Una storia in due puntate, la prima già raccontata.
C’era un volta una porta da amarcord, in via Madonna del Terraglio, all’angolo con vicolo cieco Coeli. Una porta d’entrata al laboratorio d’un mestiere scomparso, una capsula del tempo andato della vecchia Verona. La stinta insegna sovrastante l’architrave marmoreo indica ancora oggi che, lì, lavorava chissà quando un lattoniere (stagnaio, fabbricatore o riparatore di oggetti di latta e lamiere metalliche in genere, saldatore con lo stagno), attività artigianale ormai caduta nell’oblio…
Modesto nel suo aspetto, il legno dell’uscio, presente prima da tempo, mostrava evidenti tracce d’uno o più tentativi d’effrazione (non si sa se riusciti o meno) da parte di qualche ignoto che voleva entrare per arraffare qualcosa o farne rifugio abusivo. Il danno arrecato era rimasto visibile a lungo, quasi come testimonianza di degrado spicciolo, comunque molesto e mai tollerabile.



Fino a quando chi di competenza non ha provveduto a sostituire la porta rovinata e bruttarella con un’altra, nuova e robusta.
Peccato che il vizietto del vandalismo graffitaro non cessi di guastare l’esterno di immobili ed il fegato dei relativi proprietari. Infatti, lo sconosciuto imbrattatore di turno, ingolosito da tanto sfacciato ed indifeso accesso ancora vergine, non se l’è sentita di resistere alla tentazione e l’ha deturpato di suoi scarabocchi “esistenziali”. Con spese di ripulitura sul groppone del diretto interessato, l’intestatario. Se si deciderà a sanare i segni dei tempi. D’inciviltà…



Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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