Riunioni molto attese quelle del 25 e 31 luglio della Banca Centrale Europea e della Federal Reserve. Vediamo come sono andate.
Francoforte, deludendo parzialmente i mercati, non ha modificato i tassi d’interesse ora in essere (alcuni si aspettavano un taglio di dieci punti). Draghi ha, comunque, confermato che monitorerà con attenzione l’evoluzione delle prospettive di crescita economica. Il rischio di recessione resta, per la BCE, molto limitato, ma l’Eurotower si è detto pronto a incrementare gli stimoli monetari a disposizione, se necessario, attraverso: modifica della forward guidance, nuovo QE e tiering sui depositi.
Per quanto riguarda il primo punto, è escluso, almeno sino a metà 2020, un rialzo dei tassi, e non solo! Sarà possibile, al bisogno, pure un ritocco al ribasso degli stessi. Sulla seconda opzione, è stato confermato che potrebbe essere preso in considerazione un nuovo programma di acquisto titoli (sul QE si veda https://ilgiornaledeiveronesi.it/the-bear-of-wall-street/), in caso di necessità. La vera novità, per il pubblico dei non addetti ai lavori, è, però, il terzo strumento citato, il “tiering”. Che cos’è? Le banche europee sono obbligate a detenere presso la Banca Centrale, a garanzia della stabilità del sistema finanziario, delle riserve, ossia dei depositi obbligatori minimi in denaro (pari a una percentuale dei prestiti concessi alla clientela). Nulla vieta che, a discrezione degli Istituti di Credito, questi “minimi” possano essere superati, e venir accantonati degli importi maggiori. Così sta, infatti, avvenendo da anni nell’Eurozona. Su questi depositi aggiuntivi (e non sugli obbligatori) le banche pagano lo 0,40% alla BCE, e questo, ovviamente, incide negativamente sui bilanci bancari. Allo studio vi è o l’annullamento di questa “fee” da pagare sui depositi superiori alla riserva, o una mitigazione della stessa, differenziandola in base agli importi versati (penalizzando, cioè, solo i saldi più rilevanti).
Sui tempi dell’eventuale valutazione delle misure sopra menzionate, Draghi non è stato, però, preciso. A settembre partirà la discussione. Gli operatori non hanno apprezzato eccessivamente questa incertezza. Il timore è che questi interventi possano giungere in ritardo e non essere in grado di evitare una recessione.
A New York, invece, una FED preoccupata per un possibile rallentamento economico, e turbata dalla continua “guerriglia” commerciale tra USA e Cina, ha deciso di tagliare i tassi d’interesse di venticinque punti, portandoli al 2%-2,25% per cento, dal range precedente 2,25%-2,50% (notizia già anticipata in https://ilgiornaledeiveronesi.it/draghi-carica-altre-munizioni/). Si è trattato, cioè, di un intervento preventivo con il fine di evitare un possibile raffreddamento della crescita americana. La decisione (il primo taglio dal 2008), presa anche su “pressante invito” del presidente Trump, non rappresenta, però, per il governatore Powell l’inizio di un ciclo di tagli. Le successive mosse verranno prese valutando, di volta in volta, i dati a disposizione, cioè, senza l’applicazione di uno scadenziario predefinito.
I mercati sono rimasti delusi dalle dichiarazioni del presidente FED, che si aspettavano una Banca più aggressiva e pronta a tagliare i tassi di cinquanta punti.
L’euro, nei giorni successivi alle riunioni, ha portato il suo rapporto sul dollaro attorno a 1,11, svalutandosi di più di una figura. Hanno pesato gli annunci della BCE e la decisione sui Fed Funds della FED.
Le borse, dopo un giugno e inizio luglio all’insegna degli acquisti, hanno reagito con delle moderate prese di beneficio, che sono diventate più significative a inizio agosto dopo la ripresa della guerra sui dazi del presidente USA.
di Matteo Peretti

