Sono 1050 gli ettari di terreno agricolo tra fotovoltaico e agrivoltaico per i quali è stata richiesta autorizzazione in Regione nel solo periodo da luglio a dicembre. Un dato impressionante che impone una riflessione seria e urgente sul futuro del nostro territorio e del nostro sistema agricolo.
Per comprendere la portata del fenomeno: 1050 ettari equivalgono a oltre 1.400 campi da calcio e cancellare in sei mesi un intero comparto produttivo di medie dimensioni. E parliamo solo delle richieste presentate in un semestre.
Ci si deve allora porre una domanda: è un fenomeno casuale o siamo di fronte a un disegno precostituito?
È legittimo chiedersi se l’indebolimento progressivo dell’agricoltura tradizionale – tra prezzi in caduta, aumento dei costi, normative europee sempre più stringenti e concorrenza internazionale con standard produttivi inferiori – non stia di fatto spingendo gli agricoltori verso un’unica via di “salvezza”: concedere i propri terreni agli operatori dell’energia.
In questo contesto di sfiducia economica, il fotovoltaico diventa per molti un miraggio di redditività immediata e certa. Ma dietro la retorica della “transizione green” si muovono soprattutto grandi fondi finanziari internazionali.
È bene dirlo con chiarezza: gli investimenti dei grandi fondi saranno remunerati attraverso il sistema degli incentivi e dei meccanismi tariffari che ricadono sulle bollette di cittadini e imprese italiane, con un impatto che potrebbe tradursi fino a un 30% di maggiori costi energetici.
Questo significa famiglie più in difficoltà e imprese italiane costrette a sostenere costi superiori rispetto ai competitor esteri, con una perdita diretta di competitività sui mercati internazionali. Il paradosso è evidente: mentre si sottrae terra produttiva all’agricoltura, si appesantisce ulteriormente il sistema economico aumentando i costi dell’energia.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è il fatto che, in base alle rigide normative statali in materia di energie rinnovabili, la Regione rischia di trovarsi sostanzialmente costretta ad approvare molti di questi progetti, con margini di discrezionalità sempre più ridotti. Le recenti disposizioni nazionali comprimono fortemente la possibilità per gli enti territoriali di pianificare e limitare l’installazione di impianti su suolo agricolo, trasferendo di fatto le scelte strategiche lontano dai territori che ne subiscono le conseguenze.
Il rischio concreto è che, nel nome della sostenibilità ambientale, si produca una vera e propria desertificazione agricola e produttiva dei nostri territori. Che si sostituisca il cibo con la rendita finanziaria. Che si trasformi il suolo agricolo – risorsa strategica e non rinnovabile – in un asset speculativo.
La transizione energetica non può diventare un’operazione finanziaria a discapito della sovranità alimentare, del reddito degli agricoltori e della competitività delle imprese italiane. Serve una pianificazione che restituisca alle Regioni il potere di governo del territorio, limiti chiari al consumo di suolo agricolo e una difesa concreta delle nostre filiere produttive. L’Italia ha sposato queste ideologie.
Il futuro del Veneto non può essere fatto di campi coperti di pannelli e di aziende agricole costrette a chiudere. Dobbiamo scegliere se vogliamo restare una terra di produzione, identità e qualità o diventare terreno di conquista per la grande finanza energetica.
Stefano Valdegamberi
Consigliere regionale del Veneto

