“Un orologio a pendolo, una radice fenomenica”. È il titolo d’un mio articolo pubblicato in “Realtà dall’Ignoto” (n. 3, novembre 1977), periodico d’informazione ciclostilato a cura del Centro SRRI (Studi e e Ricerche sulle Realtà dell’Ignoto) “di coordinamento per lo sviluppo popolare dell’indagine parapsicologica ed ufologica”. L’organismo giovanile, ormai archiviato da quasi mezzo secolo, allora aveva indirizzo postale in via Legnago 10.
Lo scritto in questione (tratto dalla raccolta del periodico dal n. 2, marzo 1977, al n. 6, dicembre 1979) riguardò una curiosa circostanza (di presumibile interesse miracolistico-parapsicologico) capitata a don Germano Alberti (Verona, 1888 – Verona, 9 novembre 1977, riposa nel Cimitero monumentale). O, meglio, al suo pendolo.
Don Germano fu un sacerdote singolare, dapprima vicario e poi parroco dal 1931 al 1934 del duomo di Villafranca di Verona (parrocchia dei Santi Pietro e Paolo Apostoli, su cui raccolse, nel 1927, informazioni d’archivio inedite), organista, già autore di “Cenni storici della vecchia e della nuova Chiesa di San Donato”, in contrada Maroni di Valpantena, ricerca pubblicata nel 1917.
Viene ricordato anche quale autore di musica campanaria (allievo del maestro Pietro Sancassani), di suonate per il “Sistema alla Veronese” (antica pratica di suono manuale, adottata nel XVIII secolo nel territorio scaligero, con campane, accordate in scala musicale, portate “a bicchiere”, cioè a bocca in alto, facendole poi ruotare del tutto suonando motivi e non solo facili rintocchi). Negli Anni Trenta del secolo scorso compose, in particolare, il brano armonico-campanario intitolato “Preludio”.
Tra il 1934 ed il 1962 don Alberti officiò da parroco nella chiesa di San Lorenzo, a Grezzano (comune di Mozzecane). Nel 1942 fece installare il castello in ferro per aumentare il concerto campanario con la rifusione dei bronzi preesistenti e l’incremento di altri tre più grandi, con l’esborso economico da parte delle famiglie dei soldati che sarebbero tornati sani e salvi dalla Seconda guerra mondiale. Si trattò d’un voto “padre” dell’attuale concerto campanario, fuso nel 1946.
Intervenne da risoluto sostenitore dell’identità di Giulio Canella nel famoso caso dello “smemorato di Collegno”, contrapposto all’interpretazione ufficiale, durante un complicato e lungo iter giudiziario, di Mario Bruneri.
Lo “strano” episodio
L’interprete principale dell’ennesima rappresentazione paranormale, che cercherò di sottoporre alla riflessione, è un orologio a pendolo come tanti altri, ma tolto dalla rigida regolarità per essere inserito in una fase di anti-usualità originale e vasta di punti sui quali soffermarsi per tentare una para-diagnosi fenomenica.
Il proprietario del pendolo era il sacerdote veronese don Germano Alberti, scomparso di recente, nome non sconosciuto, anzi noto per i suoi ripetuti tentativi di restituire al famoso “smemorato di Collegno” la giusta identità di Canella. Ed è partendo proprio dalle abitudini dell’anziano prete che si possono costruire le prime fondamenta di cronaca esigenti. Infatti, quest’ultimo, come ogni cinque anni, aveva fatto revisionare dall’orologiaio il pendolo assicurandogli, così, una sistematica pulitura e lubrificazione dei perni. Tuttavia, il tecnico, all’atto della consegna e quasi intuendo o presagendo eventuali anormalità, aveva soggiunto che nel caso di qualche disturbo l’avrebbe rimesso di nuovo a posto. Comunque, come lo stesso don Alberti rievocò ai suoi interlocutori, l’orologio funzionava con regolarità, battendo con esattezza sia le ore che le mezze.
Ma un mattino si rese conto, già dalle 4, che non scandiva più l’ordine del tempo e che, perciò, si era interrotto nel corso della notte. Dopo essersi alzato, don Germano riscontrò verso le ore 6 che il pendolo aveva bloccato le lancette ben prima di mezzanotte e, per l’esattezza, sulle 22,55 e, quindi, pensò di rimetterlo in moto dopo aver celebrato la funzione religiosa nella vicina cappella senza incomodare la cugina. Alle 7,10 ritornò, si accorse che l’orologio funzionava di nuovo e, ragionando sul fatto che fosse stata la cugina a riportarlo a posto, la ringraziò, ma quest’ultima affermò di non averlo nemmeno sfiorato e soggiunse che pure lei aveva preso atto dei mancati rintocchi delle 6 e delle 6,30.
Erano, dunque, le 7,10, mentre il pendolo segnava le 6.55 e sia il sacerdote che la sua parente si misero in attesa per cinque minuti ad ascoltare quale ora battesse: con non poco stupore dei due testimoni, rintronarono, poco dopo, i colpi delle 7. Quindi, don Alberti mise l’orologio avanti dei 15 minuti assenti per formare l’ora esatta dopodiché i meccanismi ripresero a scandire gli attimi normalmente.
Riepilogando, il pendolo si era interrotto alle 22,55, alle 6 (momento della constatazione effettiva di don Germano) le lancette indicavano ancora tale orario, però alle 7,10 (al rientro dalla messa mattutina) dava le 6,55 dimostrando di aver “recuperato” otto ore in circa 70 minuti (dalle 6 alle 7,10). Teoricamente, si potrebbe supporre che se questa vicenda dal gusto arcano fosse stata appurata in un lasso di tempo più vasto, forse (ed è un forse che rovina, ma non scarta, la certezza del fenomeno) il quarto d’ora mancante si sarebbe ritrovato a formare immancabilmente il giusto tempo senza il bisogno di correzioni manuali.
Dopo aver vissuto con i propri occhi un evento del genere, è inutile sottolineare che il buon don Alberti sentì forte una causa divina radice di fede nell’intimo rendendolo concentrato nelle sue meditazioni a tal punto da non riuscire, la sera seguente, a socchiudere gli occhi per soccombere in un sereno riposo. Poneva la sua situazione al pari di quella vissuta dai popolani di Cafarnao, al tempo in cui Gesù guarì il paralitico, lasciandosi prevalere, come lo stesso Vangelo menziona, da una carica estrema ed incontrastata di timore religioso e d’ammirazione esaltante. «Tra le quattro mura della mia casa era entrata di sicuro una potenza divina», aveva concluso. E decise di non consegnare il pendolo all’orologiaio per una plausibile e razionale spiegazione «poiché l’unico conoscitore di simili fatti è Dio, ragione, forza e fine».
Seguirono, nell’articolo, ipotesi e considerazioni secondo gli ambiti di competenza. E resta tuttora, incollato alla biografia minore di don Alberti, questo “strano” episodio che mise tanta inquietudine nell’interprete diretto, con sue risposte scontate per affidamento completo a Dio.
di Claudio Beccalossi
Nella foto: don Germano Alberti.

