Oltre alle varie opere storiche ed artistiche presenti nella basilica minore in stile romanico di San Zeno (o di San Zeno Maggiore o, ancora, chiesa di San Zenone, sorta su un preesistente edificio sacro del IV secolo, luogo di sepoltura appunto del vescovo Zeno e completata verso la fine del XIV secolo, con successivi interventi per modifiche) c’è una scultura che attrae particolarmente fedeli, turisti e curiosi durante la loro permanenza all’interno. Si tratta della raffigurazione denominata San Zeno che ride, posta nell’absidiola della navata minore di sinistra del presbiterio.
La massiccia statua, non propriamente eccelsa e realizzata in marmo rosso veronese (con l’inserimento di marmo greco) e dipinta, calamita l’attenzione per il sorriso gioviale dalla contagiosa serenità del santo (ottavo vescovo di Verona pressappoco tra l’8 dicembre 362 fino alla sua morte, il 12 aprile 371 o 372 o 373 o 380, stando a fonti diverse, comunque tra il 372 ed il 380, secondo altri studiosi, venerato dalle Chiese cattolica ed ortodossa, patrono della città).
Rappresenta un’ostentazione di vicinanza alla gente nelle difficoltà quotidiane, una figura che si discosta dagli standard classici di soggetti sacri celebrati nella serietà di volti e pose o con occhi rivolti al cielo. Seduto sul trono vescovile con portanti teste di leoni, tiene nella mano sinistra il bastone pastorale (o baculo o vincastro) mentre, con la destra, compie l’atto di benedizione. Mani ambedue tozze e sproporzionate.
Il nome dell’artista e la data precisa di realizzazione sono ignoti ma certi storici azzardano ipotesi d’attribuzione (il lapicida autore del Virgilio in cattedra, collocato in un’edicola accanto al Palazzo del Podestà, a Mantova od un maestro locale?) e propendono ad attribuirla attorno al XIII/XIV secolo. Inoltre, vi hanno ravvisato attinenza con le sembianze di personaggi delle arche scaligere o col trasgressivo risus paschalis (indicato nell’ambito germanofono come Osterlachen), cioè l’inserimento nell’omelia pasquale cristiana di spiritosaggini, talvolta volgari, per stimolare il buon umore tra i fedeli, scacciando pensieri funesti e paura della morte.
La fattura grossolana ma dal coinvolgente effetto buonista del manufatto spinge a fermarsi davanti per rimirarla, con calma autoconcessa, quasi più del tempo trascorso al cospetto di indiscussi capolavori come, ad esempio, il grande rosone della facciata (detto “Ruota della fortuna”) del lapicida Brioloto de Balneo (o Brioloto a Balneo), il protiro del maestro Niccolò (Nicholaus), le 73 formelle bronzee del portale (di cui 48 più grandi, 24 per ogni battente) di vari maestri fonditori, la “Pala di San Zeno”, trittico di Andrea Mantegna, la cripta che, in un’urna a vista, accoglie le spoglie del vescovo moro, con i paramenti sacri ed il teschio celato da una maschera d’argento.
“San Zen che ride” è anche il titolo d’una celebre poesia dialettale di Berto Barbarani (pseudonimo di Tiberio Umberto Barbarani, Verona, 3 dicembre 1872 – Verona, 27 gennaio 1945, giornalista e poeta), nel “II Canzoniere” (de “I due canzonieri”, pubblicato originariamente nel 1917).
di Claudio Beccalossi

