Soave – L’Hotel Rozy Plaza, in via San Matteo 4, il 13 marzo scorso ha ospitato l’incontro con l’ex magistrato ed ex politico Antonio Di Pietro (Montenero di Bisaccia, Campobasso, 2 ottobre 1950) sull’ormai prossimo referendum popolare confermativo della legge costituzionale, con seggi aperti dalle ore 7 alle 23 di domenica 22 e dalle ore 7 alle 15 di lunedì 23 marzo.
Com’è ormai noto, la consultazione popolare riguarda la riforma sull’organizzazione della magistratura, più che della giustizia, imperniata (a grandi linee) sulla separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti (mediante la modifica degli artt. 87 – decimo comma – , 102 – primo comma – , 104, 105, 106 – terzo comma – , 107 – primo comma – e 110 della Costituzione), con due distinti organi d’autogoverno (Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e Consiglio Superiore della Magistratura requirente). Con sorteggio da un elenco dei componenti togati dei due organi ed introduzione dell’Alta Corte Disciplinare, col compito di gestire i procedimenti contestativi nei confronti dei magistrati.
Preceduto dagli interventi dell’on. Vito Comencini (leader di Popolo Veneto) e degli avvocati Emanuele Compagno, Andrea Signorini e Stefano Zanini (vicepresidente della Camera penale di Verona), Di Pietro ha snocciolato una disamina tranquilla, senza toni polemici ma radicalmente determinata nel descrivere le motivazioni della scelta del Sì, togliendola dal crucifige pretestuoso del campo del No in quanto non oltraggiosa od “attentato” all’incolumità costituzionale.
Le ragioni del Sì sono state chiarite con la semplicità dogmatica da ex uomo in toga passato attraverso lusinghe e travagli di carriera. L’esplicitata ovvietà contro l’arroccamento nello status quo d’uno dei poteri dello Stato tripartiti, secondo il principio di separazione atto a garantire la democrazia ed a limitare l’assolutismo (accentramento del potere).
Il magistrato dell’epopea di “Mani pulite” e di “Tangentopoli” (serie di inchieste giudiziarie avviate da varie procure, soprattutto da quella di Milano, nella prima metà degli Anni Novanta del secolo scorso, che travolse il sistema politico-partitico ed imprenditoriale-affaristico dell’epoca, decretando la fine della definita Prima Repubblica) in quanto membro del pool coordinato dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli (composto anche da Gerardo D’Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Armando Spataro, Francesco Greco e Tiziana Parenti), al termine della sua convinta esposizione s’è prestato ad una breve intervista.
– La controparte del No si sta basando, per la sua propaganda, anche su quanto detto dal ministro Carlo Nordio, riguardo al fatto che il referendum non risolverà i problemi della giustizia. È stato un autogol quello del guardasigilli?
«Siccome a lei non rinasceranno mai i capelli (rivolgendosi all’interlocutore, calvo, n.d.a.) lei non deve mettersi la giacca. Sono due cose completamente diverse. I problemi della giustizia, in termini di riduzione dei termini processuali, hanno bisogno di moltiplicazione di personale, di strumenti, di mezzi, di risorse. Ciò non vuol dire, però, che dal 1989 ad oggi c’è un altro problema da risolvere e, cioè, quello di stabilire che l’accusa e la difesa devono stare in ragione di parità di fronte ad un giudice terzo che è un arbitro. Ed a tutt’oggi quell’arbitro fa parte della famiglia di uno dei due giocatori. Siccome non funziona la giustizia, quindi, lascio ancora in mezzo al guado questo problema dove io entro in aula (dove già c’è il troppo ritardo) e, poi, mi trovo davanti un altro che è un fratello del giocatore. Cornuto e mazziato, direi. Quindi forse è meglio almeno togliere le cose, o no?»
– Nel caso vinca il No quale potrà essere il contesto successivo?
«Lo vedremo il giorno dopo…».
di Claudio Beccalossi

