Fondazione Cariverona investe 389mila euro in cinque progetti con imprese del territorio: intelligenza artificiale, riduzione degli scarti, servizi ambientali, microalghe e filiere alimentari sostenibili
L’intelligenza artificiale può aiutare una fabbrica a riconoscere un difetto prima che diventi uno scarto. Può intervenire quando una linea produttiva si ferma, suggerendo in tempo reale come riorganizzare il lavoro. Può persino rendere più trasparente ed efficiente il modo in cui una città gestisce i rifiuti. Ma l’innovazione non riguarda soltanto algoritmi e macchinari: passa anche da microalghe capaci di assorbire anidride carbonica e da varietà di frumento che potrebbero contribuire a costruire filiere alimentari più sane e sostenibili.
Sono alcune delle sfide affrontate dai cinque progetti veronesi selezionati da Fondazione Cariverona con il bando Ricerca & Sviluppo 2026, promosso in partnership con Fondazione Caritro. La Fondazione destina alle iniziative del territorio 388.850 euro, su un totale di 1,06 milioni di euro, sostenendo il lavoro congiunto di università e imprese. L’obiettivo è portare la conoscenza fuori dai laboratori e trasformarla in soluzioni capaci di ridurre consumi e sprechi, migliorare prodotti e servizi e creare opportunità professionali qualificate per le nuove generazioni.
In ogni progetto sarà coinvolto almeno un giovane ricercatore o una giovane ricercatrice under 35 con dottorato di ricerca. Complessivamente saranno sei, chiamati a lavorare tra università e imprese, contribuendo allo sviluppo delle soluzioni e alla costruzione di un legame più stabile tra ricerca, sistema produttivo e territorio.
«Viviamo una fase di profonda trasformazione, nella quale imprese e comunità sono chiamate ad affrontare cambiamenti tecnologici, ambientali ed economici sempre più rapidi. In questo contesto la ricerca genera valore quando riesce a uscire dai laboratori, dialogare con le imprese e contribuire a risolvere problemi concreti. Il compito della Fondazione è creare le condizioni perché mondi che spesso procedono separati costruiscano insieme nuove opportunità di sviluppo. È così che rafforziamo la competitività dei territori, sosteniamo la transizione ecologica e offriamo ai giovani ricercatori prospettive professionali di qualità», afferma Bruno Giordano, presidente di Fondazione Cariverona.
Il filo che unisce le cinque iniziative è la volontà di affrontare questioni reali di un territorio nel quale manifattura, servizi ambientali, agricoltura, alimentazione e nuove tecnologie convivono e si influenzano a vicenda. I progetti non partono dalla tecnologia in sé, ma da domande precise: come produrre meglio usando meno risorse? Come evitare che un errore diventi un rifiuto? Come rendere le imprese più efficienti senza mettere in secondo piano le persone? Come trasformare la transizione ecologica in un’occasione economica e occupazionale?
NOCOVIS, sviluppato dall’Università degli Studi di Verona con Qualyco Srl, utilizzerà tecnologie ottiche avanzate e modelli di machine learning per individuare precocemente difetti superficiali e strutturali. Il risultato atteso è un prototipo integrabile nelle linee produttive, capace di ridurre scarti, rilavorazioni e consumo di risorse.
L’intelligenza artificiale entrerà ancora più profondamente nei processi industriali con AgenticMES, sviluppato dall’Università di Verona insieme a Factoryal Srl di San Giovanni Lupatoto. Il progetto punta a realizzare sistemi produttivi capaci di reagire agli imprevisti, riconoscere i colli di bottiglia e riorganizzare dinamicamente la produzione, mantenendo al centro anche il ruolo delle persone e la qualità del lavoro.
Dalla fabbrica alla città, DIAMANTE vedrà collaborare l’Università di Verona e AMIA Verona Spa. Il progetto utilizzerà dati e intelligenza artificiale per ottimizzare la gestione dei rifiuti urbani, migliorare l’efficienza del servizio e rendere più tempestiva e comprensibile la comunicazione verso istituzioni, autorità e territorio.
Un’altra storia parte da organismi microscopici. Con ALGAVES, l’Università di Verona e Asteasier Srl studieranno l’impiego di microalghe ingegnerizzate per produrre sostanze ad alto valore aggiunto destinate alla cosmetica avanzata. Il progetto punta a ridurre l’impiego di solventi, i consumi energetici e la produzione di residui, aprendo la strada a una filiera della dermocosmesi più circolare.
Il quinto progetto collega ricerca, agricoltura e qualità dell’alimentazione. SUS-ATI, sviluppato dall’Università Politecnica delle Marche con l’impresa veronese Genartis Srl, studierà alcune componenti del frumento per favorire prodotti potenzialmente più adatti alle persone sensibili. Parallelamente, crusca e germe saranno valorizzati per ottenere nuovi ingredienti, contribuendo alla sostenibilità della filiera e alla riduzione degli sprechi.
Complessivamente, i cinque progetti veronesi coinvolgeranno sette imprese aderenti e sei ricercatrici e ricercatori under 35 con dottorato di ricerca. Nei due anni di attività prevedono di generare 15 pubblicazioni scientifiche, 16 eventi di divulgazione scientifica e 13 risultati applicativi, tra prototipi, nuovi processi, prodotti e soluzioni digitali.
«Da imprenditore so che l’innovazione nasce dall’incontro tra competenze, ricerca e capacità di fare impresa. Ma so anche che il futuro dei territori dipende dalla capacità di offrire ai giovani opportunità professionali qualificate, percorsi di crescita e motivi concreti per restare o tornare. Per questo abbiamo scelto di sostenere progetti in cui università, centri di ricerca e imprese lavorano insieme: un’alleanza capace di trasformare non solo la conoscenza in nuove soluzioni, ma anche in nuove competenze, lavoro e maggiore attrattività per le nostre comunità. Ambiente, innovazione e competitività non sono obiettivi separati: sono parte dello stesso percorso di sviluppo», conclude Giordano.
Le iniziative dureranno 24 mesi e saranno accompagnate da un’attività di monitoraggio dedicata. Fondazione Cariverona valuterà non soltanto l’avanzamento delle attività, ma anche la qualità della collaborazione tra ricerca e impresa, l’effettivo utilizzo dei risultati e le opportunità professionali generate per i giovani. Perché la vera misura dell’innovazione non è la quantità di tecnologia prodotta, ma la sua capacità di migliorare il lavoro, l’ambiente e la vita di un territorio.

