Care amiche, cari amici, e dopo tanti uomini a riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta” questa volta è la storia di una donna. E che donna, visto che in paese è stato simbolo di eleganza, stile e generosità. Plonera Baciga classe 1924 (di una donna non si dovrebbe mai dire l’età ma sono stato da lei autorizzato e d’altronde superare i 90 non è che un vanto) è la prima figlia di Pompilio e Zerelia Corradini, a lei seguiranno Iole e Gianna. Il suo papà fa di mestiere il “castaldo” (amministratore e factotum di grandi fondi terrieri) ed in quel lontano ’24 conduce la campagna di Dosso Poli in Povegliano Veronese. In quel grande caseggiato, recentemente restaurato e recuperato, nasce Plonera che viene battezzata nell’annessa antica chiesetta, ora sconsacrata,. Dopo solo qualche mese Pompilio con la famiglia si trasferisce per lavoro in Isola della Scala per poi tornare nel ’29 in Villafranca. E proprio in quell’anno che la famiglia subisce una grave perdita. Plonera rimane senza la mamma, portata via da un’infezione post-partum contratta alla nascita di Gianna. Plonera cresce in una famiglia, che per quel tempo si può dire agiata. Vi è la donna di servizio ma lei, per accudire alle due sorelline, deve diventare grande subito, il papà infatti si risposerà ma solo dopo diversi anni. In Villafranca frequenta le elementari ed inizia il triennio dei Corsi di Avviamento Professionale. Seppur ancora poco più di bambina però intuisce il valore dell’istruzione, specialmente per consolidare quel processo dei emancipazione femminile che anche in Italia sta muovendo i sui primi passi. Per poter continuare gli studi deve andare in un collegio delle suore Orsoline in Padova dove frequenta le scuole medie e poi si diploma maestra d’asilo. Plonera torna in Villafranca in pieno tempo di guerra. Il suo titolo di studio gli consente di essere subito assunta in Comune come impiegata nell’ufficio del Segretario Comunale, all’epoca il ragionier Falzi. E è proprio con quel lavoro che dimostra la sua innata generosità. In tempi in cui si può acquistare pane nero e viveri di prima necessità solo con famose le tessere, rilasciate proprio dal suo ufficio si prodiga per aiutare le famiglie in difficoltài. Ma non solo, ad un ragazzo suo vicino di casa, tale Cordioli il cui padre fa meccanico di biciclette, gli regala il suo mantello perchè si protegga dal freddo e siccome studia a Verona, spesso gli paga anche il biglietto del treno. Finita la guerra Plonera accetta una allettante proposta di lavoro da impiegata nella Fonderia P.P.B. (Perigozzi Gildo e Polato Guido detto Baeto) anche perché lì lavora un bel ragazzo, il terzo socio della fonderia, Giovanni Bisinelli detto “Spuacina”. Ed è proprio il Giovanni che sposerà nel ’50. Dalla loro unione nasceranno Laura e Fiorella. Nel ’53 un furioso incendio provoca la chiusura della fonderia. Dei soci, Baeto si dà alla norcineria, ma questo ve l’ho già raccontato e Giovanni inizia a vendere automobili ma ha anche l’idea di far aprire a Gildo e Plonera un negozio di scarpe, il primo in Villafranca. Affitati alcuni locali sul corso “ visin al castel” (adiacenti al negozio attuale ma allora c’era un altro palazzo) per l’apertura è offerto un ricco rinfresco che attira l’intero paese. L’evento è un vero successo tanto che quello stesso occorre per ben tre volte andare a rifornirsi di scarpe. Il sodalizio che va per la maggiore dura all’incirca tre anni poi Gildo decide di aprire un negozio per conto suo e così Plonera si ritrova da sola a mandare avanti bottega e famiglia. Lei stessa mi ha raccontato delle lacrime versate in quei giorni quando tutto gli sembrava nero e senza prospettive ma però lei non si perde d’animo e va avanti. Per evitare la concorrenza, con grande lungimiranza, decide di puntare su scarpe ed accessori eleganti e alla moda e per le donne è la prima ed irriducibile fautrice dei tacchi alti. In quegli anni la ripresa economica seppur lentamente è partita e si sta diffondendo in tutte le classi sociali e con essa una generale maggiore capacità di spesa. Per le scarpe “ della festa” e da cerimonia: comunioni, cresime o matrimoni, in paese il suo negozio è un sicuro riferimento. Lei poi, che è l’eleganza in persona, sa consigliare sempre al meglio sia uomini che donne. Calza piedi noti e meno noti ed anche grazie alle fortune di alcuni suoi illustri clienti, da Sante Gaiardoni ad Alida Ferrarini per citare i più noti che le sue scarpe sono portate in giro per il mondo. E per i pagamenti non ci sono problemi, Plonera sa aspettare. Capita anche che qualche volta famiglie di contadini gli chiedano di pagare le scarpe , se non tutto almeno in parte, con generi alimentari; uova, salami, cotechini, verze patate, che lei accetta sempre anche perché sa già a chi darli. Il suo buon cuore la porta non solo ad essere attenta ai bisogni delle donne del vicinato ma a concorrere con frequenti donazioni al loro sostentamento. Solo lei lo sa quante “sporte de roba da magnar” porta alla “Sbrisia”, per placare la perenne fame del suo diversamente abile figlio, e alla Este, detta la Ciciara, che di figli ne ha otto, ad ancora alla “Pipetta” che poi assume come donna di servizio. Per non parlare delle donazioni di olio, pane e polenta fatte alle suore ed ai frati cappuccini che di tanto in tanto bussano alla sua porta. “Fai del bene e scordalo” dice parte di un noto proverbio e tuttavia è con legittima soddisfazione che dopo molti anni Plonera riceve dagli Stati Uniti un gradito e bel regalo. “Di Villafranca mi ricordo solo della Plonera” così gli riporta con un biglietto di affettuosi saluti Giulio Piona di ritorno dall’America. Lì ha casualmente incontrato un ingegnere, un ex compaesano già da molto tempo stabilitosi a New Jork che altri non è il Cordioli cui lei aveva regalato il mantello e pagati i biglietti del treno. Quanti anni di bottega, lei stessa ha perso il conto. Oggi dopo più di sessant’anni lo storico negozio di Corso Vittorio Emanuele è ancora lì. Ora è gestito dalla figlia che, nel solco tracciato dalla mamma, continua nel proporre capi eleganti ed alla moda. L’era la “Vilafranca de ‘na olta ma anca quela de ancò parchè se te vol en bel par de scarpe o ‘na bela borsa và da la Plonera”.
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