Negrar di Valpolicella (Verona) – Quella che era solo Negrar (fino all’8 febbraio 2019, denominazione più completa dopo l’esito del referendum regionale consultivo del 21 ottobre 2018 in cui votò, purtroppo, solo il 14,77% degli aventi diritto, cioè 2.060 su 13.949 persone) conserva ancora sacche della semplicità popolare d’un tempo, gomito a gomito, purtroppo, alla conservazione per andazzo spontaneo e ad un incomprensibile, urtante degrado.

Infatti, nell’area centrale del paese, si possono vedere alcune case d’epoca, anche di pregio architettonico, in decadenza accanto ad altre ben conservate, con decorazioni, affreschi e dipinti esterni. Il senso d’abbandono di certe facciate stride con la cura e la tutela (anche nei particolari) di edifici di valenza storica beneficiati dalla buona sorte. I prospetti meno… fortunati, invece, forse e se avranno restauro o ristrutturazioni opportune quando… coincidenze astrali saranno favorevoli. Difficile fare i conti in tasca d’altri…






Rimane comunque intatto (tra molto altro meno… terra terra) il “culto” enogastronomico di trippa, recioto ed amarone, com’è evidenziato nei menù esposti all’esterno di trattorie locali…


I vigneti e la produzione vinicola con cantine medie e piccole che caratterizzano i vini della Valpolicella, poi, costituiscono l’ossatura dell’economia del comprensorio comunale (che ingloba Arbizzano, Fane, Jago, Mazzano, Montecchio Veronese, Montericco, Moron, Prun, Santa Maria, San Peretto, San Vito, Torbe), suggellata da specifiche manifestazioni come la “Vetrina dell’amarone” ed il “Palio del recioto e dell’amarone”.
La prima volta del toponimo “Negrar” risulta nel 1046 con il termine “Negrario”, dal nome “nigrariu” (luogo con terra nera”) in latino volgare.
Tra mirabili ville e chiese antiche nel territorio, non è da meno la parrocchiale di San Martino Vescovo, detta anche di San Martino di Tours o solo di San Martino, con un armonioso e raccolto interno arricchito di beni d’arte. Fu radicalmente rifatta sulla preesistente pieve tra il 1806 ed il 1810 (secondo un’altra fonte “costruita intorno al 1807”) su progetto dell’architetto Giuseppe Mazza, in stile neoclassico.


Opere particolarmente pregevoli qui conservate sono l’organo risalente al 1840, la pala raffigurante San Martino Vescovo ed un’altra riguardante “La Natività”, quest’ultima attribuita al pittore Giovan Francesco Caroto (Verona, 1480 circa – Verona, 1555).
Nel corso del secondo conflitto mondiale e dopo l’armistizio di Cassibile (in provincia di Siracusa, 3 settembre 1943) tra l’Italia e gli Alleati, le forze armate naziste requisirono immobili anche a Negrar ed imposero agli uomini presenti e non dispersi sui vari fronti il lavoro coatto.
A differenza di Verona, bersagliata da cruenti bombardamenti soprattutto dopo l’8 settembre 1943 (data del proclama d’armistizio da parte del capo del governo Pietro Badoglio) la zona ebbe a che fare con un solo attacco aereo. Cinque bombe caddero di notte presso Villa Bertoldi (risalente alla fine del XV secolo, in località Palazzo) dove militari tedeschi su di giri stavano facendo bisboccia con luci accese. Non ci furono vittime, a differenza di 74 soldati negraresi che non rividero il loro paese: 26 caduti in combattimento e 48 dichiarati dispersi.
Una palazzina in via Marconi, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale, con una lapide ad memoriam apposta, suscita rispetto e venerazione. La lastra marmorea cita: “In questa casa è nata il 9.6.1858 suor. Maria Caprini missionaria comboniana martire della Mahdia ‘Sudan’ 1882-1885 m. Assuan ‘Egitto’ il 2.7.1896 nel 150° della nascita Negrar 9.6.2008”.


Le sue vicende umane e religiose sono poco note. Figlia di Luigi e d’Orsola Righetti, fu amica d’infanzia del prolifico e popolare Emilio Salgari (Emilio Carlo Giuseppe Maria, Verona, 21 agosto 1862 – Torino, 25 aprile 1911, giornalista e scrittore). Pare che questi si sia ispirato alle vicissitudini od ai luoghi della futura suor Maria in Africa orientale per suoi romanzi come, ad esempio, “La favorita del Mahdi”.
Entrata a vent’anni nell’ordine delle suore Pie Madri della Nigrizia (dette, appunto, anche missionarie comboniane), il 27 maggio 1879 pronunciò i voti. Il 22 novembre successivo s’imbarcò per l’Egitto arrivando poi, con un rocambolesco viaggio nel deserto durato 33 giorni, a Khartoum (in arabo al-Kharṭūm), in Sudan, prestando assistenza infermieristica agli ammalati.
I cristiani, nel 1882, iniziarono ad essere perseguitati dai mahdisti, cioè gli aderenti al mahdismo, sistema religioso islamico anticolonialista che si basava sul mahdi, guida spirituale d’un movimento salvifico, in arabo al-Mahdi, lett. “il guidato (da Allah)”. Suor Maria venne imprigionata con le sue consorelle e per più di tre anni restò nelle mani violente dei nemici degli inglesi senza mai cedere all’abiura. Nel 1885 riuscì a scappare dalle grinfie torturatrici degli integralisti ed a raggiungere fortunosamente Il Cairo. Fece ritorno in Italia solo nel 1890 e rivide finalmente sua madre a Negrar.
Trascorsi appena tre mesi e dando retta al suo cuore missionario, ripartì per l’Egitto con la convinta volontà d’operare ancora nella cura agli infermi in ospedali de Il Cairo e d’Assuan. In quest’ultima città fu purtroppo contagiata accudendo affetti da colera e morì il 2 luglio 1896, a 38 anni d’età.
Servizio e foto di Claudio Beccalossi


