Con “strano” ritardo, la magistratura, i media e l’opinione pubblica, si è accorta che dietro la misericordiosa accoglienza di coloro che anni addietro si chiamavano clandestini (aggiornati oggi a profughi), “forse” si cela qualche profitto. Come da copione, gli interessi di bottega hanno obbligato le organizzazioni umanitarie, a negare qualsivoglia prassi di carità pelosa sulla pelle dei “fratelli salvadanai”. Sarà un caso (si fa per dire), ma le navi soccorso gestite dalle organizzazioni umanitarie, Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye e Life boat, annoverano tra i propri finanziatori la Open Society e altri gruppi legati al milionario “filantropo” George Soros. Una galassia di “altruisti umanitari” a cui l’ottuagenario miliardario buonista, il 20 settembre scorso aveva promesso investimenti da 500 milioni di dollari per favorire “l’arrivo dei migranti”. Investimenti destinati a contrastare le politiche europee sull’immigrazione e a mettere a rischio la sovranità dell’Italia e di altre nazioni. Il primo a capire l’intrallazzo, è stato il capo di Frontex, Fabrice Leggeri. Intervenuto di recente ha criticato la tendenza a soccorrere i migranti “sempre più vicino alle coste libiche” spiegando come questo incoraggi i trafficanti a stiparli “su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato”. Le parole di Leggeri hanno rappresentato un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros. Dacchè, anche i sassi lo sanno, l’ondata di profughi è partita con il doppio invito di papa Francesco a Lampedusa, non sarebbe misericordioso se lo scarsamente abitato stato vaticano accogliesse almeno metà dei richiedenti paghetta e wireless?
Gianni Toffali

