Cari amici care amiche questa volta ci riporta nella “Vilafranca de ‘na olta” non la storia di una persona ma quella di un’ evento che “‘na olta” incombeva su tutti i maschi “la naia”, ovvero il servizio militare di leva. In passato vi ho già parlato dei “coscritti e della visita di leva” e così non potendo lasciare “monco” l’argomento vado avanti con parte del suo naturale prosieguo, “la naja al CAR (Centro Addestramento Reclute). Ad oggi, come ben sapete, ma “repetita iuvant”, il “Servizio Militare Obbligatorio”, non è abolito ma solamente (dal 2005) “sospeso”. Di tanto in tanto, come in questi giorni, il suo ripristino torna, seppur “fiaccamente”, alle cronache ad uso e consumo del momento, ma tant’è, se sono state dismesse le caserme non credo sia possibile tornare indietro. E tuttavia la quasi totalità di chi lo ha fatto lo ricorda con piacere, “entusiasmo“ e commozione e non fa che lodarne vere o presunte virtù. D’altronde chi non ha nostalgia e un poco di rimpianto della propria gioventù. Ma procediamo per ordine. In passato tutti i maschi erano “coscritti” (iscritti nelle liste di leva) ma non tutti poi ricevevano la “fatidica” cartolina rosa di chiamata. Così come quando si “issa” una rete pesci grossi e piccoli riescono a “svignarsela” anche col servizio militare obbligatorio accadeva lo stesso anche perché le maglie del reclutamento erano talvolta allargate o ristrette in base al prestabilito (da accordi sovranazionali) “gettito” numerico della classe di chiamata. Non mi voglio dilungare sui motivi di esenzione che erano molti e nel tempo poi sono indubbiamente cambiati, e che erano soprattutto o fisici, stabiliti dalla apposita Commissione Medica che sintetizzava con cinque numeri del profilo sanitario di ciascuno, oppure economici, vedi la condizione di capo di famiglia di cui era unico reddito o numerici, terzo fratello (se i primi due avevano già adempiuto agli obblighi di leva) o appartenente a classe in soprannumero (questo in verità si è verificato quasi esclusivamente per le classi nate nel primo dopoguerra, ’46, ’47 e’48). Almeno dalla fine della guerra la durata della leva è sempre stata uguale per Esercito ed Aereonautica, (dapprima 18 mesi poi 15 ed infine 12), per la Marina invece è sempre stata più lunga (passando da 24 a 18 e poi a 15 mesi). La paga giornaliera era ricevuta ogni 10 giorni (la decade) in base ai giorni di effettiva presenza al corpo e spesso non era sufficiente a ripagare gli addebiti accumulati verso l’Amministrazione Militare per smarrimenti o rotture varie, e comunque non bastava nemmeno per le sigarette. Vi era però anche la possibilità, a domanda, di adempiere agli obblighi di leva in maniera diversa ed in qualche modo più remunerata come nei Paracadutisti o nei Corpi Armati dello Stato e finanche nei Vigili del Fuoco oppure, per i “diplomati”, da Ufficiale o Sottufficiale di Complemento (con possibilità poi di accedere alle rispettive carriere, come peraltro ho fatto io). Dopo circa un anno dall’ “abile ed arruolato” della visita di leva, di solito una settimana prima della partenza, arrivava a casa la “cartolina rosa” di chiamata alle armi con indicati; Arma, Corpo, destinazione e data di presentazione e con annesso tagliando per il biglietto “gratis” del treno, viaggio di sola andata. Allora non presentarsi al CAR era “galera” sicura, a Peschiera o in altro carcere militare, per il reato di “mancanza alla chiamata” che tra l’altro non estingueva gli obblighi di leva, per cui scontata la pena si veniva nuovamente richiamati. Come è logico che sia le cose nel tempo sono molto cambiate e per non sbagliare vi racconto ciò che io ho visto e vissuto anche se da una posizione un poco “privilegiata” quella di militare di carriera. Arrivata la cartolina si salutavano amici e “morosa” ed accompagnati dai parenti e dalla mamma in lacrime si andava alla stazione a prendere il treno, destinazione il CAR. Quello era, a mio avviso, il momento che sanciva in maniera definitiva ed irrevocabile il passaggio della vita da ragazzo a quella dell’adulto, ci si distaccava dall’ambiente protetto della famiglia per affrontare da soli il mondo intero. Da soli per modo di dire perché già sul treno si facevano conoscenze e si stringevano nuove, e talvolta indissolubili, amicizie con ragazzi cui bastava dare una sola occhiata per capire che si aveva il comune destino e “la stessa meta”. Alla stazione di arrivo, specialmente se la caserma era un po’ fuori mano, venivano a prenderti. E subito un assaggio della vita che ti attendeva, borse al piede e tutti in fila e in silenzio. Poi fatti salire in ordine sul mezzo di trasporto, il cassone di un camion, con il telone alzato dalle parti via verso la caserma. Appena arrivati, già sul piazzale, vi era la formazione dei plotoni. Da quel momento, sempre inquadrati, si dovevano effettuare tutte le operazioni dell’incorporazione. Prima dal barbiere, il “Kocis” di turno, che senza pietà alcuna tagliava anche le più curate e fluenti chiome e poi la visita di incorporazione. In infermeria qualcuno tentava “l’ultima carta”, certificati medici alla mano chiedeva visite approfondite al competente Ospedale Militare ma salvo reali aggravamenti o “santi in paradiso” in breve tornava rassegnato nel plotone. Seguiva la vestizione: zaino valigia, divisa da libera uscita, da combattimento e da lavoro, scarpe e scarponi, indumenti intimi, (chi non ricorda i ruvidi ma d’inverno indispensabili mutandoni di lana) rasoio, lamette, sapone, dentifricio , carta igienica e quant’altro e la prima vera fatica, portare il tutto in camerata con un unico viaggio. Poco tempo per sistemarsi, indossare mimetica e scarponi e subito adunata e via sul piazzale per l’addestramento formale. Si cominciava con imparare l’attenti ed il riposo ed il modo di presentarsi ai superiori, in quel momento energicamente e compiutamente rappresentati dal proprio caporale. Mostrarsi incapaci o “svogliati” era come segnalarsi volontariamente per la “corvè cucina”. Avanti ed indietro sul piazzale per imparare, per intanto, a marciare e ad eseguire in perfetta sincronia gli ordini di movimento, (dietro front’, fianco sinistr, avanti march, passo, cadenza, alt, ecc.) e fino all’ora del “rancio”. In mensa poi si andava sempre inquadrati e si entrava in ordine una fila per volta. Scorrevano così i primi giorni familiarizzando con i segnali della tromba che scandivano ogni operazione dalla sveglia all’adunata, dal rancio alla libera uscita e dalla ritirata al silenzio. E a proposito di libera uscita per i primi giorni neanche a parlarne, prima bisognava aver imparato i gradi e a salutare correttamente i superiori che si sarebbero incontrati ed anche perché dopo la “vaccinazione”, che veniva effettuata quasi subito, si avevano tre giorni di riposo, “figurativo” perché si facevano comunque le normali attività giornaliere al termine delle quali si poteva andare in branda, solo fino al contrappello serale però che doveva comunque essere fatto in piedi. La vita di camerata non era allora in genere così tanto differente da quella di casa dove spesso finanche il letto era condiviso con i numerosi fratelli. Il russare generale era il male minore, si arrivava a sera stanchi ed il sonno non mancava, semmai era il “forte odore” di qualcuno poco incline a lavarsi che creava qualche problema che però era ben presto risolto, con le buone o con le cattive. Oggi ci è difficile immaginare un modo di vita senza la “comunicazione” facile ed immediata ma allora spesso l’unico contatto con i propri cari erano le lettere inviate o ricevute per posta e c’era ancora qualcuno che scriveva e leggeva con grande difficoltà e che per questo doveva ricorrere all’aiuto di qualche commilitone. Ricordo bene che, almeno fino alla metà degli anni ’70, erano attive le “scuole reggimentali”. Ogni CAR, ma anche ogni Reggimento o Ente Militare, aveva la sua speciale “cattedra distaccata” ed ogni arruolato che non avesse fatto almeno la quinta elementare ogni pomeriggio, esentato da ogni altra incombenza, era obbligato a frequentarla fino al conseguimento della Licenza Elementare. Al CAR di giorno in giorno si imparavano: l’addestramento formale, i primi “rudimenti” dell’addestramento al combattimento e, con le relative lezioni di tiro l’uso delle armi da fuoco, e anche a svolgere correttamente i servizi di piantone e di corvee e così si arrivava alla data del giuramento. Quest’atto “solenne”, abbastanza comune nella Pubblica Amministrazione. è per i militari particolarmente sentito ed importante. Il giuramento, che è fatto in maniera individuale da Ufficiali e Sottufficiali, è invece fatto in forma collettiva (con il proprio “scaglione”) dalla truppa in un’ apposita cerimonia alla quale sono invitati, e partecipano, parenti e amici dei “giurandi”. Per molti sodati, specialmente per quelli che abitavano lontano, era allora anche la prima occasione di rivedere i propri cari. Il giuramento è da sempre una bella festa alla quale, per ben figurare, ci si era preparati con sudore e fatica ma era anche un giorno “foriero” di tristezza. Incombevano le prime separazioni dalle nuove amicizie. Dopo qualche giorno infatti ogn’uno partiva per il proprio reparto. Qualcuno rimaneva effettivo al CAR, alcuni avrebbero avuto la stessa destinazione ed altri difficilmente si sarebbero rivisti e tuttavia per tutti era l’inizio di una nuova esperienza, ma questa è un’altra storia. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando al CAR per intanto “te avee enparà a marciar, far la fila, a di signorsì e a sbrigartela da solo” ed era anche quando la “chiamata alle armi” era ritenuta una ineludibile “tasa da pagar” alla patria, “un male comune” ma proprio per questo, come dice il proverbio, “un mezzo gaudio”.
Alla prossima
Rico Bresaola




