“Non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie.”
Con questa frase, tra le più celebri e controverse, Margaret Thatcher sintetizzò una visione del mondo che avrebbe segnato un’epoca. Oggi, a cento anni dalla nascita (13 ottobre 1925), la figura della “Lady di ferro” continua a dividere, ma anche a interrogarci sul significato della leadership e sul rapporto fra libertà, mercato e responsabilità pubblica.
Figlia di un droghiere di Grantham, cresciuta nella rigida Inghilterra del dopoguerra, Thatcher studiò chimica a Oxford e si avvicinò presto al Partito Conservatore, di cui divenne deputata nel 1959. Dopo un’ascesa fulminea culminata nel 1979, fu la prima donna a guidare un governo britannico, e lo fece per oltre undici anni: un record che nessuno, dopo di lei, ha eguagliato. La sua azione politica fu segnata da un radicale programma di riforme economiche, dalla riduzione del ruolo dello Stato e dalla convinzione che solo la libertà individuale potesse rigenerare la nazione.
Dalla guerra delle Falkland all’alleanza con Ronald Reagan, dalla lotta contro i sindacati al duro confronto con l’Unione Sovietica, Thatcher interpretò il potere in modo diretto, quasi brutale, ma sempre consapevole della posta in gioco.
Cento anni dopo, mentre l’Europa affronta nuove tensioni, dal ritorno dei conflitti armati ai confini orientali, alle sfide di un’economia globale sempre più instabile, il “thatcherismo” torna a essere oggetto di dibattito. La fiducia cieca nei mercati e l’idea che il benessere dei singoli basti a creare quello collettivo mostrano oggi tutti i loro limiti. Eppure, di fronte a un’epoca di incertezze e di leadership fragili, l’immagine della “Iron Lady” rimane quella di una donna capace di decidere, di imporsi, di non temere l’impopolarità.
Forse è questo, oggi, il suo lascito più grande: ricordarci che la politica è anzitutto responsabilità e coraggio, non consenso facile.
A un secolo dalla nascita, Margaret Thatcher resta una figura controversa ma necessaria, simbolo di una stagione in cui la parola “governare” significava ancora scegliere.
di Matteo Peretti
