cosa nostra, con successi entusiasmanti nelle indagini.
Guida illuminante e carismatica, da Vice Capo della Polizia nel 2000 e poi da Capo, sette anni più tardi, ha dato particolare significato al concetto di “polizia di prossimità”, mostrando concreta attenzione verso i bisogni della gente, promuovendo, in tale senso, ogni iniziativa che avvicinasse gli utenti del servizio sicurezza a chi doveva assicurarlo. “C’è più sicurezza insieme” questo lo slogan che ha connotato la sua gestione.
La sua impronta è stata tangibile anche e soprattutto nei momenti difficili, come quelli che hanno caratterizzato il post G8 di Genova, di quelli dove “bisogna metterci la faccia”; ebbene, Manganelli li ha affrontati con l’umiltà di chi “sa chiedere scusa” ma anche con la fermezza e determinazione di chi sa voltare pagina, apportando una vera e propria rivoluzione nella gestione dell’ordine pubblico.
Poliziotti che in piazza devono saper resistere e controllarsi: ecco che per mano di Manganelli nasce la Scuola per l’ordine pubblico, tuttora funzionante.
Il suo impegno è proseguito a tutto campo, non è venuto mai a mancare, nemmeno con l’insorgere della malattia; ogni emergenza e ogni sfida sono state affrontate con la dialettica di chi vuole fatti e non parole.
Ecco perché la figura di Capo della Polizia Antonio Manganelli rimane salda all’interno dell’Istituzione Polizia di Stato, ma anche e soprattutto nei cuori dei poliziotti d’Italia, quei poliziotti cui lascia in eredità il suo libro postumo “Il sangue non sbaglia”.
Il libro che ha dedicato alla figlia Emanuela e a tutti i poliziotti; è un canto d’amore e ci sono amori che vanno oltre la vita, proprio come nei suoni della Palermo assolata che il protagonista, ispettore Galasso, deve lasciare per una delle tante vicende legate alla vita di chi il poliziotto lo fa e lo ha fatto davvero; mescola insieme allegria, morte, gioia, entusiasmo, istinto, paura e ancora amore.
Per il “mestieraccio”, quella Polizia amata sempre con tutto il cuore fino all’ultimo respiro, per la donna che condivide i giorni difficili con un’ansia sottile che è consapevolezza e non paura, per gli amici e compagni di strada e per lo Stato, per il senso rigoroso dello Stato che rende l’uomo al servizio di tutti e servo di nessuno, e che veste solo di servizio il concetto di potere.
Manganelli colpisce al cuore: la vita di ogni giorno, di ogni poliziotto diventa prima un progetto, poi una realtà e poi si sublima in un testamento che è il racconto della vita stessa.
Anche a Verona l’operato di Antonio Manganelli ha lasciato un segno e ricordo indelebile: era il 25 novembre 2010, quando l’Amministrazione Provinciale gli conferisce un ambito e prestigioso premio: il “Cangrande della Scala”, assegnato dai 98 comuni della provincia, a riconoscimento del lavoro svolto dalla Polizia di Stato al servizio della sicurezza dei cittadini.
Note biografiche
Antonio Manganelli nasce ad Avellino l’8 dicembre 1950. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli, si specializza in criminologia clinica presso l’Università di Modena.
Dagli anni ’70 opera nel campo delle investigazioni, acquisendo particolare esperienza e preparazione tecnica nel settore dei sequestri di persona, a scopo di estorsione prima ed in quello di antimafia poi.
E’ docente di “Tecnica di Polizia Giudiziaria” presso l’Istituto Superiore di Polizia ed autore di pubblicazioni scientifiche in materia di sequestri di persona e di tecnica di polizia giudiziaria, tra cui, di recente, il manuale pratico delle tecniche di indagine “Investigare” (Cedam), scritto con il prefetto Franco Gabrielli, all’epoca direttore del S.I.S.De.
Numero due del Nucleo anticrimine della Polizia negli anni Ottanta, collabora anche con i magistrati Falcone e Borsellino. Nel 1991 divenne direttore dello Sco (Servizio centrale operativo) e del Servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia. Dal 1997 fu questore a Palermo e, dal 1999, a Napoli.
Divenuto prefetto nel 2000, è nominato direttore centrale della Polizia criminale e vice direttore generale della Pubblica Sicurezza, incarico nel quale dal 2001 assunse le funzioni vicarie del capo della Polizia, Gianni De Gennaro.
Il Consiglio dei ministri lo nomina capo della Polizia il 25 giugno 2007.

