Tra giovedì 26 ottobre e giovedì 02 novembre si svolgeranno le tanto attese riunioni delle principali banche centrali. Il 26 sarà l’istituto di Francoforte ad inaugurare la settimana di fuoco. Seguiranno, in rapida successione, il meeting della Bank of Japan il 31 ottobre, poi quello della FED il primo novembre e il consiglio della Bank of England il 2. Diverse le situazioni geopolitiche, oltre che economiche di partenza per le quattro aree.
In zona Euro dovrebbero, finalmente, essere chiariti i dettagli relativi all’avvio del tapering sugli acquisti di titoli (cfr ns pezzo del 26 settembre). Da un lato si fanno sempre più pressanti le spinte sul governatore Draghi per un ridimensionamento del Quantitative Easing, dall’altro l’inflazione dell’area della valuta unica si conferma ancora lontano dal target del 2%. A settembre si aggira ancora attorno all’1,5%. Inoltre il tasso di cambio eur/usd è ancora una variabile che preoccupa il board della BCE perché potrebbe ostacolare la ripresa dei prezzi. In favore di una revisione degli stimoli vi sono pure le nuove stime OCSE sulla crescita economica europea prevista a +2,1% sul 2017 e 1,9% sul 2018 e l’andamento dell’indice manifatturiero di agosto (ai massimi dal 2011). La riduzione degli acquisti dei bond dovrebbe essere comunque graduale per evitare shock economici e peggioramenti del cambio con la valuta statunitense. Alcuni operatori puntano su un taglio degli acquisti di bond di 30 miliardi (dagli 60 attuali) da gennaio 2018 e sino a giugno, altri su un taglio di 20 miliardi sino a giugno e 40 sino a settembre. Altri ancora ritengono possibile una continuazione del QE con importi ridotti per tutto il 2018. La riunione del 26 ottobre dovrebbe togliere il velo sul mistero.
La BOJ si confronta con una situazione geopolitica fortemente condizionata da una eventuale escalation della crisi Nordcoreana. Il paese sta rinnovando inoltre il proprio Parlamento a seguito delle elezioni politiche indette dal premier uscente ShinzoAbe. Il padre dell’Abenomics, una teoria economica caratterizzata da forti stimoli fiscali all’economia e da una “stretta collaborazione” con la Banca Centrale del Giappone per ottenere tassi “zero” e politiche monetarie iper-espansive, ha annunciato la consultazione elettorale per il 22 ottobre. In attesa della costituzione di un nuovo governo non ci dovrebbero essere particolari annunci da parte dell’istituto di Tokyo. In più occasioni è stata confermata l’intenzione di proseguire con gli stimoli all’economia e con l’acquisto di titoli pubblici a fronte di un tasso di inflazione ancora deludente (compreso tra lo 0,4 e lo 0,7%) e una crescita economica moderata.
Negli Stati Uniti è attesa una conferma della decisione della Banca Centrale dell’intenzione di alzare i tassi di 0,25 punti basi nella riunione del 13 dicembre. Il governatore Yellen ha confermato che, anche in presenza di un tasso di inflazione non in linea con le aspettative (sotto il 2%), procederà a rivedere la politica monetaria accomodante su tassi e bilancio (cfr quando qui scritto il 03 ottobre). Per il governatore della FED di San Francisco Williams un possibile tasso di equilibrio potrebbe essere il 2,50% da raggiungere in due anni. Oggi i tassi si collocano nella forchetta 1,00-1,25%. L’economia USA rimane però ancora solida con l’indice manifatturiero ISM ai massimi dal 2004. Rimangono peraltro alcune questioni aperte. In particolare non è ancora chiaro in cosa consista, e che ripercussioni potrebbe avere sulla crescita economica, il piano di taglio fiscale preannunciato da mesi dal presidente USA; in più non è ancora sciolto il nodo del nome del nuovo governatore dell’istituto. La Yellen, in scadenza a febbraio, non sembra aver speranze. Entro metà novembre Donald Trump dovrebbe sciogliere la riserva.
La Banca d’Inghilterra vive un periodo di disorientamento legato alla difficoltosa gestione delle vicenda Brexit da parte del primo ministro inglese TheresaMay, la cui popolarità ed affidabilità è in caduta libera. Tutto questo finisce per incidere sulla capacità di attrarre capitali da parte di Londra, e l’assenza di investimenti indebolisce il cambio della sterlina verso euro e dollaro. Una valuta debole spinge ad un aumento dei prezzi dei beni e servizi oggetto di importazione e, di conseguenza, fa aumentare l’inflazione: questo è infatti quello che si sta realizzando nel Regno Unito da inizio 2017. La crescita dei prezzi è ormai al 3%. La nuova situazione potrebbe costringere il governatore Carney ad alzare i tassi di interesse, oggi fermi allo 0,25%. I tempi e i modi di questo eventuale aumento potrebbero essere comunicati il prossimo 2 novembre.
Solo per la cronaca è opportuno segnalare che nessun meeting è in programma sino al 14 dicembre per la Banca Nazionale Svizzera. Il moderato aumento del costo della vita, ormai prossimo all’1%, non dovrebbe spingere l’istituto elvetico a modificare le politiche monetarie.
In conclusione, il countdown per le prossime riunioni delle Banche Centrali è partito!
Matteo Peretti

