Roma – I media internazionali sono in fibrillazione per l’ennesima mossa dirompente del 47° presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump (New York, 14 giugno 1946) dal suo inizio mandato del 20 gennaio 2025, cioè il colloquio intercorso col suo omologo della Federazione Russa Vladimir Putin (Leningrado, 7 ottobre 1952) riguardo all’avvio di negoziati per tentare di porre fine alla guerra russo-ucraina. Contatti mal digeriti dalla stessa Ucraina, che s’è sentita quasi lasciata in disparte e dall’Unione europea, del tutto accantonata come interlocutrice in trattative.
L’impennata promessa dal neo inquilino della Casa Bianca per scongiurare un proseguimento dissennato del conflitto fino alla “pace giusta” od alla “vittoria dell’Ucraina, con Crimea riacquisita” sta spiazzando i falchi europei (Paesi baltici soprattutto) e della Nato che, prima con l’ex presidente americano Joe Biden, spingevano ad uno scontro ad oltranza, dissanguando casse di Stato, sguarnendo arsenali, mettendo in crisi economie nazionali e forniture di materie prime, gas a costi convenienti in primis, per gonfiare di soldi ed armi il boss ucraino Volodymyr Zelens’kyj e la sua cerchia stratega combattente all’estremo.
Avevo discusso sulle prospettive della contrapposizione Mosca-Kyïv con Fausto Biloslavo (Trieste, 13 novembre 1961), noto giornalista di guerra de “Il Giornale” nonché collaboratore di vari media, reporter sui fronti più bollenti e pericolosi, al termine d’un incontro-dibattito di presentazione del suo libro (scritto in collaborazione con Matteo Carnieletto) “Talebani dell’accoglienza. Vittime e mercanti del business dell’immigrazione” (Signs Publishing, Milano, 2024), nel corso di “Atreju”, evento di Fratelli d’Italia e del suo settore giovanile Gioventù Nazionale.



«Sono stato in tutto il Donbass già nel 2014, quando tutto è iniziato. – ha premesso Biloslavo – Mi ricordo Slov’jans’k, le prime barricate, i filorussi mascherati ed armati, Kramators’k, Donec’k, Mariupol’, dopodiché la guerra è andata avanti per 8 anni prima dell’invasione russa del 24 febbraio 2022».
– Quale potrebbe essere la soluzione per arrivare alla fine di questo conflitto? Ci sarà un accordo con l’avvento di Trump?
«L’unica soluzione possibile, in questo momento, è il congelamento del conflitto, come nel 38° parallelo nella penisola coreana (la Military Demarcation Line, MDL, Linea di Demarcazione Militare, LDM o linea dell’armistizio, cioè il confine tra la Corea del Nord e quella del Sud stabilito con l’armistizio della guerra di Corea del 27 luglio 1953, con una zona di cuscinetto di 4 km, n.d.a.). Penso che a questo stia lavorando il presidente eletto Trump e, in fondo, lo vogliono anche gli europei».
«Bisogna convincere gli ucraini tenendo conto (il mio cuore batte per gli ucraini) che non è una “pace giusta” ma una mutilazione territoriale. Va bene anche ai russi perché erano partiti con l’intento di distruggere l’Ucraina e, alla fine, non hanno conquistato neanche tutto il Donbass. Il congelamento è necessario perché il numero di morti e feriti è tale, perché le distruzioni sono tali che non si può andare avanti così».
«È un bene per tutti, anche per noi europei. Un bene per gli ucraini perché, se guardiamo com’è andata a finire dopo tanti anni al 38° parallelo, chi ci ha guadagnato? Ciccio Bomba (Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord dal 2011, n.d.a.), con le sue armi nucleari ed il suo popolo affamato al nord od il sud che, nonostante gli ultimi incidenti, diciamo, di golpe annunciati e falliti nel giro di poche ore, è comunque una grande nazione industrializzata, in cui la popolazione è libera ed è uno dei Paesi dell’Estremo Oriente in cui si vive meglio? Chiaramente, ha ricavato benefici la Corea del Sud. Sono convinto che l’Ucraina, col congelamento, avvicinandosi all’Europa, la difesa comunque che verrebbe garantita, ne trarrebbe vantaggio neanche a lungo termine ma nel giro di cinque anni».



– E l’entrata nella Nato?
«Ovviamente fa parte della trattativa perché i russi hanno detto di non volere l’Ucraina nella Nato, ma dato che l’Ucraina ha già iniziato il percorso verso l’Unione europea e lo porterà avanti e può portarlo avanti, ci sarà almeno uno stop ai combattimenti, una tregua. Se l’Ucraina s’avvicina, entra nell’Unione europea penso che sia intoccabile militarmente come se facesse parte della Nato. L’Ucraina ha scelto questo percorso verso quello che, una volta, si chiamava mondo libero, mondo occidentale. In Russia Putin non è immortale ed i fatti possono variare, speriamo nel bene, forse anche nel male, però sicuramente, secondo me, da un congelamento del conflitto (che è difficile da digerire, me ne rendo conto) ci guadagnerà a breve termine l’Ucraina».
– Come giudica il presidente ucraino Zelens’kyj?
«Di Zelens’kyj devo dire che, al momento della sua presentazione alle elezioni ben prima dell’invasione (ma la guerra nel Donbass c’era), l’avevo definito il “Beppe Grillo dell’Ucraina” perché era un attore, assomigliava molto all’evoluzione dei grillini e di Beppe Grillo. E, sinceramente, non gli davo un soldo quando c’è stata l’offensiva russa. Invece, s’è trasformato da presidente-attore a presidente-guerriero, nel senso che ha deciso di non lasciare la capitale. Gli americani gli avevano mandato un elicottero ma aveva optato, in qualche maniera, per resistere a suo rischio e pericolo. Uno degli obiettivi tattici dei russi era proprio quello (perché io ero là) di penetrare a Kyïv e cercare di catturarlo vivo o morto e, perciò, di far cadere in basso il governo. È rimasto il presidente-guerriero e, come tale, ha avuto una grandissima popolarità, nei primi due anni fino all’80% e, adesso, sta calando perché non si va né avanti e né indietro. Anche per questo una via d’uscita è il congelamento del conflitto».
Intervista esclusiva di
Claudio Beccalossi
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