Memorie ed immagini del periodo post ripudio insurrezionale della dittatura e del comunismo.
Uno sconcertante e penoso itinerario tra bambini nel disagio, tracce degli scontri cruenti, “eroi martiri del dicembre 1989” e lasciti della peggior megalomania dispotica
Bucarest/Focşani (Romania) – Un affondo di storia contemporanea, all’iniziale seguito di due esponenti dell’Amurt (Ananda Marga Universal Relief Team), nella Romania in faticosa ripresa dall’ubriacatura della sanguinosa rivoluzione del dicembre 1989. È quello che permise, tra il 27 febbraio e l’11 marzo 1991, il mio primo contatto romeno (seguiti da molti altri), soprattutto con Bucarest.
Partiti in quattro da Verona su una vecchia Golf con targa romena stracarica di materiale, percorremmo il tragitto verso Vienna (dove pernottammo alla meno peggio nell’abitazione d’un addetto dell’ambasciata del Messico) e Budapest, entrando in Romania dall’Ungheria attraverso Nădlac, nel distretto di Arad, il più importante valico automobilistico tra le due nazioni. Percorsa la Transilvania (con qualche puerile patema d’animo per l’aleggiare del richiamo a Vlad Țepeș, Vlad l’Impalatore, più noto col nome patronimico di Dracula) ed entrati in Muntenia (o Grande Valacchia), alle prime luci del mattino successivo arrivammo, infine, a Bucarest già ben sveglia.
Con Armando Faè, pittore e fotografo, mio compagno d’avventura, alloggiammo presso la sede dell’Amurt nella capitale, in Strada Romancierilor, adattandoci a dormire sul pavimento in sacchi a pelo ed a mangiare cibi rigorosamente vegetariani, come da dettami dell’Ānanda Mārga, organismo internazionale conosciuto quale Ānanda Mārga Pracaraka Samgha (ĀMPS). Denominazione che significa “organizzazione (Samgha) per la propagazione del sentiero (mārga) di beatitudine (ānanda)”. Si tratta d’un movimento spirituale e sociale fondato nel 1955 a Jamalpur, Bihar (India) da Prabhat Ranjan Sarkar (Jamalpur, 21 maggio 1921 – Calcutta, 21 ottobre 1990), famoso pure come Shrii Shrii Ánandamúrti. Baba per i suoi discepoli.
Tra l’altro, con gli ācārya od acharya (maeștri, insegnanti in arancione, l’uno brasiliano e l’altro tedesco) che vennero con noi da Verona e margis (laici) dell’Amurt presenti a Bucarest, compreso un margi medico omeopata, ci recammo a Focșani (capoluogo del distretto di Vrancea, nella regione storica della Moldavia), a circa 180 chilometri a nord di Bucarest, per visite mediche e consegna di aiuti ad una Casa de copii prescolari (Casa per bambini in età prescolare) dove, in deficitarie condizioni, furono accolti 85 bambini orfani, oppure figli di genitori o mamme nei guai, dai 3 ai 7 anni d’età.


Oltre al pugno nello stomaco per quei piccoli innocenti nel disagio e comunque amorevolmente seguiti dal poco personale, provai altra angoscia all’essere stato messo al corrente che alcuni bambini, colpiti da virus HIV, stettero a convivere gomito a gomito con coetanei sani, senza alcuna particolare cautela o prevenzione. Inoltre, dormitori e servizi igienici comuni, oltre allo stesso ambulatorio, apparvero fatiscenti, spogli, carenti di elementari strutture, insufficienti all’evidente bisogno.



Attanagliò l’incapacità a rispondere alle varie emergenze constatate che nemmeno i buoni propositi per altre eventuali, ulteriori forniture più mirate potessero, in qualche maniera, affievolire. I visetti dei bambini, nonostante tutto sorridenti, mi “perseguitarono” dentro a lungo, scavando malinconie e restandovi rintanate.
E mentre i membri dell’Amurt se ne andarono verso altre destinazioni, Armando ed io tornammo da Focșani a Bucarest in treno, per cogliere quanta più documentazione possibile sul particolare momento di “transito” dal picco rivoluzionario di ripudio del comunismo ad una sorta di capitalismo fai-da-te affannosamente perverso, forse perché covato a lungo come esagerato miraggio di benessere od obiettivo consumistico all’occidentale da raggiungere, costi quel che costi.
Così, contando sempre sul supporto logistico della sede dell’Amurt in Strada Romancierilor, potemmo renderci conto di quel periodo di crudo e difficile “travaso” sociale, testimoniato dai visibili e tragici “reperti” dell’ancora troppo recente e sibilante periodo insurrezionale contro il presidente della Repubblica Socialista di Romania (Republica Socialistă România), Nicolae Ceaușescu e la sua cricca.
Nella centralissima Piazza della Rivoluzione (Piaţa Revoluţiei, conosciuta come Piazza del Palazzo, Piaţa Palatului, prima degli eventi destabilizzatori del regime) gli edifici storici mostrarono segni della parziale distruzione, di ordigni lanciati e pallottole sparate ripetutamente contro.

L’ex sede del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno (Sediul Comitetului Central al Partidul Comunist Român, PCR), poi Palazzo del Senato (Palatul Senatului), da dove Ceaușescu e sua moglie Elena Petrescu fuggirono a bordo d’un elicottero Mil-Mi-8 il 22 dicembre 1989, la sala per concerti Athenæum Romeno (Ateneul Român), la Biblioteca Centrale Universitaria (Biblioteca Centrală Universitară) di Bucarest, l’Athénée Palace Hotel costituirono ormai inerti simboli di potere esausto, carnefici e vittime, rapaci d’una fosca dittatura psicopatica a cui furono mozzati gli artigli.

















Girando per la capitale incappammo spesso in croci lignee, candele, scritte, corone di fiori e disegni della bandiera romena senza lo stemma comunista al centro, posti in ricordo di rivoluzionari o cittadini rimasti uccisi durante i concitati momenti dei contrasti. Cifre stiracchiate riferite molto a freddo stimano in 564 (515 dopo il 22 dicembre) i morti a Bucarest, di cui 269 vennero sepolti nel cimitero tristemente realizzato ad hoc (Cimitirul Eroii Martiri al Revoluţiei din Decembrie 1989, Cimitero degli Eroi Martiri della Rivoluzione di dicembre 1989), in Calea Șerban Vodă.






L’allora recente cappa oppressiva comunista ristagnò soprattutto nell’imponente skyline del Palazzo del Parlamento (Palatul Parlamentului), in origine Casa della Repubblica (Casa Republicii) o Casa del Popolo (Casa Poporului, come molti romeni lo chiamano tuttora) nella vasta Piazza Costituzione (Piața Constituției), tra Strada Izvor e Calea 13 Septembrie, al termine di Viale Unione (Bulevardul Unirii) e confinante con Viale Libertà (Bulevardul Libertăţii).






“Gravidanza isterica” in stile tardo classicismo socialista, il glaciale palazzo, estremo rigurgito stalinista, risulta essere il secondo più grande edificio amministrativo al mondo per superficie, dopo Il Pentagono (The Pentagon), sede del quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniți d’America.
I dati che lo contraddistinguono fanno arrossire i più grandi dittatori megalomani della storia: la sua superficie globale è pari a 340mila m² (350mila secondo altra fonte), con circa mille stanze e vari atri, passaggi, scale ed una quarantina di ascensori.
Progettato dall’architetto Anca Petrescu (vincitore dello specifico concorso indetto nel 1981), la costruzione, iniziata nel 1984 e terminata 5 anni dopo, interessò 700 architetti e 20mila operai, con l’utilizzo di materiali esclusivamente romeni (un milione di m³ di marmo dalla Transilvania, 3.500 tonnellate di cristallo, 700mila tonnellate di acciaio e bronzo, 900mila m³ di legno per parquet e rivestimenti, 200mila m² di moquette e tappeti di lana, 1.409 luci e specchi, 480 candelieri).
Il “colosso” di Bucarest verte su 12 piani, è lungo 270 m ed ha 245 m di larghezza. Due sue gallerie (tra la sessantina presenti) misurano 150 m di lunghezza e 18 di larghezza e 40 dei suoi 64 saloni occupano una superficie di 600 m². Per reperire spazio ed edificare questo “ciclope” sotto la sferza autocelebrativa di Ceaușescu, vennero tolti di mezzo un intero quartiere di circa 30mila edifici, 19 chiese ortodosse, 6 sinagoghe e 3 luoghi di culto protestante.
Ancora parzialmente da completare, il complesso mirò a fungere da sede delle più alte istituzioni dello Stato, quali la Presidenza della Repubblica, la Grande Assemblea Nazionale, il Consiglio dei Ministri ed il Tribunale Supremo ma il rovesciamento del dicembre 1989 ruppe le uova nel paniere agli altezzosi propositi. E, passata la drammatica buriana insurrezionale, dal 1994 nel Palatul è aperta la Camera dei Deputati (Camera Deputaţilor) mentre il Senato (Senatul) vi esercita dal 2004.
Lasciammo Bucarest per Verona in treno, dalla Gara de Nord fino a Stamora Moraviţa, poi a Belgrado (agonizzante capitale della Jugoslavia destinata ad un atroce disfacimento) ed a Venezia. Con freschi ricordi che languirono a iosa dentro, come l’impellente desiderio del ritorno, poi soddisfatto. Quelle particolari atmosfere romene da magone m’ebbero del tutto avvinghiato…
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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