“Sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”, questo scrisse Bertold Brecht nella sua ‘Vita di Galileo’. Avere bisogno di persone straordinarie significava, secondo l’autore, cercare un ‘altro’ capace di risolvere un problema, cioè, in sostanza, affidarsi a un ‘Deus ex machina’ e ammettere l’incapacità di un paese di prendere in mano il proprio destino.
Ma un eroe può essere anche un esempio in grado di risvegliare sentimenti sopiti di un popolo.
È esistito un tempo, infatti, in cui una nazione sconfitta e umiliata da un conflitto mondiale tentava di rialzarsi con le proprie forze e grazie a uno sport, e a un suo atleta, ha trovato le forze per farlo. La nazione era la nostra Italia, lo sport era il ciclismo, e il campione era Fausto Coppi (non ce ne vogliano i fan di Gino Bartali).
A 65 anni dalla morte dell’Airone (2 gennaio 1960) elencare il suo infinito palmares è inutile. Basta un semplice: vinse tutto. Coppi portò a casa 5 Giri, 2 Tour, 3 San Remo, 5 Lombardia, 1 Campionato del Mondo ed infinite altre vittorie su strada e pista. Qui, però, si vuole solo ricordare cosa ha rappresentato quest’uomo per l’Italia, e cioè quel modello capace di riunire e riscattare la giovane Repubblica.
Iniziare questo 2025 con un ricordo del Campionissimo non può che essere di buon augurio in un mondo nel quale sembrano, ad una ad una, cadere tutte le certezze (dall’indistruttibilità dell’economia tedesca, alla fine della grandeur francese, passando, poi, dai nuovi equilibri mondiali che seguiranno al secondo mandato Trump e alla terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo).
Più che mai, oggi, quindi, in molti avremmo bisogno di un nuovo Grande Fausto, di un esempio.
Non ce ne voglia Brecht, ma beata quella terra che potrà vantare un nuovo eroe capace di unire ed entusiasmare un paese (e non solo uno)!
di Matteo Peretti

