Cari Lettori,
nel mio viaggio ideale nel tempo e nello spazio, oggi vorrei soffermarmi su una vicenda dolorosa per il nostro Paese, ed in particolare per le popolazioni di una zona dell’Italia centrale che viene identificata col pittoresco nome di Ciociaria.
La Ciociaria viene da sempre identificata turisticamente come una località del buon vivere e del mangiar bene, grazie anche ad una nutrita schiera di grandi attori che simpaticamente hanno saputo rappresentare vizi e virtù di questo territorio e dei suoi sanguigni abitanti. Mi riferisco agli indimenticabili Vittorio De Sica, a Marcello Mastroianni, a Nino Manfredi, a Ennio Fantastichini, solo per citare i più celebri. Ma il basso Lazio è stato reso famoso anche da un film che, oltre a vincere numerosi premi internazionali, ha raccontato uno dei misfatti più crudeli, e forse più sconosciuti per tanti anni, commessi ai danni delle popolazioni civili dell’Italia nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il film è “La Ciociara”, del 1960, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, e diretto dal già citato Vittorio De Sica, con una indimenticabile Sofia Loren, oltre a personaggi del calibro di Jean-Paul Belmondo e Raf Vallone. La trama ci riporta appunto ad uno degli episodi più odiosi perpetrati sul suolo italiano. E’ la storia di Cesira (Sofia Loren) e dei fatti che avvennero nel maggio del ’44, nelle fasi finali dello sfondamento della Linea Gustav da parte degli alleati. Cesira, per sfuggire ai bombardamenti e ai pericoli della Capitale occupata dai tedeschi, inizia un lungo viaggio verso la Ciociaria, il basso Lazio appunto, per cercare rifugio ed assistenza presso parenti. Con la risalita delle armate alleate da Sud, la donna decide di far ritorno a Roma con la figlia, ma durante una sosta in una chiesa abbandonata, sono assalite e violentate da un gruppo di goumier, soldati nordafricani dell’esercito francese, inquadrati nel Corps expeditionnaire francais (Cef), come accaduto nella realtà a migliaia di donne, uomini, anziani, bambini, vittime di quelle che sono passate alla storia come le “marocchinate”. Questi crimini per tanti anni sono stati occultati e i motivi vanno ricercati innanzi tutto nella naturale ritrosia delle vittime di allora di far sapere a quali bestialità furono sottoposte, ed in secondo luogo perché la responsabile oggettiva di questo crimine era una nazione molto potente, la Francia, che aveva appena vinto la guerra, e che impose per decenni un ostinato silenzio, pari forse solamente a quello delle foibe, altro crimine rimasto per molti anni, troppi, impunito. Tra i tanti eserciti che combatterono a Cassino c’erano appunto i goumiers, al comando del Generale Alphonse Juin. Erano soprattutto marocchini, ma c’erano anche tunisini, algerini e senegalesi tratti dalle colonie d’oltremare. I goumiers consideravano la guerra una dimostrazione di coraggio, tant’è che erano temuti financo dalle truppe scelte tedesche, sia per la loro audacia negli attacchi all’arma bianca, sia per la loro ferocia, che li portava spesso a torturare e sgozzare i nemici catturati.
Erano talmente feroci e violenti che i soldati tedeschi, non certo degli angioletti, vennero considerati dai civili italiani meno sanguinari, contribuendo in parte a dar vita al mito del “buon tedesco”.
In tal senso Daria Frezza, storica dell’Università di Siena scrive:” L’idea era che i tedeschi avevano rispettato le donne, a differenza dei marocchini, definiti bestie. È una ferita non ancora rimarginata nella memoria collettiva”.
La storia, anche se manca purtroppo l’ufficialità di un qualsiasi documento, ci dice che per 50 ore il Generale Juin concesse “carta bianca” ai suoi uomini, come ricompensa per l’eroismo dimostrato a Cassino. Erano state infatti le truppe coloniali a sfondare per prime il fronte tedesco. In quelle 50 ore, i goumiers divennero l’incubo delle popolazioni del centro Italia. Stupri e violenze nei confronti di donne, bambine e bambini, uomini picchiati, torturati o violentati essi stessi, il tutto davanti agli occhi degli ufficiali francesi, che avrebbero dovuto garantire la legalità e tenere a freno la soldataglia. E poi ancora suicidi, gravidanze, casi di sifilide ed altre malattie veneree, case distrutte, bestiame razziato, campi bruciati oltre all’isolamento sociale e familiare autoindotto o imposto dai familiari per la vergogna. I primi dati ufficiali furono resi noti per merito della Deputata comunista Maria Maddalena Rossi, che nel 1952 denunciò in Parlamento il dramma di quelle donne e ipotizzò una cifra mostruosa: 60mila violentate.
Aldo Cazzullo, nel suo programma televisivo “Una Giornata Particolare”, riepiloga così quelle atrocità: “Dopo la vittoria di Montecassino segue una delle pagine più buie della campagna d’Italia. […] un’orda di soldati marocchini si riversò nei paesi della Ciociaria, dando via a un’ondata di nefandezze senza precedenti. Torture, uccisioni, violenze. Si stima che tra 3000 e 7000 persone siano state stuprate, perlopiù donne. […] Solo a Esperia furono violentate 900 donne, tra cui ragazzine come Laura Spiriti che aveva appena 14 anni. Altre donne si ritrovarono incinte. […] L’orfanotrofio di Veroli si riempì di bambini, nati in seguito a quelle che furono definite ‘le marocchinate’”.
Purtroppo la Francia (come la ex-Jugoslavia per quanto riguarda le foibe) non ha mai riconosciuto ufficialmente i crimini commessi dai suoi militari. Per queste sofferenze, nel 2004, celebrando i 60 anni dalla battaglia di Cassino, l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, assegnò una Medaglia d’Oro e dodici d’Argento al Valor Civile ad altrettanti comuni della provincia di Frosinone, parlando espressamente di quelle violenze.Infine, è stata individuata la Giornata Nazionale che ricorda quella immane tragedia nella data del 18 maggio di ogni anno, ossia il giorno in cui, nel 1944, i soldati polacchi issarono la loro bandiera sulle rovine dell’Abbazia di Monte Cassino, distrutta inopinatamente dai bombardieri alleati.
Cordialmente, il Vostro Colonnello

