Sono passati 25 anni da quel due agosto 1998 che nel cuore di tutti gli appassionati del grande ciclismo ha rappresentato una grande giornata di festa. Il romagnolo Marco Pantani, dopo una rimonta entusiasmante sul tedesco Jan Ullrich, riuscì a entrare nella leggenda vincendo nello stesso anno dopo il Giro d’Italia anche il Tour de France (doppietta riuscita in Italia solo al grande Fausto). Per chi che, come me, ha sempre tifato Gianni Bugno, elegante campione che mai riuscì a portare una maglia gialla a casa, la vittoria del pirata rappresentò una grande lezione di sport. Gli eventi che poi segnarono il suo inevitabile declino (Madonna di Campiglio su tutti) non tolgono nulla al valore di questo straordinario atleta che solo per sfortuna (e quanta ne ha avuta!) non ha potuto portare a casa altre vittorie prestigiose. É andato a onorarlo a Cesenatico una nostra vecchia conoscenza: l’inimitabile, indistruttibile e integerrimo autore veronese Simone Vesentini. Sentiamo cosa lo ha spinto a recarsi sulla tomba dell’atleta e cosa ha rappresentato per lui Marco.




Matteo Peretti: Simone, non ti conoscevo come appassionato di ciclismo!
Simone Vesentini: Caro Matteo, non sono di certo ai tuoi livelli, per quanto riguarda le competenze ciclistiche. Ma una cosa te la posso dire, quando ero all’università mi guardavo tutte le tappe del Giro e del Tour, e lo sai perché? Perché correva il Pirata, Marco Pantani… lui sì che sapeva incollare gli italiani agli schermi televisivi, come del resto faceva Alberto Tomba quando scendeva sulle piste innevate. Un romagnolo e un emiliano che non saranno mai dimenticati e che hanno inciso i loro nomi nell’albo delle rispettive discipline sportive. Per me vedere dove riposa Marco è stata un’emozione fortissima e ti ringrazio per avermi chiesto di passare a trovarlo per portargli il tuo saluto oltre al mio!
M: Pantani, mi dicevi. Una sorta di Davide contro i Golia del mondo delle due ruote, e pugnalato alle spalle e abbandonato come un eroe romantico!
S: L’ultimo dei romantici! Un uomo che si è fatto da solo, con la sua volontà, la forza delle sue gambe e la sua spregiudicatezza sia in salita, che in discesa, che lo rendevano una sorta di divinità mitologia delle due ruote. Se penso a chi ora ha successo, e viene seguito da milioni di follower sui social, mi viene una grande tristezza e mi fa riflettere su come i tempi siano cambiati… in peggio ovviamente!
M: A chi altro lo paragoneresti nel mondo dello sport?
S: Come non paragonarlo a Diego Armando Maradona… due immensi campioni, che, aimè, sono stati sconfitti non dagli avversari, ma dai loro demoni e dalla loro sensibilità, mista a fragilità. C’è da dire che Marco, rispetto a Diego, ha trovato conforto in amicizie sbagliate e, forse, in sostanze stupefacenti solamente dopo aver subito un’ingiustizia sportiva, la dubbia squalifica per doping, dopo la quale non è più riuscito a risollevarsi completamente.
M: Quasi una figura letteraria…
S: Assolutamente sì, una figura letteraria. Se mi permetti la citazione, mi piace paragonarlo a Marco Angeli, il personaggio principale del mio primo romanzo “Una disonesta fortuna sfacciata”, con il quale ha in comune anche un viaggio a Cuba. Marco vi si era recato per ritrovare sè stesso e quella pace interiore che non riusciva a trovare in Italia. Tra l’altro nell‘isola caraibica ha incontrato proprio Maradona. Diego era un grande ammiratore del Pirata e lo seguiva in tutte le sue avventure sportive.
M: Grazie Simone per il tuo contributo! …cosa aggiungere… 25 anni e sembra ieri!
Matteo Peretti

