La morte assistita non diventi parte integrante del sistema sanitario modificando radicalmente il volto della medicina. Aperta la porta non vi saranno più limiti. Lo abbiamo visto in Olanda ove si ritiene lecito proporre alle persone che non versano in condizioni di patologia irreversibile, magari soltanto depresse, il suicidio come unico rimedio ai propri mali. Si iniziò a parlarne gli anni Settanta per le malattie incurabili nella fase finale della vita. In Olanda si passò all’eutanasia fuori dalla fase finale, estendendola alle malattie neuropsichiatriche e neurovegetative. E nel 2004 si autorizzò la soppressione della vita su richiesta del malato. L’attacco alla vita avviene anche sul fronte dei bambini e dei disabili: In Islanda non nascono figli down, vengono tutti abortiti. Le persone depresse o con problemi psichiatrici potrebbero essere indotte facilmente al suicidio. La persona va assistita e curata e mai aiutata a morire. Vanno inoltre applicate tutte le terapie antidolore e le cure palliative. Dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. No all’accanimento terapeutico. Occorre tuttavia evitare ogni tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. L’eutanasia è una sconfitta per l’uomo che non è mai uno scarto, come la società utilitaristica contemporanea ci vuole far credere.
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