Verona, 26 ottobre 2024 – Avviato da piazza Bra e, attraverso un percorso concordato, conclusosi in piazzale XXV Aprile, il corteo di protesta per il decesso, il 20 ottobre scorso, di Moussa Diarra (maliano di 26 anni armato di coltello, vittima dell’estrema difesa d’un agente della Polfer minacciato dalla sua aggressività davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova), ha radunato tra tremila e cinquemila presenze (secondo fonti diverse) per la stragrande maggioranza appartenenti ad associazioni di Paesi africani nella diaspora, oltre che attivisti italiani dei diritti umani e della vicinanza civica agli immigrati.







Le associazioni organizzatrici, anche come sostegno e coinvolgimento, sono state diverse. Tra cui l’Haut Conseil des Malien en Italie, l’Associazione Multiculturale Faso Yeredon Verona, il Laboratorio Autogestito Paratodəs e Mediterranea Saving Humans EDT Verona. E Non Una di Meno Verona, ADL COBAS Vicenza e Verona, Circolo Pink LGBTE Verona, Ultima Generazione con il Fondo Riparazione, CUB Federazione Unitaria di Base, Unione Inquilini Verona, Coordinamento Antirazzista Italiano ecc.
Nonostante qualche momento di tensione e tentativi di disordine d’una frangia nei pressi del tribunale e della questura, la dimostrazione s’è svolta, tutto sommato, pacificamente, con un cordone di sicurezza assicurato dagli stessi manifestanti per circoscrivere ed indirizzare verso la destinazione, arginando contestazioni sopra le righe e l’infiltrazione di soggetti istigatori.
Terminata la sfilata per le vie cittadine, molti si sono recati, per un momento di raccoglimento e preghiera, sul luogo dell’uccisione di Diarra all’esterno della stazione, spazio delimitato assunto a “memoriale” in cui da giorni sono deposti fiori, lumini, messaggi di cordoglio.









Gli ancora africani o neo italiani si sono comportati meglio (a ragion veduta) delle marce con esponenti di centri sociali di stampo eversivo abituati ad innescar cagnara violenta. Pur biasimando quanto accaduto e sotto indagine e preoccupati perché la tragica vicenda non venga archiviata (è stato ripetuto spesso il mantra “Verità e giustizia per Moussa”), non si sono lasciati andare a sfoghi eccessivi o fatti coinvolgere da sobillatori sottobanco.
I vari interventi finali ascoltati in piazzale XXV Aprile, purtroppo, hanno insistito su un razzismo generalizzato italiano, accusa, più che altro, istigata da terzi d’una precisa area politica (votata all’ossessiva delegittimazione del democratico risultato elettorale) ed estranea alla realtà oggettiva, se non in forma minimale che concerne sparute entità pseudo-nostalgiche ingigantite per mero utilitarismo.









Non sono mancate bordate offensive a Matteo Salvini che c’entrava come i cavoli a merenda (ma, tanto, tutto fa brodo per attaccare la Lega, presunta “razzista” e nemica di “migranti”) e definizioni oltraggiose della polizia, bollata come “assassina”.
I duri discorsi di militanti del Laboratorio autogestito Paratodəs (che provvedono alla casa occupata dov’era ospitato il maliano, detta del “Ghibellin Fuggiasco”, con riferimento alla definizione di Dante da parte di Ugo Foscolo ne “I sepolcri”) hanno assunto toni d’accusa nei confronti del Comune di Verona e delle istituzioni pubbliche ritenuti tra i “colpevoli” «della disperazione, della frustrazione di Moussa, portandolo forse a perdere il controllo. Ma è normale, è comprensibile (sic). Pretendiamo che il Comune si attivi in soluzioni concrete per risolvere il problema della casa. Centinaia sono gli alloggi Agec vuoti, centinaia sono gli edifici pubblici abbandonati, migliaia gli appartamenti privati sfitti. Trova il coraggio, sindaco Tommasi. Per Moussa, per noi, per tutti!».
Gli slogans e gli addebiti di razzismo gridati da una parte di contestatori sono stati, con diverse modalità concettuali, smorzati dalle parole di altri africani immigrati, quasi volessero dissociarsi da una simile strategia di colpevolizzazione collettiva tendente a buttare benzina sul fuoco.
Un volantino distribuito riporta nel recto, oltre ad un’immagine dai tratti abbozzati del maliano, la perentoria frase: “Ucciso la prima volta dallo Stato, ucciso l’ultima volta dalla polizia. Urlate il suo nome: Moussa Diarra”.
Nel verso il testo ricostruisce il fatto drammatico per poi criticare gli interventi legislativi dei Decreti sicurezza e sottolineare che “per le persone richiedenti asilo, ma anche per coloro ormai titolari di permesso, la vita si compone di continue discriminazioni quotidiane all’interno d’un quadro di razzismo strutturale”. Anche il foglio diffuso punta il dito contro Palazzo Barbieri: “Nonostante anni di pressioni e battaglie, il Comune non ha mai individuato una soluzione per le circa cinquanta persone che vivono al Ghibellin Fuggiasco. Moussa soffriva d’un profondo disagio psicologico, acuito dall’abbandono istituzionale, dalla mancanza di prospettive, dalla precarietà e dai continui ritardi nel rilascio dei documenti”.
E conclude: “Discriminare le persone straniere attraverso pratiche illegittime o rallentando l’accesso a diritti fondamentali significa, oggi, nella nostra città e nel nostro Paese, creare le condizioni per escluderle dalla società, emarginarle e negare loro la possibilità d’essere riconosciute come concittadini e concittadine. Vuol dire percepirle come estranee, distanti e, troppo spesso, come una minaccia”.
Servizio, foto e video di
Claudio Beccalossi
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