Tra le vie Cigno e Giovanni Battista (o Giovanbattista) Moschini, nei paraggi di lungadige San Giorgio, di ponte Pietra e della chiesa di Santo Stefano, si snoda per un breve tratto vicolo Derelitti, di nome e di fatto, ieri come missione assistenziale ed oggi quale cedimento al vandalismo.


La mesta attestazione si deve alla presenza in quel luogo, già nel sedicesimo secolo, d’un istituto caritatevole d’ospitalità ed educazione di bambini orfani od abbandonati, senza sostegno di base ed un riparo sicuro.
Venne aperto per volontà del vescovo di Verona d’allora, cardinale Agostino Valier (anche Valerio, Venezia, 7 aprile 1531 – Roma, 23 maggio 1606), nominato ai vertici della Chiesa locale il 15 maggio 1565 fino alla sua morte, in seguito a malattia repentina. Autorevole membro del Sant’Uffizio, fu dapprima sepolto nella chiesa romana di San Marco Evangelista al Campidoglio per poi essere traslato, nel 1609, nel duomo scaligero di Santa Maria Assunta (o cattedrale di Santa Maria Matricolare), dove lui stesso ebbe cura di predisporre la propria inumazione sotto al pavimento della navata centrale, davanti alla “porta del tornacoro” progettata dall’architetto ed urbanista rinascimentale veronese Michele Sanmicheli.
Il Comune di Verona (con Regio Decreto del 9 aprile 1871) cambiò l’intitolazione dell’opera d’accoglienza in “Collegio Artigianelli” (sulla sezione d’un antecedente convitto chiamato “Casa d’Emendazione” avviato nel 1828, nel contesto della “Casa di Ricovero Inabili” detta “Casa d’Industria”) perché intenzionato, con il supporto della Camera di Commercio ed Arti, ad attivarvi programmi di formazione ed apprendistato in mestieri artigianali, coinvolgendo ragazzi senza famiglia o figli di genitori indigenti. La prossimità della struttura al “Quartiere dei Carbonai” (area con depositi di stoccaggio e botteghe di vendita di carbone, nei pressi della chiesa di Santo Stefano, efficiente fin dalla metà del Cinquecento, come testimoniano i toponimi tramandati di corticella o piazzetta e vicolo Carbonai) consentiva occasioni di lavoro.
L’insieme di sostegno e tirocinio verso un futuro lavorativo delle frange giovanili più disagiate ebbe una nuova riconversione (con Regio Decreto del 10 dicembre 1891) diventando “Istituto Fanciulli Derelitti”, per prendersi cura di minori lasciati soli. Il relativo patrimonio provenne da donazioni del Comune di Verona, della Civica Cassa di Risparmio e di cittadini benefattori oltre che dai beni dell’estinta “Casa di Ritiro” connessa al cardinale e vescovo di Verona Valier.
L’impegno sociale, in seguito, passò di mano alla Fondazione “Berto Barbarani” (con Regio Decreto del 30 dicembre 1942) che si prefisse, muovendosi da una pubblica sottoscrizione partecipata da oltre cinquemila veronesi, le finalità di far acquisire la competenza lavorativa di base sempre a giovani bisognosi.
Il Decreto del Presidente della Giunta Regionale del Veneto 24 novembre 1994, n. 2.932, riunì queste superstiti ed altre istituzioni pubbliche d’assistenza e beneficenza in un singolo ente, gli Istituti Civici di Servizio Sociale (I.CI.S.S.). Assestamento burocratico che permise d’ottimizzare gli specifici beni e d’adeguare gli obiettivi citati nei rispettivi statuti iniziali.
Questo il retroscena celato di vicolo Dereletti. Ed il presente? Conferma la… “sindrome negletta”. Con graffitari che si sono accaniti, con scritte tra l’osceno ed il romantico, soprattutto sulla porta in legno d’una residenza d’epoca ben restaurata e tenuta sott’occhio (ma, visti i risultati, inutilmente) da telecamere esterne. Lì e su altre superfici murali della viuzza.








Segni dei tempi? No. Semmai teppismo gratuito, un tanto al chilo. Dall’impunità certa e non solo presunta per gli imbrattatori da strapazzo…
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi


