Suscita perplessità ed interrogativi, in quanti non siano debitamente informati del pregresso, lo stato d’abbandono in cui versa da anni, ormai, la struttura esterna in stile razionalista, risalente al 1937, dell’ex cinema “Astra”, nella centralissima via Oberdan 13. Quanto s’apre alla vista, inutilmente “censurato” in basso da pannelli con teloni (anche sbrindellati) che delimitano la piazzetta antistante, è d’uno squallore che contrasta con canoni di decenza urbana, di rispetto civico, di tutela d’una propria nomea turistica internazionale.









Chiusa la lunga parentesi di proiezioni cinematografiche ed archiviato il progetto di farne in tempi brevi una multisala od un centro commerciale per quanto il sottosuolo dello stabile rivelò d’archeologico (tra il 2004 ed il 2005, con successivi scavi ripresi nel 2021 per volere della società proprietaria dell’immobile, Astra 2004 srl, interrotti e poi riavviati tra il 2022 ed il 2024 con fondi diretti del ministero della Cultura, con lavori affidati a “Cooperativa Archeologia” di Firenze), l’edificio rimane il classico riassetto incompiuto. Uno stazionare nel tempo in attesa di decisioni che siano in sintonia con ambizioni museali di valenza nazionale e mire “alternative” (che poi sarebbero state smentite) di farne un parcheggio a silos nell’ambito del Pums (Piano urbano della mobilità sostenibile) del Comune di Verona.
In attesa di efficaci e coordinate mosse burocratiche dall’alto (si tratta ancora d’una pertinenza di cantiere chiusa al pubblico), di tanto in tanto il sito archeologico è meta di frequentatissime visite guidate, permesse anche dalla sua messa in sicurezza.
Ciò che è riemerso sotto la platea del cinema che fu è una domus (casa), costruzione d’epoca romana imperiale, passata attraverso tre ipotizzate fasi d’erezione (età Augustea, Flavia e fino al IV secolo d. C.) e composta addirittura da una ventina di vasti locali (un’area di circa 400 mq), abbellita da pavimenti decorati (anche in mosaico), da affreschi parietali rosso pompeiano e grigio antracite (databili al I secolo d. C.), da ornamenti floreali stilizzati e da mosaici (attribuiti alla seconda metà del II secolo d. C.) preservati bene.
Almeno tre ambienti adottarono il particolare “riscaldamento autonomo” detto ipocausto (“zona caldaia” dell’epoca, consistente nel far circolare aria calda, proveniente da un forno, sotto pavimenti rialzati con pilastrini per formare una sorta di camera d’aria e pareti con mattoni cavi). Ipocausto, quindi, con pilae (pilastri verticali di sostegno dell’ipocausto) di laterizio, tubuli parietali di riscaldamento e praefurnium (forno ricavato nel terreno dove far ardere le braci produttrici d’aria calda).
L’ampio manufatto dalla destinazione non accertata (un albergo d’alto bordo, tra le congetture, per la sua relativa vicinanza a Porta Borsari, d’accesso dalla via Postumia, ma mancherebbero i corridoi di collegamento tra i vani), collocato in un’area delimitata dalle vie classiche Postumia e Claudia Augusta, sorse presumibilmente, appunto, in età Augustea (convenzionalmente circoscritta tra il 31 a. C. – fine della Repubblica romana con la battaglia di Azio – ed il 14 d. C. – morte del fondatore dell’Impero romano e primo imperatore, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto – ).
Il suo utilizzo si concluse tra fine III – inizio IV secolo d. C., quando andò parzialmente distrutto da un incendio (forse doloso), come confermano certi livelli di crollo dei soffitti dipinti.
Nel corso dei secoli, secondo… copione, il posto, certo del tutto abbandonato a se stesso, destò l’interesse di trafugatori e sciacalli vari, soprattutto tra tardo-antico e medioevo. Recuperato in larga parte alla sua singolare bellezza originaria, oggi il punto archeologico in itinere pubblico deve (o, meglio, dovrebbe) andare d’accordo con architettura razionalista, rievocazione del cinema andato ed intenti di ristrutturazione e d’uso più o meno ufficializzati e realizzabili se, come e quando. Un bel busillis per chi dovrà mettere nero su bianco…
Servizio, foto e video di
Claudio Beccalossi
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