Conclusa la manutenzione straordinaria della falda nord dell’antica basilica. Il restauro, caratterizzato da un’innovativa tecnica di posa delle tegole, è stato finanziato da Chiese Vive, parrocchia, Banco BPM. Tra le curiosità emerse c’è anche una data inedita
Verona, giovedì 22 giugno 2017
Salvati dal pericolo delle infiltrazioni d’acqua piovana gli affreschi trecenteschi della basilica di San Zeno Maggiore: merito della manutenzione straordinaria della falda nord dell’antico complesso. Il restauro, che ha interessato 600 metri di superficie su cui è stata applicata un’innovativa tecnica di posa dei coppi senza uso di malta, è stato finanziato dall’Associazione Chiese Vive, dalla parrocchia di San Zeno e dal Banco BPM.
Lavori mirati. «L’intervento era necessario», premette l’architetto Flavio Pachera, progettista e direttore dei lavori, in sopralluogo nel giardino del chiostro dove sono stati di recente smontati i ponteggi. Ad un occhio non esperto è quasi impossibile distinguere la porzione di tetto che è stata oggetto di sistemazione: «Una conferma che siamo intervenuti nel migliore dei modi in salvaguardia del bene».
Da oltre trent’anni San Zeno, evidenzia l’abate mons. Gianni Ballarini, «ha portato avanti importanti opere di ristrutturazione e restauro in sintonia con la Soprintendenza e l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi, supportate con generosità dal Banco BPM». Quest’ultimo obiettivo raggiunto, prosegue, «ci dà la serenità per affrontare i prossimi decenni. Un complesso così grande, come una casa, ha bisogno di continua manutenzione ordinaria e straordinaria. Non soltanto nella facciata, ma in punti artisticamente meno gratificanti che sono però determinanti per la conservazione del monumento».
Vista la crisi generale nel reperimento di contributi, chiosa mons. Ballarini che è anche presidente di Chiese Vive, «la prospettiva che si apre ci obbliga come associazione a valutare una serie di priorità d’azione per la conservazione e valorizzazione delle nostre quattro chiese – San Zeno, San Fermo, Duomo, Sant’Anastasia – che possiamo considerare eccezionali musei visitati da centinaia di migliaia di persone ogni anno».
Una posa all’avanguardia. La copertura dell’abbazia fu rifatta all’inizio degli anni ottanta del Novecento da una ditta fiorentina, sotto la direzione della Sovrintendenza. I lavori, interviene l’architetto, «furono eseguiti a regola d’arte, tanto che tuttora la falda sud e le due falde a capanna della navata centrale tengono bene l’acqua». All’epoca, scende nel dettaglio, «la pendenza della superficie suggerì di fissare i coppi con la malta. Essendo la falda nord più esposta a gelo e disgelo, nei decenni ha subìto dei danni: l’acqua piovana, ristagnando, ha impregnato la vecchia malta e la guaina del tetto provocando pericolose infiltrazioni, soprattutto lungo la parete nord della basilica occupata da grandi superfici affrescate databili al Trecento». Il percolamento rischiava di danneggiare le statue della teoria di Apostoli collocate sopra la balaustra di fine Ottocento in marmo rosso Verona e rendeva inagibile la scala nord di collegamento tra chiesa inferiore e superiore.
Una prima fase dei lavori, durati alcuni mesi, ha riguardato la demolizione del manto di copertura danneggiato, con la selezione dei coppi in buone condizioni. La preesistente guaina ardesiata è stata conservata e ricoperta da un’altra con specifiche caratteristiche di elasticità e resistenza al gelo (fino a 20 gradi sotto zero). Qui, in aiuto del monumento, è intervenuta una moderna metodologia simile a quella adottata nell’abbazia di Praglia a Teolo, nel Padovano. «Sulla guaina sono stati collocati innumerevoli travicelli traforati in una lega che garantisce durevolezza nel tempo. Tale sistema di posa, messo a punto da una ditta di Possagno, ha permesso di agganciare le tegole con particolari ferri senza ricorrere alla malta». I coppi antichi sono stati mescolati a pezzi recenti, scelti per affinità cromatica e dimensione. I vantaggi sono molteplici: il tetto è più ventilato, c’è miglior distribuzione dei carichi e le manutenzioni future saranno facili da eseguire.
La data rinvenuta. Non è l’unico risultato positivo ottenuto dal cantiere. Come spesso accade quando si osservano le murature vengono alla luce i segni che mastri costruttori e lapicidi hanno voluto lasciare. In questo caso è apparsa in un’arcatella che decora gli sporti del tetto la data 1278. Dettaglio che non è sfuggito al progettista: «L’iscrizione, mi permetto di aggiungere pur non essendo storico dell’arte, sposta di circa cinquant’anni in avanti il completamento della basilica, che già nel 1138 fu sopraelevata e allungata, mentre il rosone opera di Brioloto si concluse nei primi decenni del 13º secolo». La data rinvenuta, oltre a confermare gli studi pubblicati nel 1993 dalla professoressa Giovanna Valenzano, «testimonia che i lavori di abbellimento della basilica, con i suoi numerosi affreschi trecenteschi, dall’interno proseguirono all’esterno dell’edificio».

