Da diversi giorni si stanno rincorrendo alcune importanti notizie da entrambe le sponde dell’Atlantico che stanno influenzando, secondo il parere di alcuni operatori, gli scenari economici previsti per fine anno.
Negli Stati Uniti sono in corso le audizioni nelle commissioni competenti del Senato di Jerome Powell, presidente designato della FED. Dalle sue prime parole appare garantitala continuità in politica monetaria con l’operato diJanet Yellen. L’economia americana, infatti, secondo il nuovo numero uno della banca centrale, potrà sostenere un aumento dei tassi in questo mese, comegià ipotizzato dagli attuali vertici della Federal Reserve nell’ultimo meeting di novembre. Il neogovernatore ha snocciolato, per ribadire il tutto, una serie di dati confortanti (e migliori delle attese) sulla crescita del PIL statunitense per i prossimi anni (tra il +2% e il 2,5%). Powell ha confermato, poi, l’intenzione di ridurre l’attivo di bilancio della banca centrale. Il processo,che durerà almeno tre anni, dovrebbe portare lo stock dei bond in portafoglio della Federal Reserve dagli attuali 4.500 miliardi di dollari a 3.000 miliardi (cfr. ns pezzo del 03 ottobre). Infine, il successore della Yellen si è dimostrato disponibile a valutare eventuali semplificazioni alle attuali norme che regolano i mercati finanziari.
Sempre negli States, dopo infiniti tentennamenti, è stata finalmente approvata al Senato la tanto attesa riforma fiscale voluta dall’amministrazione Trump. La tassazione sulle imprese scenderà al 20% (dal 35% attuale), ma nulli saranno i benefici per le famiglie. Nelle scorse settimane tra i senatori (e tra gli operatori finanziari) erano sorte molte perplessità sulla capacità del piano di rilanciare l’economia e sugli effettivi costi dello stesso.La palla passa ora alla commissione congiunta Camera-Senato per il vaglio definitivo.
In Europa si sta invece diffondendo la convinzione che sulle modalitàdi uscita dal QE (cfr. ns scritti del 30 ottobre e 23 novembre) sia emersa una spaccatura all’interno del board della BCE più forte di quanto sin qui detto. I“falchi” potrebbero ancora far pesare la propria voce nelle prossime riunioni e chiedere un’accelerazione nella chiusura del Quantitative Easing.
Continuano, poi, a succedersi in zona euro segnali positivi sullo stato di salute dell’economia. Da ultimo anche l’indicatore ESI (Economic Sentiment Index) della Commissione Europea ha raggiunto un nuovo massimo in novembre.E’ risultata in crescita la fiducia delle tre componenti principali dell’indice: consumatori, industria e servizi. Erano diciassette anni che non venivano raggiunti gli attuali valori.Sono in crescita anche gli altri indici relativi alle attività delle imprese in eurozona (sui livelli di sette anni fa).
Infine in Germania sembra prossimo l’accordo per la formazione di un nuovo governo ancora a guida dell’eterna Angela Merkel (in carica dal 2005!) in coalizione con il partito socialdemocratico tedesco.
In attesa delle prossime riunioni di FED e BCE, previste rispettivamente per il 13 e 14 dicembre, il cambio euro-dollaro ha registrato una crescita praticamente costante nell’ultimo mese passando da 1,16 a 1,19, salvo poi stornare sino in area 1,18. Hanno sin qui pesato, come sopra accennato, le difficoltà negli USA per l’approvazione del piano Trump e i sempre più robusti dati sulla crescita europea. Il movimento sarà da rivalutare, comunque, dopo le riunioni delle banche centrali di metà mese. Parole tranquillizzanti di Draghi sulla prosecuzione delle politiche monetarie espansive, e il sopra citato aumento dei tassi USA, potrebbero permettere un ritorno del rapporto a quota 1,15/1,17.
Matteo Peretti
