Care amiche e cari amici, è ancora una volta la storia di una donna a riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta” ed è quella della “Pea”, commerciante e “marcantina”. Lisetta Negrini, classe 1915, è la quarta dei sei figli del fornaio Virgilio Negrini e di Pierina Rizzini. Il soprannome lo deve al “Santo del Giorno” della sua nascita che è attribuito alla Beata Vergine del Rosario di Pompei comunemente chiamata Madonna di Pompei, da qui la Pompea e poi, per contrazione dialettale, la “Pea”. In merito una breve “digressione”. Il culto alla Beata Vergine del Rosario di Pompei nel XII° secolo era già diffuso a livello locale (a Pompei) ma poi ebbe, verso la fine del XVI°, secolo una straordinaria diffusione in tutto il mondo cristiano in quanto, per la sua intercessione, le fu attribuito il merito della vittoria che la flotta cristiana riportò su quella turca nella decisiva battaglia navale di Lepanto (1571). Ma torniamo alla “Pea”, Lisetta nasce e cresce nella Villafranca del primo dopo guerra e nella sua gioventù conosce le ristrettezze e le privazioni determinate, nella maggioranza di tutta la popolazione, dalla grande crisi del 1930 che stravolse il mondo intero. Per contribuire al reddito della famiglia sin da ragazza trova impiego in quella che allora era la più grande fabbrica del paese, la filanda di Vittorio Bresaola ( nella foto ricordo di, proprietà, operai e maestranze lei è, delle quattro sedute in alto a sinistra, quella col vestito bianco). Del periodo soleva ricordare “g’avea le mane e la pansa sempre scotè” dall’acqua bollente nella quale dovevano essere immerse e tolte le “galete” (i bozzoli) prima della filatura. Lisetta dopo un fidanzamento, prolungato dalle incertezze sul futuro dovute al tempo di guerra, nel ’42 si sposa con Cesare Polato del casato dei “Becaua” e va ad abitare nella loro casa assieme alla suocera Rosa. E qui occorre fare un passo indietro, la mamma del marito Cesare, Rosa Dongili, aveva avuto dal suo marito Giovanni Polato ben sette figli. Rimasta ben presto vedova e con sette bocche da sfamare Rosa non si era persa d’animo e già dagli anni della prima guerra mondiale faceva l’ambulante. Con un carretto tirato da un somarello, girava per corti e mercati per vendere, stoffe, filati, gomitoli e matasse di lana. Nella società rurale di allora le donne, tolti i lavori stagionali, raramente avevano un impiego fisso ed in casa per la famiglia facevano di tutto anche le sarte, aggiustavano e riadattavano vestiti, pantaloni e camicie, realizzavano abiti, calze e maglioni e talvolta filavano anche la lana. La Lisetta, come vuole l’usanza di allora, già prima di sposarsi non va più in filanda e si affianca a Rosa che aiuta nell’attività. Nuora e suocera, sfatando numerosi luoghi comuni, entrano sin da subito in totale accordo e sintonia. Lisetta mette nel lavoro la sua instancabile energia, la Rosa la sua conoscenza del mestiere e l’arte di vendere ed insieme sono una “macchina da guerra”. L’attività di ambulante intanto si va sempre più concentrando nei mercati e solo al mattino e così Lisetta, che al pomeriggio non può proprio rimanere senza far niente, apre anche un primo negozio di stoffe e capi di abbigliamento nella casa di proprietà in via Pace. Il marito Cesare invece segue il “business” villafranchese del momento, vende “margarina”. Ben presto il loro matrimonio è allietato dalla nascita di Gianpaolo, Giglia e Adriana ma, come spesso accade nelle imperscrutabili vicende della vita, una dura prova li attende. A Villafranca la “cuccagna “ della margarina venduta per burro non può durare a lungo ed è così che “stroncato” dalle autorità quel mercato illecito anche Cesare torna al lavoro di famiglia. Non passa neanche un anno però che una inesorabile malattia lo costringe sulla sedia a rotelle. Sono gli inizi degli anni ’50, Rosa si ritira dal lavoro per “modernizzare” il quale, per seguire il cambiamento del mercato che va sempre di più verso “le confezioni” (i capi di abbigliamento già pronti) si è appena comprato un camioncino. Cesare dopo poco tempo non può più guidarlo e Lisetta però non ha la patente (né avrà mai l’occasione di prenderla) e così per qualche anno occorre di avvalersi dell’opera di un autista almeno fino a quando il figlio Gianpaolo prende la patente. Anche lui sin da bambino è “inserito” nel mestiere di famiglia ma la sua è un’altra storia. Passano così dieci anni di duro lavoro che è tuttavia ricco di soddisfazioni. Cesare aiuta come può, ha perso l’uso delle gambe ma non le sue capacità nel mestiere ed il suo fiuto negli affari e così nel ’60, quando l’ingegner Carteri mette in vendita la sua casa sul corso, lui senza consultarsi in famiglia la compra. All’inizio Lisetta si arrabbia, è contraria all’acquisto perché si sono fatte di recente tante spese e non vuole fare debiti ma alla fine, grazie anche alla ferma determinazione del non ancora sedicenne Gianpaolo, non solo cede ma apre lì anche un altro negozio di abbigliamento. Lisetta e Giampaolo la mattina vanno nei vari mercati mentre in “bottega” rimangono le poco più che bambine Giglia ed Adriana (rispettivamente di 14 e 12 anni) ovviamente sotto l’attenta egida e guida del papà Cesare che benchè sulla sedia a rotelle dà il suo valido contributo. Ed a proposito di contributo come non citare l’opera delle sorelle di Lisetta, Fortunata, Maria e Vittoria Negrini che aiutano in famiglia ed assistono con dedizione Cesare che, per l’aggravarsi della malattia, ha ben presto bisogno di costante assistenza e cure. Per Lisetta sarebbe più comodo ritirarsi in negozio per proseguire il suo commercio, al caldo d’inverno ed al fresco d’estate, ed invece fino all’ultimo preferisce fare la “marcantina”. E’ sulla piazza ed in mezzo alla gente che si trova a suo agio ed è lì che le piace stare anche se la vendita è solo uno degli aspetti del suo lavoro. Occorre ogni giorno caricare e scaricare il camion e per approvvigionarsi, e per fare buoni acquisti, le capita talvolta di andate a Verona o a Mantova in “corriera” e tornare poi carica di pacchi. Da brava commerciante sa cosa caricare prima di partire e spesso sa già anche cosa e quanto venderà quel giorno in quel mercato, a vederla sembra che per lei vendere sia più che un lavoro un divertimento. Tutta una vita dedicata al lavoro ed alla famiglia. L’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando il proprio mestiere era veramente a tempo pieno, dall’alba al tramonto per 365 giorni l’anno, e dove è anche accaduto che quando la figlia Adriana, che era già grande, gli ha detto che andava in ferie, la “Pea” più sul serio che il faceto, gli ha risposto “butina, cosa ele le ferie e po’ ele proprio necesarie”.
Alla prossima
Rico Bresaola






