FED: cronache di movimenti autunnali
Janet Yellen non ha deluso le attese degli operatori che si aspettavano risposte ed una linea guida sulle future mosse della Banca Centrale Statunitense. Lo scorso 20 settembre la FED ha preso infatti alcune importanti decisioni: in primo luogo ha confermato il tasso di interesse di riferimento nell’intervallo 1% – 1,25%, decisione presa concordemente da tutti i membri del FOMC, il comitato che regola la politica monetaria americana; in seconda battuta nel comunicato ufficiale ha anticipato l’intenzione dell’Istituto di intervenire ancora per una volta sul livello dei tassi nel 2017, probabilmente a dicembre, e per tre nel 2018; infine, notizia attesa, a partire da ottobre inizierà l’iter di normalizzazione del bilancio della Banca Centrale. L’attivo patrimoniale della stessa, salito a circa 4.500 miliardi di dollari a seguito del quantitative easing, cioè dell’acquisto di bond a fronte di stampa di dollari, verrà progressivamente ridimensionato riducendo il volume dei reinvestimenti in titoli di stato e simili di 10 miliardi al mese, per salire a 20 ad inizio 2018 sino al massimo di 50 nell’ultimo trimestre dello stesso anno. In pratica la FED non riacquisterà l’intero importo dei titoli che andranno in scadenza ogni mese e così facendo procederà a riassorbire parzialmente il denaro in circolazione. Si tratta di una delle classiche manovre monetarie restrittive che mirano a contenere possibili aumenti dei prezzi. Minore liquidità riduce infatti consumi e investimenti visto che ci sono meno “banconote” nei circuiti produttivi e porta a un calo della richiesta di beni e servizi. Il calo della domanda degli stessi ha quindi come risultato il calo dei prezzi. La politica restrittiva sarà comunque oggetto di continuo monitoraggio, assicura la Yellen, e la sterilizzazione delle misure prese dal 2008 ad oggi sarà “graduale e prevedibile”. Se necessario, e se il contesto economico dovesse richiederlo, la Banca potrà riprendere le misure espansive. Non sono fissati target al momento. Se inoltre l’inflazione dovesse ancora mostrarsi debole (1,6% nel 2017), anche il piano di aumento dei tassi potrebbe venire rivisto. Il raggiungimento dell’obiettivo dell’aumento del costo della vita al 2% è, dopo gli ultimi aggiornamenti, fissato per il 2019 (dal 2018). La dinamica dei prezzi di questi mesi è stata poi definita “misteriosa” e legata a fattori provvisori dallo stesso governatore. Le aspettative sulla crescita della produzione americana si confermano invece ancora robuste e ritoccate al rialzo per il 2017 (al 2,4%), leggermente più contenute per il 2018 (2,1%) e 2019 (2%). E’ visto in limitato calo il tasso di disoccupazione, dal 4,3% per il 2017 al 4,1% per il 2019. La Yellen ha infine glissato sulla possibilità di una sua difficile conferma per un secondo mandato come presidente della FED alla scadenza dell’attuale (febbraio 2018) e su i rapporti con Trump. Il 26 settembre a Cleveland il governatore ha rincarato la dose sostenendo che la Banca Centrale dovrà continuare il rialzo dei tassi nonostante l’inflazione debole. Le borse hanno subito variazioni limitate nei giorni successivi alla conferenza stampa. Il dollaro ha invece reagito immediatamente alla notizia di un, seppur limitato, irrigidimento delle politiche monetarie rinforzandosi e recuperando nel rapporto EUR/USD quota 1,186. Ridurre il volume di valuta statunitense in circolazione ne aumenta di fatto, inevitabilmente, il valore. Il cambio è poi salito a 1,175 anche a seguito degli incerti risultati delle elezioni in Germania del 24 settembre e del referendum catalano del primo ottobre.
Matteo Peretti

