BCE: tapering o non tapering, questo è il problema!
Si è tenuta giovedì 07 settembre la riunione del direttivo della BCE che doveva posare la prima pietra sulla via che conduceva alla fine del piano di allentamento quantitativo monetario (quantitative easing o QE) della Banca Centrale Europea, piano iniziato nel 2015 e poi rivisto nel corso dello stesso anno e nel 2016. Gli operatori finanziari erano divisi sul peso da dare a questo appuntamento. Alcune fonti si spingevano ad ipotizzare che fino alla riunione dell’istituto di Francoforte di metà dicembre o, ancor più probabilmente, fino al meeting di fine ottobre non sarebbero usciti alcun importo e data relativa al progetto di normalizzazione degli acquisti di titoli del debito pubblico degli Stati europei. Tali operatori non sono rimasti spiazzati: tutto infatti è stato rinviato ai successivi incontri con disco rosso sul 26 ottobre. Le principali preoccupazioni dell’Istituto si sono concentrate sull’aumento del tasso di cambio eur/usd degli ultimi mesi e sul suo rischio di ulteriore apprezzamento con l’inizio del piano di normalizzazione. Unica certezza emersa ancora una volta, e su cui tutti gli esperti eranogià concordi, è stata la conferma di quanto già espresso in passato dal Presidente della BCE, l’italiano Mario Draghi: punto di riferimento rimane il tapering attuato dalla Banca Centrale degli Stati Uniti che ha impostato con gradualità la riduzione dell’importo degli acquisti diminuendoli mensilmente, fino ad arrivare al loro azzeramento in meno di un anno.
Ma che cos’è il Quantitative Easing in salsa europea?
Quando le banche centrali esauriscono le armi convenzionali con le quali possono intervenire nell’economia (in primis l’utilizzo della leva della variazione del tasso ufficiale di riferimento) possono utilizzare strumenti di politica monetaria espansiva o restrittiva non convenzionali. Il QErientra nelle politiche monetarie espansive. L’allentamento quantitativoall’europea consiste in operazioni di acquisto di bond sovrani(ed assimilati) senza operaredirettamente nel momento dell’emissione degli stessi, cioè inasta (per evitare di violare lo Statuto della BCE che vieta di finanziare direttamente gli Stati), ma lavorando sul cosiddetto mercato “secondario” dei BTP e c. . L’importo degli acquisti era stato fissato originariamente in 60 miliardi di euro al mese con inizio a partire da marzo 2015, diventati poi 80 ad aprile 2016 e scesi a 60 nel 2017. Gli strumenti comprabilierano obbligazioni degli Stati. Dalla primavera 2016 l’acquisto era stato esteso anche a titoli non governativi aventi specifici requisiti di rating.
Ma quali dovrebbero essere i benefici scaturenti da questa operazione?
Il comprare obbligazioni sul mercato genera due principali effetti: abbassa il rendimento dei titoli acquistati ed immette liquidità nel sistema economico.
Ma cosa si mira ad ottenere con questi interventi?
Il calo dell’interesse pagato sui bond governativi è conseguenza naturale della maggior domanda degli stessi generata dall’intervento portato avanti dall’istituto bancario centrale. L’accresciuta richiesta dei btpporta ad un aumento dei loro corsi (prezzi), e la crescita dei prezzi genera un calo dell’interesse pagato dagli stessi, dapprima sul mercato secondario dove si concentrano gli interventi della BCE, ma poi anche, inevitabilmente, quasi per osmosi, sul primario. I minori rendimenti dei bond in emissione dovrebbero permettere agli Stati dei risparmi di spesa nella voce interessi sul debito pubblico, e questi soldi, messi a disposizione dei Governi, dovrebbero consentire, ma il condizionale è d’obbligo, un investimento di queste risorse nell’economia reale (come incentivi, maggior welfare o tagli alle tasse). L’aumento della liquidità in circolazione è invece risultato della stampa di nuovi euro ad opera della Banca Centrale necessaria per far fronte all’acquisto dei titoli. E’ proprio grazie all’emissione di nuova moneta che Francoforte acquista strumenti di debito. L’immissione di moneta nei circuiti bancari, e non, dovrebbe permettere, ma anche qui il condizionale è d’obbligo, agli istituti di credito di avere risorse a disposizione per concedere prestiti e finanziamenti al tessuto produttivo. Inoltrela maggior moneta in circolazione spinge famiglie e imprese a consumare di più, avendo più denaro in mano, con conseguenti benefici per la crescita economica. Infine lo stampare banconote ha effetto sul tasso di cambio: svaluta la moneta. Una valuta deprezzata rende più competitive le esportazioni, aiutandone la domanda. Ma tutto questo che effetto ha sui prezzi?
Conseguenza di tutto questo dovrebbe essere la generazione, in tempi e modi non sempre facilmente stimabili, di un aumento dei prezzi dei beni e servizi! …è la legge della domanda e dell’offerta! Ed èstataproprio la volontà di generare inflazione, dopo anni di crescita zero, ad aver spinto la BCE ad utilizzare questo strumento di politica monetaria; compito della Banca Centrale è infatti anche il mantenimento della stabilità dei prezzi al 2% di crescita annua, quindi, se necessario, anche generare inflazione moderata. L’inflazione poi, come ben si sa, erode il valore nominale dei debiti svalutandoli, quindi aiuta gli indebitati… e gli Stati forse non lo sono strutturalmente?
Ma la BCE ha raggiunto il suo obiettivo?
Il dibattito è aperto a Francoforte. I falchi ritengono inutili questi stimoli monetari, da sospendere immediatamente, ed oltre il mandato conferito all’istituzione europea;le colombe vedono lontana l’inflazione dal 2% (1,2% l’ultima rilevazione sulla crescita dei prezzi in zona euro), considerano l’economia europea ancora troppo debole per bloccare il QE e la svalutazione del dollaro preoccupante. Chi la vincerà? Alle prossime riunioni della BCE l’ardua sentenza.
Matteo Peretti

