Care amiche, cari amici, “battere il ferro fin che è caldo” dice il noto proverbio e così eccovi la storia di un terzo “ciclista” a riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta”. Ancora un altro straordinario campione che diventa “coridor” quasi per caso. Rodolfo Falzoni, classe 1925, nasce in Quaderni ed è il primo dei tre figli di Giuseppe e Luigia De Bortoli, a lui seguiranno Maria Teresa e Gianbattista. Non ha ancora 7 anni che, per quello che oggi chiameremo “incidente sul lavoro”, rimane orfano del padre. Giuseppe infatti, valente capomastro, perde la vita durante un sopralluogo in un cantiere. Precipitato dall’impalcatura a nulla valgono i pur immediati soccorsi. Luigia, donna autoritaria ed energica, come ben si addice a chi di professione fa la “levatrice”, non si perde d’animo e per poter allevare i figli e praticare il suo difficile ed impegnativo mestiere “sistema” Rodolfo in collegio. In Verona al Don Bosco, dove Rodolfo finisce le elementari e poi frequenta le superiori per diventare geometra. Sono gli anni della guerra e così non fa in tempo a diplomarsi che nel ’43 viene chiamato alle armi ed arruolato nel 6° Reggimento Genio in Firenze. L’ 8 settembre con altri commilitoni si unisce ad una unità partigiana operativa sull’appennino dove rimane per oltre due mesi poi decide di tornare a casa. Non fa in tempo ad abbracciare la madre che viene arrestato quale disertore e deportato in Germania. Per sua fortuna è assegnato ad un capo di lavoro dove la scarsità di cibo e le pur dure condizioni niente hanno a che vedere con quelle dei campi di concentramento. Finita la guerra magro e stremato torna a casa in Quaderni. La sua pur parziale formazione scolastica gli consente tuttavia di trovare subito lavoro come impiegato presso l’Istituto Case Popolari di Villafranca. E qui accade il fatto che gli cambierà la vita. Per recarsi al lavoro si compra, con i primi risparmi, una moto, una “Muller 150”. Non ha ancora finito di pagarla che un giorno gliela rubano. A lavorare ci deve pur andare e così gli capita di acquistare , quasi per caso, una bici da corsa. Rodolfo che tra le altre qualità è dotato di uno spirito scanzonato ed allegro è sempre il primo a far festa e tra i ragazzi appena usciti dall’incubo della guerra è un vero trascinatore. E vuoi per la compagnia, vuoi per mettersi alla prova o vuoi perché la bicicletta ce l’ha, anche lui incomincia a partecipare a qualche corsa. Erano i tempi “eroici del ciclismo, strade bianche, tubolari a tracolla e, per i più, assistenza nulla. I “coridori” partecipavano alle gare anche e perchè dopo la corsa c’era “da magnar”, offerto talvolta dagli organizzatori ma più spesso dagli abitanti del luogo. Nel ‘46 Rodolfo, sbucato dal nulla, è ben presto notato da Assuero Barlottini patron del Pedale Scaligero che intuitene le potenzialità lo vuole nella sua squadra. Passista veloce corre con i dilettanti solo un paio d’anni, vince quasi tutte le gare a cui partecipa e quando gli va male arriva secondo. Nel ’48 deve fare la sua scelta, lascia il sicuro posto di lavoro ed inizia i due anni, allora obbligatori, da semiprofessionista con la squadra di Learco Guerra, la URSUS. Nel ‘51 con la stessa squadra passa tra i professionisti. Il suo capitano è Ugo Koblet, che l’anno prima è stato il primo straniero a vincere il Giro d’Italia. Ottiene un buon piazzamento alla Milano San Remo ed al Giro si mette subito in evidenza vincendo la terza tappa, la Alassio Genova. In Maglia Rosa c’è Vincenzo Magni, che vincerà quel Giro, Rodolfo dopo una lunga fuga sul traguardo batte allo sprint quel Luciano Pezzi che poi diventato dirigente per lunghi anni guiderà l’intero movimento ciclistico nazionale. Koblet lo vuole in squadra anche per il giro delle Fiandre e della Svizzera. Curiosamente allora il contratto con la propria squadra vale solo per l’Italia pertanto Rodolfo quando corre all’estero, sempre con Koblet, corre per la CILO, squadra svizzera. Nel’52 dopo un 5° posto alla Milano San Remo ed un buon Giro d’Italia gli capita l’evento che metterà fine alla sua carriera ciclistica. E’ un giovedì estivo e sta correndo il Giro delle Fiandre quando in una delle tante cadute si procura un’abrasione al gomito sinistro. Sembra nulla tanto che rimonta in sella e taglia regolarmente il traguardo. Il giorno successivo è regolarmente al via ed anche se con un po’ di malessere conclude la tappa. Il sabato mattina è preda di fortissimi crampi e convulsioni, non riesce ad alzarsi dal letto e perde conoscenza. I medici accorsi gli formulano la terribile diagnosi, tetano. Ricoverato all’ospedale di St. Pierre rimane in coma per 26 giorni. Versa in condizioni talmente gravi che la famiglia in vista ”del peggio” è invitata a far pervenire gli abiti per la sepoltura. La notizia, travisata, provoca lo sconcerto in paese con tanto di suono “delle campane da morto“ e figuratevi la gioia e la festa quando dopo qualche tempo Rodolfo vi fa ritorno. Tutta Quaderni in piazza con tanto di banda a festeggiare per lo scampato pericolo dell’illustre paesano. L’unica che mantiene un atteggiamento austero e severo è la mamma che passata la festa lo trascina al camposanto e sulla tomba del padre gli fa giurare che non gareggerà mai più. E così per Rodolfo comincia una nuova vita da commerciante di vini. Nel ’56 si sposa con Maria Lola Giovannelli ed il loro matrimonio è allietato dalla nascita di Gianluigi, che ringrazio per le preziose informazioni, e da Luca. E gli capita anche che dopo qualche anno, in una bella giornata estiva, dovendo per lavoro andare sino a Lazise decide di andarci in bicicletta. Si mette maglietta e pantaloncini ma quando sta per inforcare la bici arriva la mamma che gli dice “’n do vèto con quela montura, le meio che te te cambie”. E così fa andando poi dal cliente a Lazise con la macchina. Non è che non inforcherà più la bicicletta, in sella vi torna negli anni ‘80 con il gruppo della Polisportiva San Giorgio. Sono infatti innumerevoli i “tours” che fa, anche della durata di più giorni. Sino a Roma da Papa Wojtyla, poi a Lourdes e a Medjugorje ed in tante altre località, ma tiene fede al giuramento e non gareggerà mai più. In bicicletta però, perché poi si scopre eccellente giocatore di bocce tanto da arrivare a gareggiare nella massima serie. In Pesaro ed in coppia con l’amico e compagno Sanbenini, arriva addirittura a disputare le finali di un campionato italiano. Per molti anni è dirigente ed “anima” della Polisportiva Quaderni alla quale trasmette non solo la sua esperienza e capacità ma anche il sui innati: entusiasmo, ottimismo e giovialità. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando i genitori si ascoltavano e “ te continuae ad averghe sudision (soggezione) anca quando te gh’avee anca ti i cavei bianchi”.
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