Cari Lettori,
Pochi giorni fa ho partecipato ad un evento in cui ho avuto il piacere di dialogare con Pasquale Griesi.
Pasquale Griesi, oltre ad essere un poliziotto pluridecorato, è anche Segretario Regionale della FSP Polizia di Stato, Coordinatore Nazionale Reparti Mobili e, oramai da tempo, volto conosciuto ed apprezzato da pubblico e conduttori, all’interno di tante trasmissioni televisive delle reti Fininvest, Rai e La7.
Un giorno lo intervisterò, perché ha tanto da raccontarci.
Ad ogni buon conto, ci siamo visti in occasione di questo evento, ed abbiamo parlato della situazione di sofferenza che vivono ormai da tempo gli agenti delle forze di polizia, senza distinzione tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti della polizia penitenziaria e della polizia locale.
Alcuni aneddoti tratti dal sito di una organizzazione sindacale del Corpo, evidenziano le grandi criticità che vivono questi militari specializzati, unitamente ai loro colleghi carabinieri e poliziotti: “Gli ATPI, i Baschi Verdi della Guardia di Finanza, sono da tempo l’ossatura del concorso all’ordine e alla sicurezza pubblica. L’Italia intera ha potuto vederli in azione nei momenti più difficili, nei disordini che hanno attraversato il Paese, nelle manifestazioni dove, dietro lo scudo della legalità, si nascondevano facinorosi e delinquenti pronti a colpire. E non è un caso se anche il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha espresso pubblicamente il proprio plauso per l’operato dei finanzieri ATPI, riconoscendo il contributo determinante che hanno garantito nella gestione dell’ordine pubblico…
A Messina, alcuni colleghi del reparto ATPI sono stati colpiti e feriti, costretti a ricorrere a cure ospedaliere, perché il reparto non dispone di alcun mezzo idoneo da ordine pubblico. A Roma, dei finanzieri sono rimasti intrappolati all’interno di un blindato per una maniglia rotta: il mezzo, partito dalla Calabria nonostante se ne conoscesse il difetto, avrebbe potuto trasformarsi in una trappola mortale se non fosse stato per la prontezza dei colleghi intervenuti in via Merulana…”
Di contro, nonostante queste incredibili situazioni da terzo mondo, c’è chi li ricorda in questi termini:“…assaltavamo i portavalori quando di scorta c’era la polizia o i carabinieri, mai quando c’erano quei cani rabbiosi col berretto verde in testa…” così definì il brigatista Renato Curcio i baschi verdi.
Nel corso della serata si è poi affrontato il tema del nuovo Decreto Sicurezza, il Decreto-Legge 24 febbraio 2026, n. 23, le cui finalità sono: potenziare prevenzione e contrasto dei reati in materia di armi, strumenti atti a offendere, violenza giovanile e ulteriori reati di particolare allarme sociale; rafforzare le iniziative in materia di sicurezza urbana, ordine pubblico e manifestazioni; introdurre disposizioni sull’attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione; migliorare la funzionalità delle Forze di polizia.
Uno dei punti più discussi riguarda l’attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione. Il provvedimento introduce una disciplina relativa all’iscrizione delle notizie di reato quando appare evidente che il fatto è stato commesso in presenza di una causa di giustificazione, prevedendo il ricorso a una annotazione preliminare in separato modello. L’obiettivo sarebbe quello di evitare l’effetto stigmatizzante dell’iscrizione nel registro degli indagati – mod. 21 – in casi in cui la scriminante risulti manifesta e la rilevanza penale appaia esclusa da subito. Ma quello che erroneamente è stato ribattezzato “scudo penale” non è affatto uno scudo! Non lo è penalmente, perché non esclude né limita alcuna responsabilità. Non lo è processualmente, perché non impedisce alcun procedimento. È una diversa etichetta burocratica: non più immediata iscrizione nel registro ordinario degli indagati, ma annotazione preliminare in un diverso contenitore, quando risulti evidente la presenza di una causa di giustificazione. Insomma, il poliziotto appare ancora dentro il procedimento, con tutto il peso mediatico, personale e professionale che in Italia accompagna lo status di indagato, oramai diventato un marchio d’infamia.
Abbiamo poi affrontato il tema dei suicidi tra le forze dell’ordine.
I numeri dell’Osservatorio Suicidi in Divisa (OSD) dipingono un quadro agghiacciante: dopo i 471 colleghi persi tra il 2014 e il 2024, il 2025 ha già registrato 27 suicidi in soli sette mesi (dati aggiornati al 1° agosto).
Il crescente numero di suicidi tra le forze dell’ordine evidenzia un malessere profondo legato a esposizione a traumi, carichi di lavoro eccessivi e alla “sindrome del corridoio”, che annulla i confini tra vita privata e professionale.
Questa condizione, come ampiamente riportato dalla rivista scientifica Ethica Societas, descrive la perdita dei confini tra dimensione lavorativa e vita privata: “Questa sindrome affonda le radici in un cocktail esplosivo di fattori stressanti sia operativi che organizzativi. Da un lato, i fattori operativi: l’esposizione continua a eventi critici, scene di crimini violenti, incidenti mortali e il costante confronto con la sofferenza umana. Dall’altro, i fattori organizzativi altrettanto devastanti: turni prolungati e disordinati che stravolgono i ritmi, carenza di organico che moltiplica i carichi di lavoro, burocrazia asfissiante, pressioni gerarchiche e la lontananza da casa per chi serve in sedi lontane. Questa distanza alimenta solitudine, malinconia e un profondo senso di isolamento, costringendo l’agente a confrontarsi da solo con le proprie paure e frustrazioni, senza la possibilità di confidarsi pienamente con i colleghi e senza poter scaricare le tensioni con i propri cari. Viceversa, le preoccupazioni familiari seguono l’agente in servizio. Si crea così un cortocircuito perverso in cui non si distingue più dove finisce il turno e dove inizia la famiglia, con ogni ambito che amplifica lo stress dell’altro in un circolo vizioso senza fine.”
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

