Sono trascorsi ottant’anni da quello che è passato alla storia come il “D-Day” o anche “il giorno più lungo”. L’Europa era ancora in gran parte dominata dalla Germania nazista, anche se essa aveva iniziato a mostrare profonde crepe nel suo lato sud (leggasi perdita delle colonie africane e di parte dell’Italia) e nel suo confine orientale (leggasi ritirata di Russia). La Francia, però, a parte una crescente attività della resistenza locale, era ancora saldamente in mano al Terzo Reich. Nel 1944 Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e altri, su pressione dell’alleato sovietico, decisero, non senza tentennamenti, di aprire il cosiddetto “secondo fronte” con il fine di mettere all’angolo la principale potenza dell’Asse e di distogliere truppe tedesche dall’Europa dell’Est. L’operazione si rivelerà un clamoroso successo. La difesa dei confini occidentali, affidata alla Volpe del deserto, il Feldmaresciallo Rommel, verrà presto travolta anticipando così, di fatto, il tramonto dei sogni hitleriani. Tutto questo è storia ed è entrato nella cultura di massa (si perde il conto dei libri, dei film e degli articoli dedicati a quell’evento). Ma da un punto di vista militare? Cosa è stata questa operazione? Proviamo a chiederlo a una nostra vecchia conoscenza, l’intramontabile e inossidabile “poeta e soldato” Simone Vesentini, autore di romanzi tra cui uno, “La storia di Gemma”, ambientato nella Verona degli anni dell’occupazione.
Matteo Peretti: Sei giugno 1944, cosa suscita in te questa data?
Simone Vesentini: Caro Matteo, intanto ti ringrazio per avermi dato l’ennesima occasione per parlare di storia e di un evento che, fin dall’infanzia, mi ha sempre interessato particolarmente… in pratica, è da una vita che ne voglio parlare in maniera approfondita! Lo sbarco in Normandia suscita in me sentimenti contrastanti, che vanno dall’esaltazione, per l’eroismo dimostrato in questa operazione militare, dove gli Alleati hanno rischiato un colossale fallimento e quindi il prolungamento della guerra, alla profonda pietà per tutti i giovani soldati che sono rimasti uccisi, gravemente feriti o mutilati durante quella giornata. Ovviamente rivolgo questi miei sentimenti ai soldati di entrambi gli schieramenti! Solo per citarti qualche numero impressionante: gli Alleati hanno avuto quasi ottomila tra morti, feriti e dispersi, sulle spiagge, oltre ad altri quattromila tra le truppe aviotrasportate. Non si conoscono invece, con precisione, le perdite nell’esercito tedesco, parliamo comunque di un numero che si aggira tra le quattromila e le novemila unità, numeri che decisamente fanno rabbrividire, anche se sono passati ottant’anni!
M: Da ex-ufficiale quale sei, dai una definizione di questa operazione.
S: Credo che la definizione più consona, per indicare il D-Day, sia quella coniata da Rommel, che lo definì “il giorno più lungo”; citazione che ha dato il titolo a un film del 1962, interpretato da un cast stellare, che credo di conoscere a memoria per quante volte l’ho visto! L’operazione Overlord, questo era il nome in codice per indicare lo sbarco, fu un vero e proprio azzardo; le condizioni climatiche erano pessime e, a questo punto, bisogna riconoscere a Dwight “Ike” Eisenhower, il comandante supremo delle operazioni militari alleate, l’onere di aver assunto, sulle proprie spalle, la decisione di dare il via all’attacco. Se me lo permetti, conoscendo il tuo interesse per le vicende legate ai Presidenti degli Stati Uniti, vorrei citare una frase storica pronunciata da Franklin Delano Roosevelt, il 32° Presidente, quando assegnò l’incarico a Eisenhower: “Ebbene, Ike, tu comanderai Overlord!”.
M: Ed Eisenhower fu poi anche Presidente degli USA e vinse le elezioni del 1952 con il fortunato slogan “I like Ike”. Tornando a noi, quali sono state le figure chiave di questo sbarco?
S: Non ho dubbi a riguardo, le due figure principali sono state: il Generale Dwight Eisenhower, che attaccava a testa bassa, e il Feldmaresciallo Erwin Rommel, che opponeva un’ultima disperata e ben organizzata difesa.
M: E una curiosità da aggiungere, magari non nota al grande pubblico?
S: Una curiosità, forse poco nota ai nostri lettori, riguarda i due personaggi appena citati e le loro differenti carriere militari. Il Feldmaresciallo Rommel partecipò attivamente a entrambe le guerre mondiali, poteva vantare infatti diverse ferite sul campo e numerose decorazioni militari; per la Germania è stato ed è ancora un vero e proprio eroe nazionale. Al contrario, Eisenhower non ebbe una carriera militare particolarmente brillante. All’inizio gli furono infatti assegnati compiti di addestramento delle reclute e durante la Prima guerra mondiale non partecipò direttamente alle operazioni militari; basti pensare che ottenne la nomina a Colonnello solamente nel marzo del 1941. Durante la Seconda guerra mondiale la sua carriera decollò, fino al raggiungimento del massimo grado nell’esercito americano, ovvero Generale a “5 stelle”.
M: In conclusione, Eisenhower e Rommel… tra i più grandi strateghi militari della storia?
S: Senza ombra di dubbio! Ci furono altri grandi strateghi durante quel conflitto, solo per citarne alcuni: Guderian, MacArthur, Yamamoto, Patton di cui nel 2025 ricorreranno gli ottant’anni dalla morte…
M: Fermati Simone! Non ti bruciare nuovi possibili articoli! I nostri tre o quattro lettori potrebbero non perdonartelo!
S: Sono certo che, se continueremo a scrivere di argomenti così interessanti, i nostri lettori potranno arrivare persino… a dieci!
M: Grazie, Simone. Hai menzionato il numero dei giovani che morirono in questa operazione: almeno sedicimila. È un dovere ricordarli tutti, indipendentemente dalla divisa che indossavano. Come ebbe a scrivere Primo Levi: “meditate che questo è stato”.
di Matteo Peretti

