Cari Lettori,
si potrebbero ridurre tutte le analisi fatte in questi giorni, a proposito della disfatta della Nazionale italiana di calcio, semplicemente ricorrendo a una delle frasi più famose di uno dei più talentuosi uomini dello sport di sempre, nonché Commissario Tecnico vincente della Nazionale di italiana di pallavolo, Julio Velasco quando, agli inizi della sua gestione, notando che ad ogni sconfitta dell’Italia, sia i giocatori, ma anche i dirigenti e la stampa cercavano mille scusanti per giustificare le sconfitte, con una semplice frase gelò tutti i presenti, racchiudendo di fatto tutti i mali di quella nazionale: “Ma non sarà che perdiamo semplicemente perché giochiamo male?”
Probabilmente anche l’Italia del calcio ha perso perché ha giocato male, ma volendo analizzare ulteriormente i mali che affliggono il nostro sport più popolare, potremmo ascoltare altri campioni dello sport che hanno a loro volta analizzato i perché di una simile disfatta.
Secondo uno degli epici campioni del mondo dell’82, uno dei più forti difensori al mondo di sempre, Claudio Gentile, che poi da Commissario Tecnico delle giovanili guidò l’Under 21a vincere il titolo europeo del 2004 e, nello stesso anno, con la nazionale Olimpica, conquistò il bronzo ad Atene, di recente in una intervista ha sottolineato come il calcio italiano debba essere ripensato in profondità, a partire dai settori giovanili. Quella a cui abbiamo assistito, ha detto Gentile, con l’epilogo amaro di Sarajevo, è stata soprattutto una bocciatura tecnica. L’Italia, culla dei migliori difensori del mondo, si è trovata in una assoluta carenza di eccellenze nel ruolo, oltre a uno scadimento atletico, perché “dove gli altri corrono, noi camminiamo”. Così, per ripartire, sarebbe necessario “riportare la tecnica al centro dell’attività nei settori giovanili e le competenze da parte di chi dirige”.
Altro problema, sempre secondo Gentile, è “il sovrannumero di stranieri che toglie lo spazio ai ragazzi italiani, anche nelle squadre Primavera. Bisogna intervenire in qualche modo per proteggere il nostro calcio come accade in altre nazioni.”
Il tema della massiccia presenza di stranieri è un tema riportato da tanti altri analisti, ma anche da politici nazionali.
Il Generale Vannacci, leader di Futuro Nazionale, in un post sui social, dal titolo L’IMMIGRAZIONE DISTRUGGE ANCHE IL CALCIO, ha infatti dichiarato che “la Serie A oggi è il campionato più ricco di stranieri in Europa: il 67,5% dei giocatori non è italiano, 384 su 569, una percentuale che supera perfino la Premier League. Questo modello orientato al business favorisce i club ma ‘svuota’ il vivaio nazionale: la Nazionale, infatti, può pescare solo da un bacino che rappresenta il 30% del campionato. Il risultato è una crisi strutturale, confermata dalla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali e da anni di mancati investimenti sui giovani. I club oggi vedono la maglia azzurra come un ‘fastidio’ che non produce ricavi e preferiscono acquistare giocatori stranieri già pronti, invece di far crescere talenti italiani. Questo atteggiamento sta allontanando i giovani dal calcio e indebolendo il movimento. Anche il calcio e tutto lo sport rappresenta un interesse nazionale poiché ha un suo peso culturale ed economico oltre che identitario. Queste regole vanno riviste soprattutto nei settori giovanili.”
Come dar torto al Generale?
Un modello per ripartire ci viene dalla Germania, che, seppur non raggiungendo la tragedia sportiva italiana, agli inizi degli anni 2000 conobbe una profonda crisi che culminò con un disastroso Europeo.
Crisi tecnico-tattica del calcio tedesco, che visse parallelamente una crisi economica.
Oliver Bierhoff, centravanti della Nazionale tedesca degli anni ‘90 e apprezzato bomber anche della Serie A, in una recente intervista ha spiegato come “Die Mannschaft” (LA SQUADRA) come viene ancora oggi chiamata la selezione teutonica, rinacque investendo sulle Accademie per i giovani; costringendo i cluba diventare più sostenibili puntando sui giovani talenti locali, per abbattere i costi degli ingaggi; migliorando l’educazione e la preparazione degli allenatori; puntando meno sulla forza fisica e più sulla tecnica; dando più spazio ai giovani talenti nazionali per far sì che diventassero più bravi degli stranieri che giocavano nel campionato tedesco, e in dieci anni la Germania tornò a vincere un Campionato del Mondo (2014).
Insomma, a detta di molti esperti, la rifondazione deve necessariamente passare dal cambio ai vertici del calcio, come sta accadendo in queste ore, puntando su persone d’eccellenza, come lo è stato, per il Tennis, Il Presidente Federale Angelo Binaghi, che con una costante opera di investimenti e scelte lungimiranti, ha portato il Tennis italiano a vette impensabili; ci sarebbe poi l’eterno problema della proprietà degli Stadi e il loro ammodernamento, ripensandoli come luogo di aggregazione oltre che di sport; ma soprattutto bisogna investire sui giovani, sui vivai, come stanno facendo alcuni Club con le rispettive Under 23, e come fa da anni la città di Bergamo con la sua Atalanta, dove è sempre forte il legame del giovane calciatore con il territorio, dove i talenti vengono seguiti, e dove il fine principale non è tanto, o non solo, vincere un trofeo – che conta ovviamente – ma anche vedere con soddisfazione i propri ragazzi arrivare giovanissimi in Nazionale ed essere i migliori in campo, come capitato proprio ad un calciatore del vivaio bergamasco, in prestito al Cagliari, il ventunenne Marco Palestra.
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

