Nel marzo 2021 uscì l’antologia “Siamo tutti figli di Dante” (MAGI Edizioni, Associazione Teatro-Cultura “Beniamino Joppolo”, Patti, Messina) nella ricorrenza del 700° anniversario della morte del Grande Poeta (13-14 settembre 1321), anche letterato, linguista, teorico politico, filosofo e teologo. La pubblicazione conteneva 47 contributi poetici di varie parti d’Italia, tra cui quello del sottoscritto, autore di “Spirito leggero nel prodigio di comedìa (Verona e il mistico errabondo)”, in riferimento alle sue permanenze in terra scaligera (attribuibili a periodi tra il 1303 ed il 1304 con Bartolomeo della Scala e tra il 1312 ed il 1318 con Cangrande della Scala, fino all’ultimo ritorno nel 1320).
Il testo costituisce una sorta di riepilogo dei tratti salienti del rapporto tra il Sommo e Verona, propedeutico ad un inserimento familiare discendente nell’alveo cittadino. E s’allinea al racconto dantesco ancora ben presente tra vie e piazze.
Spirito leggero nel prodigio di Comedìa
(Verona e il mistico errabondo)
Tu, Dante pensoso e arcigno, guardi di sottecchi
la piazza supina che il gergo comune chiama col tuo nome
perché lì domini, nel marmo di Carrara scolpito (1).
L’attorno ti parla d’orgogliosa storia, anche storia tua,
nell’esilio da Firenze matrigna nella ghibellina Verona,
nel conforto di Bartolomeo prima e di Cangrande poi della Scala.
“Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello” (2) come rammentò l’avo tuo,
Cacciaguida degli Elisei, in quel contorto sogno in volgare fiorentino
che ti diede gloria tra terra e cielo e inferi, la Comedìa o Poema sacro,
per Giovanni Boccaccio Divina. Mirabolante tragitto
qual Itinerarium mentis in Deum (3) dietro severe anime guida…
Con Brunetto Latini in pena riportasti il palio in corsa
sulla romana via Postumia “… e parve di coloro che corrono
a Verona il drappo verde per la campagna” (4)…
Pietro e Jacopo, figli tuoi scacciati da Fiorenza, fecero dell’Adige
l’Arno perduto ma tu, nel gennaio di gelo, non scaldasti
in Sant’Elena canonici e dotti a esserti benevolenti con la tua
“Quaestio de aqua et terra” (5). E te ne andasti altrove errabondo ancora,
per chiuder gli occhi e aprir l’anima all’eterno in Ravenna (6)…
O per tornar al tuo mistico pellegrinare dopo l’ultimo mezzo
del cammin in una selva non più oscura ma amica e sorella e madre.
Pulsano d’eccelso le tue tre cantiche, metafore e neologismi compresi,
che lasciasti ai posteri nel libero arbitrio di secolari commenti.
T’affidasti dapprima al Virgilio mantovano,“non omo, omo già fui” (7),
per scendere nell’abisso e risalir dopo alle stelle con la tua Beatrice.
Incontrasti miseria e grandezza dell’uomo, condannato e purgante e beato.
E grazie a San Bernardo t’appagasti della luce di Dio finalmente,
crogiolandoti nella Trinità e acquietandoti nell’estrema armonia.
L’eredità sublime in terzine incatenate di versi endecasillabi,
un mastio di cento canti tra la conica cavità dell’Inferno,
l’irta isola del Purgatorio e il celeste empireo del Paradiso…
Tu, Dante, forgiasti con ferro e fuoco d’intelletto l’onirica Comedìa,
come contadino con terra da rivoltar per la semina.
E i germogli crebbero, poema d’allegorie dal peso cosmico.
Fosti spirito leggero nel prodigio di volo per angelica creatività.
- In piazza dei Signori (nota anche come piazza Dante), a Verona, è presente una statua in marmo di Carrara dedicata al Poeta nel sesto centenario della sua nascita, opera dello scultore Ugo Zannoni (Verona, 21 luglio 1836 – Verona, 3 giugno 1919), inaugurata il 14 maggio 1865.
- Paradiso – XVII, v. 70.
- Viaggio della mente verso Dio.
- Inferno – XV, v. 121-122. Il riferimento è all’antico Palio che si correva a Verona, sul tracciato della via Postumia d’origine romana, per vincere un prezioso drappo di lana verde.
- Dante lesse in latino il trattato filosofico (“Questione sull’acqua e sulla terra”, dai quattro elementi base: acqua, terra, aria e fuoco, struttura del cosmo secondo concetti aristotelico-tolemaici) nella chiesa di Sant’Elena (già chiesa dei Santi Giorgio e Zeno, adiacente al duomo) il 7 (od il 20) gennaio 1320, con l’intento d’essere ammesso all’insegnamento, ma venne prescelto il maestro di logica Artemisio.
- Dante morì a Ravenna di malaria (contratta probabilmente nelle insalubri e paludose valli di Comacchio) nella notte tra il 13 ed il 14 settembre 1321.
- Inferno – I, v. 67.
Più nel dettaglio, alla nota 1 – Il 6 ottobre 1863 il consiglio comunale della città, ancora sotto la dominazione austriaca, emise un bando di concorso per la realizzazione di un’opera scultorea commemorativa del poeta, ospitato in terra veronese dalla dinastia scaligera durante la sua costrizione errante quale esiliato da Firenze. Se lo aggiudicò lo scultore Ugo Zannoni. La statua che portò a termine venne piazzata quasi di soppiatto in piazza dei Signori nella notte tra il 13 ed il 14 maggio 1865, temendo intromissioni austriache. Infatti, un omaggio scultoreo all’autore de “La Divina Commedia” poteva apparire come un incentivo patriottico all’unità d’Italia. L’opera venne realizzata in marmo bianco di Carrara di seconda scelta, con uno sviluppo in alzato di tre metri sorretto da un piedistallo. Sul basamento si legge: “A Dante Lo primo svo rifvgio nelle feste nei voti concorde ogni terra italiana XIV maggio MDCCCLXV di svo natalizio”.



Verona dantesca
A detta di molti, è d’un sinistro ammaliante la statua in bronzo di Dante Alighieri (o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, Firenze, tra il 14 maggio ed il 13 giugno 1265) nella penombra del portico d’ingresso della chiesa di Sant’Elena, nei pressi del chiostro del duomo (cioè, la cattedrale di Santa Maria Assunta, nota pure come cattedrale di Santa Maria Matricolare) e della Biblioteca Capitolare.






La scultura priva di basamento, realizzata con la tecnica della fusione a cera persa e decorata con patina policroma (alta circa due metri, larga 80 cm e dai 260 kg di peso), si deve al maestro Albano Poli, su commissione della Società Dante Alighieri di Verona. Tra le mani tiene il poderoso poema allegorico-didascalico aperto con le celebri citazioni iniziale e terminale: “Nel mezzo del cammin di nostra vita” (primo verso de “La Divina Commedia”, incipit del Canto I dell’Inferno) e “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, ultimo verso del Paradiso, XXXIII, v. 145).
L’inaugurazione del bronzo artistico è avvenuta l’8 luglio 2021, alla presenza del ministro della Cultura in carica Dario Franceschini. Ha trovato corretta collocazione a tu per tu con la chiesa di Sant’Elena, elemento dantesco della città in cui la presenza dell’illustre fiorentino è stata documentata storicamente (come da nota 5 sopra)…
Il sepolcro della famiglia Serego Allighieri (anche Alighieri) discendente da Dante, manufatto del 1896 dello scultore Romeo Cristani (Verona, 21 maggio 1855 – Verona, 11 gennaio 1920), sorge nell’Intercolumnio XXXIII del Cimitero monumentale (area storica “Barbieri”, dal nome del progettista architetto Giuseppe Barbieri, Verona, 2 dicembre 1777 – Verona, 10 gennaio 1838).

Sopra la mensola marmorea (dove poggia una scultura bronzea con un mazzo di fiori ed uno scudo con lo stemma di famiglia) addossata alla parete, una lastra reca la seguente iscrizione: “Serego Allighieri. L’angelo dell’amore che pietoso protesse il nostro domestico Lare e viventi ne formò un sol cuore ed un’anima sola qui ne veglia estinti ne risorga gloriosi nel novissimo giorno e ne scorti ai gaudi celesti della beata immortalità. Nob. Contessa Teresa Corati Ved. di Serego Allighieri Nob. Filippo unica superstite. P. MDCCCXCVI”.



Il Lare (Lar in latino) è una divinità venerata dai Romani, soprattutto nel culto privato (Lare familiare, Lar familiaris) a protezione di casa e famiglia. Le fattezze stilistiche del manufatto sono proprie di fine Ottocento e rispettano una composizione minimalista.
Sulla facciata di Palazzo Bevilacqua, in corso Sant’Anastasia, la Società Dante Alighieri, Comitato di Verona, ha fatto apporre una targa commemorativa con la scritta: “Casa di Pietro Alighieri. Dimora dal 1362 di Pietro Alighieri, figlio di Dante e dei discendenti della famiglia fino al 1453”.
Si tratta dell’allora proprietà del magistrato Pietro Alighieri e di Dante II Alighieri, rispettivamente figlio e nipote di Dante Alighieri. Nel 1414 Dante II acquistò una casa accanto per avere maggior spazio a disposizione per farvi abitare il figlio Leonardo Alighieri, sposato con un’appartenente ad una famiglia patrizia veronese. Il fabbricato fu venduto il 22 febbraio 1453 da Pietro III, figlio di Leonardo, a Francesco Pellegrini. Venne poi acquistato dai Bevilacqua.


Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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